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FIGLIA DEL CUORE di Rita Charbonnier: incontro con l’autrice

ottobre 15, 2020

“Figlia del cuore” di Rita Charbonnier (Marcos y Marcos): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Rita Charbonnier ha studiato pianoforte e canto, si è diplomata presso la Scuola di teatro classico Giusto Monaco dell’Istituto nazionale del dramma antico, a Siracusa, e ha frequentato il Corso di formazione e perfezionamento per sceneggiatori della RAI, a Roma. Ha collaborato come giornalista ed esperta di teatro con diverse riviste, e scritto soggetti e sceneggiature che hanno ottenuto riconoscimenti tra i quali la Film Story Competition del programma europeo MEDIA. È anche attrice e ha lavorato con personalità di rilievo: Nino Manfredi, Aldo Trionfo, Renato Nicolini, Lucia Poli, Antonio Calenda, per citarne solo alcuni.
Ha inoltre scritto racconti, monologhi teatrali e testi di argomento musicale. Si esibisce in reading musicali e recital. Il suo primo romanzo, “La sorella di Mozart” (Corbaccio 2006, Piemme Bestseller 2011), è stato pubblicato in dodici paesi. “La strana giornata di Alexandre Dumas” e “Le due vite di Elsa” (Piemme 2009 e 2011) completano un trittico con protagoniste personaggi femminili e la Storia.

Il nuovo romanzo di Rita Charbonnier si intitola “Figlia del cuore” e lo pubblica Marcos y Marcos.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Era l’autunno del 2014 quando ricevetti una telefonata da un’amica che avevo perso di vista da un paio d’anni», ha raccontato Rita Charbonnier a Letteratitudine. «Nei giorni precedenti ci eravamo scambiate messaggi costellati di vaghi appuntamenti telefonici che poi non avevamo rispettato. Era stata lei a riprendere i contatti.
“Nella mia vita c’è una grande novità” annunciò.
Esclamai: “Ti sei sposata!”
“Oh, no, è una cosa mooolto più bella! Devi sapere che qui, accanto a me, c’è una bambina. Stiamo facendo i compiti.”
Il tutto mi parve molto strano. Non feci domande.
“Domani avresti un po’ di tempo?” proseguì lei. “Mi piacerebbe parlartene di persona.”
“Sì, ma parlarmi di che?”
“Della bambina, e anche di me. La nostra storia potrebbe interessarti.”
L’indomani sono andata a casa sua e ho conosciuto la bambina. Otto anni, di origini africane. La mia amica l’aveva presa in affidamento familiare; avrebbe desiderato, in realtà, adottare un bambino, ma non poteva perché non era sposata e in Italia i single non possono adottare. Con quella bambina, comunque, si comportava come se ne fosse stata la madre e tra le due c’era un bel rapporto, fatto di cauta osservazione, ma anche di reciproco riconoscimento.
In effetti pareva un’interessante storia umana in cui addentrarsi. Una relazione del tipo madre-figlia, che riguarda due persone che non sono biologicamente madre e figlia; avevo già esplorato questo tema in un romanzo storico, La strana giornata di Alexandre Dumas. Quella, però, era una vicenda tangibile, odierna, densa di sentimenti vissuti sul momento.
E poi, come mai si ritiene che una persona singola non debba adottare un bambino? Qual è l’idea di famiglia che soggiace? Qual è la nostra idea di famiglia?
La bambina era figlia di migranti. L’accoglienza, l’appartenenza. A una madre, a una famiglia, a un popolo, a una nazione. A se stessi.
Così è nato il desiderio di scrivere Figlia del cuore.
Ho iniziato a fare ricerche, ho intervistato molte persone; all’inizio ne stava venendo fuori una sorta di libro-inchiesta. Poi ho capito che doveva invece essere un romanzo vero e proprio, e che dovevo mettermi nei panni della ragazzina.
L’ho chiamata Ayodele (nella lingua africana Yoruba, vuol dire “la felicità entra in casa”) e l’ho fatta parlare come davanti a un pubblico. Ayodele dice la sua, in modo scanzonato, si burla di tutti, ha un linguaggio tagliente, le sfugge qualche parolaccia.
Ci racconta di quando viveva con suo padre e suo fratello in un alloggio delle suore e faceva una vita che tutto sommato le andava bene, e all’improvviso si è ritrovata nella casa di una signora bionda che pretendeva obbedisse a un sacco di regole.
Ayodele ci racconta, soprattutto, di come quell’esperienza e quell’incontro l’abbiano cambiata e fatta crescere, trasformandola da una bambina chiusa e ostile in una diciottenne sicura di sé e aperta al futuro».

