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ADDIO A DELIA MOREA

ottobre 25, 2020

Apprendiamo con grande dolore la notizia della scomparsa della scrittrice napoletana Delia Morea, a cui dedichiamo questa pagina riproponendo i contributi di Letteratitudine dedicati a due dei suoi libri più recenti (anticipati da un pensiero condiviso dall’amica scrittrice Antonella Cilento sul suo profilo Facebook) e segnalando il suo ultimo libro

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“Delia cara”, ha commentato Antonella Cilento su Facebook, “hai scritto belle drammaturgie e tanti racconti, ma sei stata anche una preziosa saggista e da poco era uscito Lazzari e scugnizzi di Napoli, che, per la miseria, ancora devo leggere e che ora leggerò piangendo. Eri stata tanto infelice, te ne lamentavi sempre, nel tuo lavoro pubblico ma avevi avuto anche un ruolo prezioso, attento, come chi sa lavorare, chi ha una vera passione per il lavoro, una disciplina, un’attenzione e una cura nonostante i difetti della burocrazia. Ora che eri in pensione potevi fare le cose che ti piacevano, solo le cose che ti piacevano, ma, come spesso succede, la salute… Cara Delia, ci sarai sempre”

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ROMANZO IN BIANCO E NERO di Delia Morea (Avagliano): incontro con l’autrice

Libro proposto all’edizione 2019 del Premio Strega

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Delia Morea ha vissuto e lavorato a Napoli. Scrittrice, giornalista, critica teatrale e letteraria, è stata autrice di romanzi, racconti, saggi e piéces per il teatro.
Nel 2002 ha vinto la seconda edizione del premio letterario “Annamaria Ortese, nel 2004 è stata finalista del premio teatrale “Napoli Drammaturgia Festival”. Ha pubblicato, tra l’altro, i saggi: “Lazzari e Scugnizzi”, “Briganti Napolitani”, “Vittorio De Sica, l’uomo, l’attore il regista”, (Newton Compton edizioni), “Storie Pubbliche e private delle famiglie teatrali napoletane” (XPress/Torre), la raccolta di testi teatrali “La Voce delle mani” (Il mondo di Suk edizioni) con la prefazione del drammaturgo Enzo Moscato. Di recente ha collaborato con il magazine culturale “Succedeoggi” di Nicola Fano, occupandosi di critica letteraria.
Con Avagliano editore ha pubblicato i romanzi: “Quelli che c’erano (2007), “Una terra imperfetta” (2013). È di recentissima uscita (febbraio 2019) “Romanzo in Bianco e Nero” (Avagliano), candidato al Premio Strega.

L’hanno scorso abbiamo incontrato Delia Morea per chiederle di parlarci di questo suo nuovo libro: Romanzo in Bianco e Nero

Riproponiamo qui di seguito le sue parole. Di seguito, un brano del romanzo e un brano del precedente libro: “Una terra imperfetta”, entrambi editi da Avagliano

