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TERRAMARINA di Tea Ranno (recensione)

ottobre 12, 2020

“Terramarina” di Tea Ranno (Mondadori)

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In libreria da mercoledì 13 ottobre il nuovo romanzo di Tea Ranno che riprende le vicende di Agata, la tabacchera, narrate in “L’amurusanza“. Si intitola “Terramarina” e, come il precedente, è pubblicato da Mondadori. La recensione di Letteratitudine

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di Emma Di Rao

Era del tutto prevedibile che una rivoluzione, il cui motto è “cambiare il mondo a colpi di poesia”, avesse un effetto così dirompente da risultare inarrestabile, soprattutto perché l’amurusanza, da cui quella rivoluzione prende le mosse, è virtù che rinnova e si rinnova essa stessa, non solo elargendo a piene mani i suoi doni, ma seminando anche vita e contentezza. E dal momento che semina vita, era anche prevedibile che dovessimo aspettarci nuovi inizi, nuovi germogli: sono quelli che sbocciano, colmi di promesse felicemente mantenute dall’autrice, nel nuovo romanzo di Tea Ranno,  “Terramarina”, edito da Mondadori. Il titolo, che, in quanto tale, svela l’idea progettuale dell’opera, è contenuto anche nei versi posti in epigrafe, “A Terramarina vado abitando / quando non sono sveglia / e neppure dormo”, versi che delineano un luogo dai contorni imprecisi in cui l’animo, sospeso tra il sonno e la veglia, sogna di ritrovarsi.
Ad avviare la narrazione è una prospettiva dall’alto, dal “colmo di una collina” avvolta da una piovigginosa oscurità in cui s’incammina Agata Lipari, mentre osserva, triste e desiderosa di smemorarsi, il paesaggio che si stende dinanzi ai suoi occhi. Ed ecco che l’immagine del paese “adagiato sulla mano di Dio”, simile a un presepe, schiude subito l’atmosfera della vigilia di Natale, quando il gelo invernale non impedisce al cuore di accendersi di un’intima e raccolta gioia. Ma se l’animo è indurito da un dolore indicibile, come quello avvertito da Agata dopo la morte del  marito Costanzo, occorrerà un miracolo perché la felicità torni ad abitarlo. Eppure, da qualche tempo, sebbene avesse giurato sulla sua tomba “amore a mai finire”, quel “fiore splendidissimo e inavvicinabile” aveva accolto un nuovo, inaspettato sentimento e  a nulla  era valso ogni tentativo di contrastarlo, anche perché la travolgente passione nata fra la Tabbacchera e il maresciallo Andrea Locatelli era costantemente alimentata dalla poesia, valore da entrambi condiviso, unitamente ad un autentico culto della legalità. Unendo in sé la forza di combattere la corruzione e la leggerezza di una “creatura d’aria”, Agata continuava infatti ad imporre come sindaca il rispetto della legge senza rinunciare a sensibilizzare l’intera comunità alla cultura. Divenuta per cautela “blindata e inaccessibile”, si impegnava,  inoltre, ad arginare quella corresponsione di anime e di corpi che era  venuta a intromettersi  nella sua vedovanza e da cui traeva comunque una gioia inebriante.
Se amore, gentilezza e poesia sono dunque intimamente connessi – e lo erano già ai primordi della letteratura -, è verosimile che gli effetti di tale connubio possano estendersi  al di fuori di un ambito strettamente individuale e che l’amurusanza si declini anche come slancio caritatevole e solidale generosità verso i meno fortunati. Ecco perché, posta a fondamento della coscienza e dell’agire di ogni componente della “cricca Tabbacchera”, essa appare capace  di cambiare il mondo con ‘armi’ insolite e del tutto inoffensive. Occorrerà però un miracolo che trasformi gli alleati di Agata in “esercito d’amore” e Agata stessa in colei che deciderà di tenere con sé “una figlia di cuore al posto di una figlia di ventre”. E il miracolo, inaspettatamente, arriva, divenendo realtà in seguito agli eventi dolorosi di cui è protagonista la giovanissima Lori, il cui “aspetto sofferente rivelava fuga e una vita sbandata”. Il  venire al mondo della sua bambina, nel gelo pungente della notte, e il suo successivo ritrovamento da parte di don Bruno assumono i tratti di un evento che sembra rinnovare il miracolo della Natività, partecipando, però, di una dimensione fiabesca che, presente anche in altri ‘luoghi’ del romanzo, sortisce l’effetto di smaterializzare il reale. La corsa affannata di Agata, in cerca di aiuto, verso la casa di Toni Scianna  fa sì che l’atmosfera chiassosa e festante che vi regnava pervada anche la sua abitazione gelida e deserta: una baraonda di calorose iniziative e un allegro e caotico “trasbordo di vettovaglie” vengono infatti indirizzati a prestare ogni sorta di aiuto alla neonata e a festeggiarne l’arrivo, tanto più che “il Natale non è festa che ammette solitudini”. La casa di Agata, che era prima “pozzo d’ombra”, abitata dall’infelicità, si riempie, così, della luce che emana dalla creatura ritrovata, splendendo come un faro visibile in lontananza per chi, smarritosi o perseguitato, tenti di sfuggire a un destino avverso. Amurusanza è, dunque, anche accoglienza, abbraccio amorevole e solidale in grado di sostituirsi all’indifferenza più ottusa o alla malvagità più abbietta. Nel “porto che si fa madre… a dispetto dei canazzi che ringhiano di chiusure, intanto che la vita se la gioca con la morte – e perde – in mezzo a un mare assassino”, si coglie peraltro uno dei numerosi segni di un’ispirazione che muove anche dagli scenari inquietanti della contemporaneità, su cui interviene magistralmente la sensibilità artistica dell’autrice, come, ad esempio, in quel “ferrame d’industria che il buio trasfigurava in terra di fiaba”.
