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CITTÀ METAFISICHE di Ilaria Palomba (poesia)

ottobre 22, 2020

“Città metafisiche” di Ilaria Palomba (Edizioni Ensemble)

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Ilaria Palomba, classe ’87, è una scrittrice pugliese che attualmente vive a Roma. Tra i suoi scritti, per la narrativa: “Homo homini virus” (Meridiano Zero, Premio Carver 2015), “Disturbi di luminosità” (Gaffi, 2018), “Brama” (Perrone, 2020), per la poesia “Mancanza” (Augh!), “Deserto” (Fusibilia); per la saggistica “Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance-art” (Dal Sud). Ha partecipato ad antologie poetiche e narrative per le case editrici Ponte Sisto, NEO, Elliot. Tre poesie tratte da Mancanza sono su Nuovi Argomenti.

Per le edizioni Ensemble è appena uscita la silloge “Città metafisiche” con prefazione di Gabriele Galloni (il quale, tra le altre cose, ha evidenziato che “Ilaria Palomba dimostra con questo libro che è ancora possibile, a dispetto di chi dice che tutto è già stato detto, raccontare la sofferenza di appartenere al mondo”.

Abbiamo invitato Ilaria Palomba a raccontarci qualcosa di questo suo nuovo lavoro letterario

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“Città metafisiche non avrebbe preso corpo se non fosse stato per i miei iniziatori” ha detto Ilaria Palomba a Letteratitudine, “le due persone a cui è dedicato il libro: Giordano Tedoldi e Gabriele Galloni, entrambi molto più convinti della mia voce poetica di quanto non lo sia io stessa. È strano che la silloge veda la luce adesso che Gabriele non c’è più, è quasi assurdo.
imageCittà metafisiche nasce da una passeggiata per Roma durante il lockdown. In quel periodo abitavo vicino Campo de’ Fiori e quando uscivo per fare la spesa camminavo per il rione fino al Lungo Tevere, così mi è apparsa una città svuotata della sua funzione ma trasfigurata. Una città che non è più luogo ma paesaggio, e io stessa non ero più un io ma un frammento di quel paesaggio, in un’informità continua, insieme reale e irreale, fisica e metafisica.
In questa silloge l’autobiografia si fonde con un vissuto impersonale, c’è una poesia su mia figlia, ma io non ho figli, è una scheggia di un’altra vita, il vissuto di qualcuno che casualmente è capitato tra i miei versi. I luoghi, le persone, le identità si slabbrano, diventano fluidi come fluida è la sessualità, come fluido è il dolore, che è qualcosa di fisico ma viene da una tensione metafisica, al di là dello spazio e del tempo, e si propaga, sostanza sottile, o non sostanza, si propaga e si diluisce fino a svanire.
Nel primo componimento i fiori hanno dieci stanze, e la morte è un risveglio, ogni cosa appare trasfigura in qualcos’altro. Questo modo anti-dialettico di accedere al reale – che qualcuno definisce misticismo, qualcun altro psicosi – è in realtà indefinibile perché non parte da nessun inizio, non è attualizzazione di nessuna potenza, è solo un modo di vivere il visibile attraverso l’invisibile. È il mio modo di stare nel mondo e nella letteratura, come una piccola scheggia dissonante, che trae la sua energia, la fonte della sua ispirazione, da qualcosa di inconsistente e ineffabile, inconscio, non reale, simile al sogno, dove i confini non hanno significato, e neanche le definizioni. All’approccio dialettico ho sempre preferito quello mistico, alla rivelazione l’impermanenza, per questo non scrivo quasi mai di temi politici, temi di attualità, il mio è uno sguardo che non può fermarsi in nessuna presenza e dunque non è di questo tempo, non appartiene alla categoria del tempo. Molti componimenti che sembrano autobiografici in realtà non lo sono, sono frammenti di altri vissuti, e molti di quelli che non lo sembrano lo sono moltissimo: sono sogni.
Non in tutte, ma in molte poesie torna il concetto di città, però nessuna delle città o dei paesi nominati o rievocati è realmente un luogo, sono parti di me, e io sono parte di loro, quelle città sono spettri di momenti vissuti ed è un po’ come se in ognuna di loro avessi lasciato uno spettro di me.
Moriamo e rinasciamo molte volte, in vita, oltre la vita, per me tutto ciò che ha a che fare con la scrittura è metafisico: ha fondamento in un oltre, che è sempre oltre questo spazio e questo tempo, l’identità che credo di essere, infine, è un’illusione. Ho mutuato questo concetto dalle filosofie orientali, induismo, taoismo e buddismo, che in questo momento mi sono davvero care e mi stanno aiutando a superare l’idea di soffrire per chi non c’è più. Nel taoismo, per esempio, il Tao è la via oltre essere e non essere, tra le due dimensioni non c’è discontinuità, ora so che non esiste ciò che è e ciò che non è, esiste un continuum. Ne sono sempre stata convinta ma a volte oscillo troppo verso il presente e la caducità della vita, quando ne dimentico l’illusorietà, mi ferisce mortalmente, altre volte oscillo verso l’eterno e allora mi consolo, so che tutto è perfettamente intersecato e le cose per cui soffriamo sono demoni fatti di nebbia. Ho scritto questa silloge chiudendomi in un pensiero, che è diventato tutti i pensieri, quello di trascendenza immanente: è l’altrove sempre presente e con cui dobbiamo fare i conti, fermare gli attimi in fotografie che non hanno consistenza e si sgretolano come mandala di sabbia.
In Città metafisiche è spesso nominata o sottintesa la presenza della morte ma non è una presenza, è un’assenza: è una morte demistificata, un passaggio da una vita all’altra, così i nomi scritti sui muri restano quando i corpi svaniscono, tutto torna nello stesso ciclo. In fin dei conti tutto il dolore qui richiamato non è che un modo per accedere alla via”.

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La scheda del libro: “Città metafisiche” di Ilaria Palomba (Edizioni Ensemble)

“Città metafisiche” è un’indagine sui luoghi dell’anima, dalle città vuote del periodo del lockdown, alle città percorse con foga nella prima adolescenza, fino a quelle città interiori di cui ci se sente prigionieri, e, poi, sempre il mare, un mare immateriale fatto di ricordi, muri che traboccano nomi di un io scomparso. Le ispirazioni sono tutte al femminile, Alejandra Pizarnik, Antonia Pozzi, Sylvia Plath, Sarah Kane e, nei momenti più onirici, Amelia Rosselli.
Il dolore e il sacrificio, punti cardine della poetica dell’autrice, sono qui trattati lucidamente e senza cadere nel dolorismo facile di certa poesia confessionale. La parola della Palomba è un bisturi che squarcia il velo di Maya.
Se “Mancanza” (Alter Ego-Augh edizioni, 2017) esplorava la “Perdita e Deserto” (Fusibilia, 2019) raccontava le sue conseguenze, “Città metafisiche” è una cartolina dall’Abisso, scrive Gabriele Galloni. Tutto è già accaduto: non c’è presente né passato, solo un futuro in potenza, ipotetico, un grumo nerissimo.
Ilaria Palomba dimostra con questo libro che è ancora possibile, a dispetto di chi dice che tutto è già stato detto, raccontare la sofferenza di appartenere al mondo.
Quindici poesie da Città metafisiche sono nel progetto audio multimediale Corpo Elettrico ideato da Davide Cortese, Francesca Fini e Francesca Lolli, e passato su Rairadio3.

 

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