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«”Romanzo in Bianco e Nero” nasce con la volontà di raccontare una storia all’ombra della Storia contemporanea dell’Italia», ha detto Delia Morea a Letteratitudine. «Amore e amicizia fra tre giovani, Marcello e Carlo (cugini) tutti e due innamorati di Rachele (giovane ebrea che vive a Portico d’Ottavia), sullo sfondo di una Roma testimone di accadimenti fondamentali.
imageLe vicende si svolgono nell’arco di due epoche: il ventennio fascista nel periodo terribile della promulgazione delle leggi razziali, la susseguente seconda guerra mondiale e gli anni ’70 del secolo scorso, i cosiddetti Anni di Piombo, gli anni della mia generazione. Periodi molto difficili e significativi che avvolgono in un metaforico “bianco e nero” il nastro della storia d’Italia accompagnando Carlo, Marcello e Rachele. Li vediamo giovani, pieni di speranze durante l’era fascista, sognare un avvenire importante, specie Rachele che desidera affrancarsi da una condizione femminile tradizionale (fidanzata, sposa, madre) e vuole laurearsi in Filosofia. Ma, come può accadere nella vita reale, i sogni si spezzano, riservando disperazioni, scomparse, separazioni e un avvenire di cui non si conosce più la progettualità. L’avvenire è già presente, almeno per Rachele e Marcello, nella parte che riguarda gli anni ’70 che cammina su binari paralleli al passato. In questa “seconda parte” appare il personaggio di Janine Rachele – giovane attrice di teatro d’avanguardia, che coltiva il sogno di scrivere un film, lo stesso sogno che animava Marcello in gioventù – figlioccia di Rachele, studentessa di Marcello, diventato, nel frattempo, illustre professore di storia del cinema contemporaneo. Janine Rachele rappresenta il legame che riavvolgerà il filo della storia tra ciò che è accaduto durante gli anni della guerra, ciò che accade e ciò che accadrà. Altri personaggi: Alfredo fratello di Marcello, Lollo il generoso capo comparse al cinema, Manuel eterno amore di Janine Rachele, il meschino giornalista Claudio Lorenz ed altri, sono comprimari nella storia. Personaggi diversi a comporre i vari tasselli di questo romanzo, che “mi sono venuti incontro”, mentre scrivevo, come accade spesso, con le loro voci e personalità a raccontarmi la loro piccola storia nell’ordito più grande. La costruzione che ho voluto imprimere al romanzo, è simile ad un montaggio cinematografico parallelo. I capitoli si susseguono alternando il prima e il dopo, connotati dalle date diverse, usando un linguaggio sempre al tempo presente, nonostante si parli di epoche in qualche modo già distanti. L’idea era quella di raccontare, con lo stesso ritmo, spesso sincopato, due tempi storici che s’intrecciano, s’incontrano, per creare una circolarità che si ricongiunge nel finale. Il romanzo è anche un sentito omaggio al cinema italiano di quegli anni e ad alcuni dei suoi maestri, qui entra in campo la seconda, fondamentale, pulsione nello scriverlo: il mio amore per il cinema, specie quello neorealista, per i grandi maestri. Del cinema parlo in maniera necessaria, così come si discute dei fatti della vita. Non a caso alcuni momenti peculiari del romanzo si svolgono mentre nascono indimenticabili capolavori cinematografici, come La Porta del Cielo, di Vittorio De Sica, o C’Eravamo Tanto Amati di Ettore Scola.
Un romanzo che può essere interpretato anche come un inno alla gioventù che trascorre mentre la viviamo, straordinario e impalpabile tempo dei nostri anni migliori. Tra l’altro la vivacità culturale e il furore che hanno caratterizzato gli anni ’70, somigliano un po’ al concetto di gioventù, mentre la guerra è il tempo del ripiegamento in se stessi, il tempo fermo dove la vita diventa rarefatta, immobile, come non vissuta. Un bianco e nero metaforico: la vita e la non vita.
Un prologo e un epilogo in cui unico protagonista è Marcello, la sua voce anziana, aprono e chiudono il romanzo come un sipario teatrale.»

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Proponiamo, di seguito, le prime pagine del romanzo

 

PROLOGO

 

Di notte osservo la Via Lattea, è immanente su di me, potrei toccarla. Lo spettacolo del firmamento mi consola e mi dà soggezione: sono sopraffatto dal perpetuo splendore. Le stelle mi sono amiche, mi aiutano, assecondano l’ab­bandono di ogni percezione terrena delle ore notturne.

La vita è generosa: ho giornate da trascorrere in compa­gnia di buoni libri e ogni tanto qualche persona affezio­nata stana il mio rifugio per raccontarmi il mondo. Non leggo giornali, non ho televisione, computer. Vivo in un guscio, non voglio sapere cosa accade oggi o domani, se ci saranno ancora guerre sante, stragi, se i potenti del mondo hanno finalmente trovato un accordo economico e reli­gioso. L’unico rimpianto è che stiamo assistendo alla fine del pianeta senza opporci, consumati dall’inquinamento e dalle sofisticazioni alimentari, eppure conosco il significato dell’impermanenza: spesso si adatta al mio sentire di oggi.