L’intrecciarsi dei destini di Agata e di Lori viene suggestivamente preannunciato dal loro condividere una medesima visione: “là nel cielo punteggiato di stelle”, un fuoco che arde in cima all’Etna, pur quieta e immobile, pare ad entrambe presentimento di gioia,  inducendole al sorriso.   Dinanzi alla neonata salvata dalla Provvidenza, in un silenzio intriso di stupore e “reverenza”, come quando si assiste a un miracolo, l’esclamazione di Lori, “Ma allora sei tu Terramarina!”, risuona vibrante e commossa  per l’improvviso rivelarsi del luogo che la soave cantilena della madre spesso evocava. Chiusa, insieme alla figlia, “in una bolla d’amurusanza che esclude il resto dei viventi”, la giovane comprende di aver raggiunto la terra a lungo vagheggiata, quella Terramarina  che  per Agata ha “nome cantante”, poiché porta in sé il fruscio del vento e i profumi del Mediterraneo, che “tutta la Sicilia circonfonde e abbraccia”.
Risultato immagini per tea ranno letteratitudineE’ soprattutto in queste accensioni evocative che la felicità del narrare, tratto peculiare della scrittura di Tea Ranno, si coniuga con una preziosità ulteriore: le parole, infatti, pur possedendo una sorta di sonora fisicità e di realistica concretezza, si aprono per catturare irreali magie e per accogliere significati ulteriori o slittamenti di senso e persino comici fraintendimenti lessicali, come quelli messi in atto dal fantasma di Costanzo, che si diverte  ad osservare quel “garbuglio di mistero che è ogni essere umano”. D’altronde, anche l’ambito espressivo si correla, seppure in modo del tutto immaginifico, con l’amurusanza, che  interviene non solo a modificare comportamenti e categorie di giudizio dei personaggi, ma anche le loro percezioni sensoriali e, di conseguenza, il loro linguaggio. É quanto si coglie in quel brano, quasi lirico, in verità, in cui Sarino Motta, contraddicendo la propria proverbiale rusticità, si mostra capace di esprimere l’immensa gioia che l’amore per la piccola Luce ha indotto in lui: “E lì, di fronte al mare, nel buio della notte, nello sciabordio lieve delle onde, riuscì  finalmente a dirla quella smisuratezza d’amore che gli levava il respiro”. Ed è anche quanto accade a Toni Scianna, “finissimo filologo, poeta per sbaglio”, il quale, dopo la convulsa notte della Vigilia, viene colto da un delirio “in cui le cose erano cose ma molto altro” e in cui temeva che la terra potesse divenire cielo in un mondo capovolto. Preda di un acuirsi improvviso dei sensi, egli, molto tempo dopo, confesserà questa insolita e fuorviante esperienza – così afferma la voce narrante,  con un evidente esempio di prolessi – alla “signora col taccuino”, che ama annotare fedelmente ciò che le viene narrato perché se ne conservi memoria. Dietro tale  emblematica figura, peraltro ricorrente nell’universo narrativo di Tea Ranno, è lecito intravedere l’io letterario, ovvero la stessa autrice con la quale l’onnisciente voce narrante finisce per coincidere. E ad accrescere la rilevante funzione, nel dispositivo narrativo, della “signora col taccuino” contribuisce anche il fatto che quest’ultima è presente in altri ‘luoghi’ del romanzo, in cui interviene persino come personaggio agens, laddove si adopera per proteggere dalla folla la giovane Lori, sua amatissima creatura, creatura letteraria, s’intende.
TerramarinaDal susseguirsi delle vicende si deduce che amurusanza è anche capacità di rompere la scorza dell’apparenza per lasciare affiorare una verità troppo a lungo sepolta sotto meschini pregiudizi e subdoli interessi. Sottratta a un’ingiusta accusa e ad una sicura condanna grazie agli interventi generosi di chi ha lottato per dimostrare la sua innocenza,  Loredana Delle Rose, dal cognome “bello e profumato”, apprenderà infatti che la speranza non è solo “pane per ricchi” e potrà infine godere, intorno a sé, di un “arcipelago” di anime che porranno fine alla sua solitudine.  