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Estratto selezionato da FIGLIA DEL CUORE di Rita Charbonnier

Il giorno dopo questa tizia di nome Sara è venuta a prendermi a scuola e mi ha portata a casa sua, e in quell’appartamento era tutto così ampio e brillante e luminoso che mi veniva la nausea.
La prima cosa che vedi appena superi la porta blindata, anche adesso, perché quel gigantesco accrocco sta tuttora lì ancorato al pavimento, è un divanone a forma di serpente, nel senso che non è a forma di I né di L ma di S, non so se mi spiego, ed è persino verde, gli mancano le squame e la lingua biforcuta, e ha di fronte una smart tv appesa direttamente alla parete e che la occupa quasi tutta. Inutile dire che io non avevo mai visto niente di lontanamente simile. La cucina, seconda tappa del giro turistico, non mi sembrava neppure una cucina, smagliante lucida specchiata e coi cassetti che funzionavano al contrario dei cassetti normali, nel senso che per aprirli bisognava spingerli invece che tirarli. Nella camera da letto, gigantesca, troneggiava un letto immenso, una quantità allucinante di spazio sprecato per una persona in miniatura e che oltretutto era pure single (in altre parole, non se la filava nessuno). C’erano persino due bagni, in quella casa, e mi pareva un altro spreco, due bagni per una persona sola, e pure le camere da letto erano due. La seconda delle quali, più piccola, era vuota, a parte un mucchio di scatoloni accatastati.
E insomma la nobilissima donna, senza nemmeno lasciarmi il tempo di riprendermi dallo choc, mi ha trascinata nel bagno più piccolo, ha voluto che mi lavassi le manine col sapone, mi ha consegnato un asciugamanino e ha detto che quello era mio, solo mio, che né lei né nessun altro l’avrebbe usato, perché in una casa come si deve ognuno ha il suo asciugamano personale e non bisogna usare tutti lo stesso. È la regola.
Subito dopo ha annunciato che era l’ora della merenda, mi ha messa seduta al tavolo della cucina e mi ha fatto ingollare una fetta di pane e marmellata e un bicchiere di succo di frutta amaro in modo mostruoso, neanche l’ombra di uno snack. In seguito ha decretato che dovevo lavarmi i denti perché dopo aver mangiato qualunque cosa bisogna lavarsi i denti, è la regola, mi ha consegnato un tubetto di dentifricio e uno spazzolino a forma di serpente, pure quello, e tutti gli attrezzi erano nuovi e implasticati ma io non sapevo cosa farci perché non mi ero praticamente mai lavata i denti in vita mia, quindi lei mi ha mostrato come si fa.
Alla fine, e qui viene la sorpresona, mi ha accompagnata nella sala da pranzo, ha preso una sedia, ci ha piazzato sopra un cuscino, sopra il cuscino ha piazzato me e mi ha dato la notizia strepitosa che da quel giorno in poi mi avrebbe insegnato a leggere e a scrivere.
«A metà della seconda, bisogna che i bambini lo sappiano fare, almeno un pochino» ha sentenziato.
Per questo i Servizi sociali me l’avevano appioppata. Che gioia.

(Riproduzione riservata)

© Marcos Y Marcos

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La scheda del libro: “Figlia del cuore” di Rita Charbonnier (Marcos y Marcos)

Ayodele è arrabbiatissima. Perché mai dovrebbe fermarsi a dormire a casa di quella marziana che tenta di abbracciarla, le sciorina un mucchio di regole, pretende di aiutarla con i compiti e vorrebbe persino infliggerle un corso di nuoto?
Lei una madre non l’ha più, ma sta benissimo nel casermone delle suore, con le patatine fritte e il televisore, ad aspettare il padre che rientra la sera quando può.
Ayodele scappa, punta i piedi e strilla, quasi si rifiuta di aprir bocca.
Eppure Sara, detta anche la marziana, non demorde, il tasto di spegnimento non ce l’ha; per lei Ayodele è un diamante grezzo in attesa di risplendere.
Per fortuna c’è nonna Angela: la sua torta di mele è un messaggio di pace e tutti fanno a gara per confidarsi con lei.
Tra mutismi e barricate, lacrime roventi sciolgono nodi inestricabili: la famiglia non è un fatto biologico, la famiglia è un cerchio che diventa un cuore.
Peccato solo che Sara non sia sposata, e la legge italiana non consenta alle persone non sposate di passare dall’affido all’adozione…

Da una storia vera.

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