Il susseguirsi delle stagioni non mi fa paura, le accolgo con la dovuta considerazione, ma senza la curiosità o la gioia delle aspettative. Ora che è estate è venuta a trovarmi Lilli, ultima nata nell’ordito familiare. Lei, per un po’, è capace di smuovere il volontario silenzio di questa casa. La sua venuta è un ciclone, fa e disfa, progetta e smantella, decide e accantona: vi assisto appagato della sua giovi­nezza. Arriva con persone che trascina con sé per l’attrat­tiva del mare a pochi chilometri e del giardino rigoglioso: la mia casa – qui le chiamano mas – in uno degli angoli più belli e raccolti della Provenza.

Quando inizia l’invasione, mi ritiro in una stanza ac­canto al giardino che ho munito di una poltrona e una li­breria. Svolgo il rito della solitudine, mentre lei e i suoi amici scorrazzano per il Midi. […]

L’ho vista attraversare la stanza con la falcata delle sue gambe lunghe: la figura sottile, i capelli nocciola, soffici, ricordano quelli di mia sorella. Sono contento che sia qui.

Le ore trascorrono, ritorno a guardare il cielo, mi perdo e, come mi accade da qualche tempo, squaderno il libro della memoria.

Chiudo gli occhi: i fatti della vita mi appaiono come un film in bianco e nero che con il trascorrere degli anni si trasforma in una pellicola a colori e poi di nuovo in bianco e nero. Così si è trasformato l’andare dei miei giorni. Ora mi vengono incontro le voci, i volti, si fanno largo nella penombra della stanza, mi parlano.

 

 

 

Parte Prima

 

1938

“L’altro giorno ho incontrato Rachele nei corridoi dell’università,” lo sguardo di Carlo si anima, le mani prendono vita con frenesia nel rivolgersi a Marcello, “aveva un’aria stanca, l’ho fermata per fare un po’ di chiacchiere, volevo sapere come le è sembrato il primo anno di università, non ne avevamo ancora parlato. Mi ha risposto in un modo strano, artefatto. È curioso, ricordo quasi a memoria le sue parole: ‘Ti svelo un segreto: sai cosa c’impone la società?’ ha assunto un atteggiamento saccente, ‘Savoir vivre, come dicono i francesi, sapere vivere, solo questo, niente di più. Ma poi che significa tutto ciò? È una finzione legata a regole, a comportamenti falsi – te lo dico io – imposizioni senza l’obbligo delle quali si è emarginati, non si vive. Eppure molte di queste imposizioni ci ingannano, dominandoci come un gregge muto.’ Non ti sembra eccessivo? Non è finita, ascolta il seguito: ‘E poi sapere cosa? Sapere di non sapere, di non conoscere tutto lo scibile della vita, le nostre pulsioni interiori, ciò che è bene e male? Insomma si potrà bere con profondità, con sazietà al calice della vita o è tutto dovere? Solo e sempre il dovere? Sarà questo il segreto per sopravvivere?’

Forse aveva avuto una brutta giornata e sono stato lo strumento di uno sfogo verbale o l’involontario ripasso di qualcosa studiato di recente e mal digerito. Un fervorino inutile come un libro stampato male, una lezione imparata a memoria senza impegno, nonostante sia una studentessa modello.

Avrei voluto dirle: non esagerare, non darti arie da sapiente, in te si nasconde qualcosa di diverso, che è al di là di queste affermazioni sputasentenze e mi piacerebbe scoprirlo.

Perché, sai Marcello, c’è un significato nel profondo dei suoi occhi che mi sfugge, che si perde lontano. Qualcosa di impossibile a descriversi. Avrei voluto dirle tutto questo ma non ho avuto il coraggio di farlo, lei mi disarma.”

Carlo ha sfiorato con la punta delle dita il ciuffo ribelle che si protende in cima alla fronte, stremato da tanto parlare. Quando nomina Rachele è tutto un accalorarsi, uno scalmanarsi: la verità è un’altra, Marcello la percepisce, gliela butta in faccia senza riserve.

“Ti piace Rachele, non negarlo, questo prendere così a cuore le sue parole nasconde, e nello stesso tempo denuncia, un interesse diverso da quello che potrebbe avere un semplice amico. Ti piace, questo è il punto.”