Attraverso le velature del sogno, il richiamo della giovane donna giungerà fino a  Giona Gur, “il grande  vecchio dall’incedere altezzoso di un principe”, che aveva confortato la sua infanzia  e  fugato la tristezza con il raccontare storie. Anche in questo caso, la scrittura visionaria di Tea Ranno segue i sentieri centrifughi della poesia: la figura ieratica, ma umanissima, di Giona, che “vede con le dita” e “aggiusta i ricordi”, si carica infatti di suggestive allusioni: il riparare, con ago e filo, gli strappi che il tempo produce nella trama della nostra esistenza non rimanda soltanto alla necessità di preservare la memoria dal suo dissolversi, ma anche all’esigenza di ricucire le ferite che l’essere viandanti in questo ‘viaggio’ ci procura inevitabilmente. E quale miglior rimedio dello “sparpaglio di  bellezza” che l’amurusanza diffonde o della salvifica poesia che, mentre lenisce il dolore, ci sottrae alla caducità in virtù della sua capacità eternatrice? È verosimile che anche per tale esigenza di immaginare una continuità del vivere terreno  l’autrice abbia ipotizzato che possa essere facilmente attraversato il  “velo” che separa il mondo dei vivi da quello dei morti e che il secondo riesca persino ad interferire nel primo. Da qui deriva forse l’espediente narrativo, che produce effetti di contiguità tra i due mondi, di ricorrere alle apparizioni di macabri spettri o ilari e benevoli fantasmi, i quali,  provocando reazioni varie in coloro a cui sono visibili, modificano gli eventi e ne condizionano l’esito. Il frequente insinuarsi del mondo ultraterreno nel tempo umano trova accenti di suggestione ancora più intensa in quel brano del romanzo in cui Andrea Locatelli, fingendosi un giornalista interessato all’anima dei luoghi devastati, dialoga con Cesare Lo Nigro, il custode che aveva ingiustamente accusato Lori dell’incendio della scuola. Seducente e carica di sottese  allusioni  risulta qui l’immagine di “un’anima collettiva” che si parcellizza in tante anime quanti erano coloro che abitarono quel luogo e che continuano ad abitarlo, poiché sempre “le anime tornano”. Persino le  stazioni, i porti e gli stessi condomini racchiudono in sé  anime multiple, in una costante frammentazione di un unico, inesauribile amore. In questo caso, il registro prosastico assume, innegabilmente, i toni impalpabili di un discorso lirico e l’invenzione fantastica si coniuga con l’inclinazione dell’autrice a direzioni poetico-emotive, suggerite, a nostro avviso, da uno sguardo sempre rivolto verso l’interiorità.
Ad ‘abitare’ il romanzo è  una molteplicità di voci e di pensieri, una variegata folla di personaggi che, rispetto all’universo de “L’amurusanza” in cui  si inscrivono, hanno consolidato o modificato il proprio ‘io’ lungo una linea di sviluppo tracciata da un medesimo sentire e da un medesimo  progetto, in una “catena viva d’amurusanza” che gira, naturalmente, intorno alla coraggiosa Tabbacchera.  Le sequenze narrative, inoltre, si distendono, con ritmo incalzante, in un tempo  che talora accoglie alcune incursioni nel passato dei protagonisti, talora, scavalcando il presente, si dirama verso il futuro allo scopo di anticipare il felice sviluppo di alcuni eventi, quasi si volesse infondere nel lettore la consapevolezza degli  effetti duraturi che l’amurusanza racchiude in sé.
Insuperabile appare la verve narrativa con cui il romanzo si avvia verso il finale. Ed è un finale che sorprende e commuove. Mentre la rigogliosa Saracina, che si estendeva “superba fino al mare”, diviene “casa di sentimento” che lascia entrare, attraverso le finestre, il soffio della vita,  da questo soffio, purtroppo, qualcuno è abbandonato e dovrà lasciare quel luogo  in cui aveva immaginato un futuro colmo di gioie familiari. In realtà,  però, “a Terramarina non si muore mai”, come osserva la voce narrante, rassicurandoci così sulla perennità dei sogni e sulla vitalità inesauribile dei nostri desideri. Si comprende facilmente, a questo punto, che “Terramarina è meta di speranza, porto di felicità al quale ognuno tende”, ma anche luogo in cui il litorale, che è ancora terra, incontra il mare al suo inizio, in una compresenza di realtà e sogno, di limite e di ‘oltre’, spazio interiore in cui l’animo desidera, finalmente pacificato, risiedere stabilmente.
Non sarà certo casuale che il romanzo, nella cui epigrafe sono presenti suggestivi versi, si chiuda all’insegna della poesia: il malinconico addio fra due personaggi che la morte non riuscirà a separare del tutto, perché “l’amore è un discorso che mai finisce”, viene suggellato da versi struggenti che ancora una volta trovano nell’amurusanza fonte di ispirazione.  E se la poesia, che di amurusanza si nutre, contribuisce a tenere vivo in ognuno di noi il sogno di una personalissima Terramarina, infondendo lo slancio necessario per attuarlo, non sarà errato credere che la letteratura sia, in qualche modo, più reale del reale stesso.
Infine, ci piace immaginare che nella solare chiusa “E la vita ride / E la vita canta” l’autrice, congedandosi dai suoi personaggi, abbia avvertito quel po’di tristezza che inevitabilmente si accompagna ad ogni distacco da creature molto amate. Un distacco che in noi lettori si fa già nostalgia.

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La scheda del libro: “Terramarina” di Tea Ranno (Mondadori)

Tea Ranno torna a percorrere i territori fiabeschi e solari dell’ Amurusanza con il suo stile che fonde dialetto siculo e poesia e si lascia contaminare dal realismo magico sudamericano. Il risultato è una narrazione corale ipnotica, un moderno presepe fatto di personaggi vitali e incandescenti, una generosa parabola di accoglienza e solidarietà.

TerramarinaA Terramarina vado abitando quando non sono sveglia e neppure dormo

È la sera della vigilia di Natale e Agata, che in paese tutti chiamano la Tabbacchera, guarda il suo borgo dall’alto: è un pugno di case arroccate sul mare che lei da qualche tempo s’è presa il compito di guidare, sovvertendo piano piano il sistema di connivenze che l’ha governato per decenni e inventandosi una piccola rivoluzione a colpi di poesia e legalità. Ma stasera sul cuore della sindaca è scesa una coltre nera di tristezza e “Lassitimi sula!” ha risposto agli inviti calorosi di quella cricca di amici che è ormai diventata la sua famiglia: è il suo quarto Natale senza il marito Costanzo, che oggi le manca più che mai. E, anche se fatica ad ammetterlo, non è il solo a mancarle: c’è infatti un certo maresciallo di Torino che, da quando ha lasciato la Sicilia, si è fatto largo tra i suoi pensieri. A irrompere nella vigilia solitaria di Agata è Don Bruno, il parroco del paese, con un fagotto inzaccherato tra le braccia: è una creatura che avrà sì e no qualche ora, che ha trovato abbandonata al freddo, a un angolo di strada. Sola, livida e affamata, ma urlante e viva. Dall’istante in cui Luce – come verrà battezzata dal gruppo di amici che subito si stringe attorno alla bimba, chi per visitarla, chi per allattarla, vestirla, ninnarla – entra in casa Tabbacchera, il dolore di Agata si cambia in gioia e il Natale di Toni e Violante, del dottor Grimaldi, di Sarino, di Lisabetta e di tutta quella stramba e generosa famiglia si trasforma in una giostra. Di risate, lacrime, amurusanze, tavole imbandite, ritorni, partenze e sorprese, ma anche di paure e dubbi: chi è la donna che è stata capace di abbandonare ai cani il sangue del suo sangue? Starà bene o le sarà successo qualcosa? Cosa fare di quella picciridda che ha già conquistato i cuori di almeno sette madri e cinque padri? Tea Ranno torna a percorrere i territori fiabeschi e solari dell’ Amurusanza con il suo stile che fonde dialetto siculo e poesia e si lascia contaminare dal realismo magico sudamericano. Il risultato è una narrazione corale ipnotica, un moderno presepe fatto di personaggi vitali e incandescenti, una generosa parabola di accoglienza e solidarietà.

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Tea Ranno è nata a Melilli, in provincia di Siracusa. Dal 1995 vive a Roma. È laureata in giurisprudenza e si occupa di diritto e letteratura. Ha pubblicato per e/o i romanzi Cenere (2006, finalista ai Premi Calvino e Berto, vincitore del Premio Chianti) e In una lingua che non so più dire (2007). Nel 2012 per Mondadori è uscita La sposa vermiglia, romanzo vincitore del Premio Rea, e nel 2014, sempre per Mondadori, Viola Fòscari. Nel 2018 ha pubblicato Sentimi (Frassinelli) e, per Curcio editore, i libri per bambini e ragazzi: Le ore della contentezza, I vestiti di Babbo Natale, La befana e il colpo della strega.
Nel 2019 sono usciti i romanzi L’amurusanza (Mondadori) e Saura. Le stanze del cuore (Risfoglia Editore).

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