Carlo lo guarda come se lo vedesse per la prima volta, come si può guardare un marziano.

Intorno a loro l’estate sta per esplodere in un’aria greve, una calura ammalata, come presaga di accadimenti funesti, che porta con sé miasmi maleodoranti. I due giovani quasi non si accorgono di quel caldo soffocante che, lento, inizia a serpeggiare tra le antiche mura della città capitolina, rinchiusi come sono nei loro pensieri, nella giovinezza che tormenta e inorgoglisce, mentre la piazzetta solitaria che li circonda, il bar all’aperto dove sono seduti, nel muto silenzio sembrano ascoltare e prendere a cuore la storia di Carlo, quasi volessero abbracciarlo.

“È vero,” ammette Carlo, “Rachele mi piace da matti, forse ne sono innamorato marcio ma non ho il coraggio di dirglielo. Anzi, visto che hai compreso, ti chiedo di aiutarmi. Mi sei sempre stato vicino, complice e sodale sin dall’infanzia. Lei ti stima, ti vuole bene, a te darà ascolto.”

Marcello non risponde: Carlo è come un bambino che vuole essere accompagnato per mano, un ragazzino viziato, che ha sempre ottenuto tutto dalla vita, ora è la volta di Rachele, il capriccio di turno. Vorrebbe negarsi a questa pretesa ma s’impone l’affetto e uno spirito di sacrificio che l’obbliga nei confronti del cugino al di là di ogni volontà; un destino strano che si è consolidato negli anni, suo malgrado. Lui e Carlo, figlio del fratello della madre, sono cresciuti insieme.

Marcello è sempre stato protettivo nei confronti del cugino più piccolo di appena un anno e Carlo è sempre stato pronto a emularlo, a “pendere dalle sue labbra,” come ripetono tutti in famiglia. Sono cresciuti in simbiosi.

Chiamati da uno sguardo i due si voltano: Rachele spunta dalla strada che congiunge con il Portico d’Ottavia, l’antico ghetto ebraico di Roma. È bella di una bellezza tranquilla, eppure negli occhi neri di velluto a tratti lampeggia la tempesta, la voglia repressa di essere: un fascino che attrae, inquieta. Corre verso i giovani con un sorriso di perla, ondeggiando i capelli neri lucidi. Carlo è subito attratto dalla ragazza, a Marcello prende all’improvviso una malinconia profonda che gli invade lo stomaco, una nera amarezza di vivere. Distoglie lo sguardo dall’incanto di quella giovinezza. Non vuole che si sappia quanto amore c’è in lui per lei che non guarda nessuno, che cammina distante, che va oltre.

Aiuterà Carlo, è sicuro che per lui non c’è speranza. La verità è che ha un maledetto complesso d’inferiorità nei confronti del cugino e predomina anche ora che non sono più ragazzini. Carlo è di fisico slanciato, occhi verdi splendenti, con un certo carattere vorticoso che attira le donne. Lui è miope, gracile, non è alto quanto il cugino, non starebbe bene vicino a Rachele.

Da lontano compare un attacchino con una scala sgangherata, un rotolo di manifesti sotto il braccio e un secchio di colla. Poggia la stretta scala accanto al muro e affigge il manifesto. Un manifesto severo, con il profilo del Duce che si protende in primo piano, dietro di lui balugina la sagoma di una delicata vestale che con il braccio sinistro circonda il simbolo del fascio e con la mano destra mostra una spiga di grano. Le scritte sono in grassetto, i caratteri prendono corpo in dimensioni gigantesche, ossessive. Cosa dicono? È la propaganda fascista: si esibisce nei suoi concetti migliori. I giovani non si voltano a guardare il manifesto, ormai sono abituati a quelle immagini. La loro attenzione è tutta per l’esile ragazza avvolta in una leggera camicetta bianca e una gonna a tubo color crema che arriva quasi alla caviglia, con una fila di bottoni di madreperla sul davanti, a chiuderla. La ragazza è slanciata, filiforme, non ha bisogno di scarpe con il pesante tacco ortopedico come impera la moda, si accontenta di svelte ballerine che mettono in evidenza i piedi delicati. Rachele è la quintessenza della semplicità, eppure il suo corpo è un tale groviglio di fascino da permettere ai due giovani di fantasticare e immaginarne i seni, l’inguine, le cosce nascoste all’interno di quel semplice abbigliamento.

“Ciao, come stai?” è Marcello a parlare per primo, non ne può più di contemplarla in silenzio, gli sembra di essere avvolto dal dolore del mondo, tenta di rimuoverlo.

Rachele atteggia la bocca a un mezzo sorriso, Carlo continua a fissarla stordito.

“Per il momento tutto bene. Seguo i corsi, l’ultimo esame è andato benissimo, anche se noi donne non siamo ben viste negli ambienti universitari; non ci illudiamo, si preferirebbe vederci a casa a cucinare, accudire i figli e rammendare buchi nei calzini dei mariti. Che rabbia dover combattere contro la stupidità umana per studiare e avere un posto nella società.”

“Perché, qualcuno ti ha mancato di rispetto?” prorompe con foga Carlo, “a me non sembra”.

“Non si tratta di questo, sono le risatine ironiche di quando entro in aula carica di libri come un mulo da soma, ad esempio, oppure lo sguardo di alcuni professori quando m’interrogano, convinti che non sappia nulla e la loro meraviglia quando si rendono conto che sono preparata, che rispondo bene alle domande e supero l’esame. E poi…”

“Poi cosa?”

“Sono ebrea, lo sapete.”

“Dunque?”

“Non siamo bene accetti. Il governo fascista potrebbe seguire l’esempio della Germania. Conoscete le leggi promulgate a Norimberga nel ‘35, che attuano una vera e propria discriminazione della razza ebraica? Negazione del diritto di cittadinanza, perdita del diritto al voto, proibizione dei matrimoni tra ebrei e tedeschi e altre cose orribili. Lo so bene perché c’è un lontano parente di mio padre che ha sposato una austriaca non ebrea, una gentile, insomma. Vive a Vienna ed è spesso in contatto con papà. Da quando Hitler ha occupato l’Austria, non sa come difendere il suo matrimonio, i figli, la sua unione considerata di sangue misto è fuorilegge. Assurdo! Ho sentito dire proprio ieri da papà, che lo raccontava a mamma, che lui e la moglie hanno deciso di comune accordo di separarsi per non avere guai e proteggere i figli. Lei tenterà di partire con i figli, mentre lui dovrà escogitare un sistema per tenersi lontano dalla bufera. Ma prima di fare tutto ciò dovranno risolvere i problemi economici che sono sorti. L’amico di mio padre era un medico stimato, ora la sua clientela si è impoverita, è un ebreo da mettere al bando, non un medico da consultare. Capite la gravità? Sono nata a Roma, sono italiana e non ho mai pensato a differenze religiose o di razza, eppure c’è in giro un ostracismo sempre più evidente, temo che accadrà qualcosa.”

“Non ricominciare con i tuoi discorsi contorti e pessimisti. Sii ottimista per una volta,” la interrompe Carlo, “in fondo questo governo non è peggiore di altri, il fascismo ha i suoi lati positivi, bisogna riconoscerlo. Vedi scalmanati per strada forse? Non sei al sicuro nella tua casa, certa che nessun ladro la violerà? C’è ordine da quando Mussolini è al potere, senza contare tutte le opere pubbliche, le innovazioni che il Duce ha dato all’Italia, la bonifica delle paludi pontine, ad esempio. Sono certo che la politica italiana è diversa da quella tedesca, che il Duce non farà alcuna azione contro gli ebrei. Noi italiani non siamo portati a innescare metodi estremisti. Vedrai che l’annunciata visita di Hitler a Roma sarà un esempio di distensione. Mussolini è uno fermo nelle sue posizioni, non c’è nessuno, secondo me, che riuscirà a farlo capitolare, ad asservirlo ai propri progetti.”

Rachele e Marcello si guardano negli occhi stupiti: da quando Carlo è un convinto sostenitore del fascismo? Da quando è così coinvolto? Non capisce che si tratta di dittatura, che non si possono esprimere opinioni, che bisogna condividere per forza il credo fascista e tesserarsi, che non ci si può opporre al regime? Che non ci sono speranze se non c’è libertà?

Queste parole rintronano chiuse nelle teste di Rachele e Marcello che non osano dichiararle, sarebbe la fine della loro giovinezza, delle loro famiglie. Il confino, come minimo. Bisogna tacere, stringere i denti. Bisogna resistere.

“Sei d’accordo con me? Cercherai di non avere pensieri negativi? È facile, pensa solo alle cose belle” conclude in maniera superficiale Carlo.

Rachele mette il broncio per un attimo ma si riprende: “certo, è tutto chiaro, semplice. Nulla di difficile… Lascia stare… Ho sete” si rivolge a Marcello.

“Cosa vuoi bere?” dice lui, pronto ad accontentarla.

“Una bibita fresca, non sentite il caldo di oggi? Siamo quasi a maggio, l’estate è vicina. Finalmente. Il mare! Già la settimana prossima se il tempo è così vado a Ostia. Chi viene con me?”

“Noi” dicono i ragazzi all’unisono ridendo. Marcello chiama un cameriere e dopo poco arrivano freschi sciroppi di menta. I tre ragazzi sollevano i bicchieri e brindano all’estate, al mare, ai progetti futuri, godendo di quel piacevole liquido verde smeraldo.

“Andiamo a prenderci la crostata con le visciole, qui accanto c’è una pasticceria che la fa buonissima.”

Rachele quando s’intestardisce per qualcosa si comporta come una ragazzina: ora i suoi pensieri sono tutti occupati dalla crostata alle visciole che ricorda una ricetta ebraica della madre. Si alza di scatto, già corre verso la pasticceria. I due ragazzi la inseguono ridendo, Marcello riesce appena in tempo a pagare il conto.

La guarda affondare i denti nella fetta di pasta frolla da cui cola il dolce succo della marmellata. Se avesse in quel momento a portata di mano la sua macchina fotografica le scatterebbe una foto per conservarla, geloso, tra le altre che le ha fatto da quando si conoscono. Lei si è sempre fatta fotografare volentieri da Marcello, conosce la sua passione per le immagini, il cinema. Marcello ha un sogno nel cassetto: diventare regista cinematografico, scrivere e girare un film. Per ora si accontenta degli studi universitari, sognando la grande occasione.

“Ragazzi, devo andare,” Carlo lo distoglie dai pensieri, “mia madre mi aspetta per cena, non vuole che ritardiamo. […]

“Come mai hai scelto filosofia?” lo interrompe Rachele, “Non sarebbe stato meglio fare l’avvocato come tuo padre? Avresti trovato subito un lavoro!”

“Non mi piace il mestiere di mio padre, non mi è mai piaciuto. Mi piace il pensiero dei filosofi, la loro analisi sull’uomo. Mi piacerebbe insegnare filosofia, diventare professore universitario. Mio padre ha compreso e, piuttosto che avere tra i piedi un cattivo avvocato, preferirà avere un figlio filosofo. Per aiutarlo nella professione c’è tempo, potrebbe farlo mio fratello Giuseppe. Lui è pratico, giudizioso. Quest’anno si iscrive al secondo liceo e l’anno prossimo farà la maturità. Si vedrà, ma credo proprio che lui farà l’avvocato, è più adatto di me! Addio miei cari, ci vediamo domani pomeriggio.” Con un sorriso smagliante corre via.

“Non lo capisco,” Rachele sospira seguendolo con lo sguardo, “è una persona strana, sembrerebbe superficiale per molte sue affermazioni, invece ha scelto filosofia perché gli interessa studiare il pensiero dei filosofi, addirittura vuole diventare professore universitario. Per me Carlo è un bluff, scusami, lo so è tuo cugino.”

“Però ti attira” replica Marcello con un sorriso stanco.

“Cosa dovrebbe attirarmi in lui?”

“Non lo so, la bellezza forse? Le ragazze muoiono dietro la bellezza di Carlo, accade sempre così. Lui è ammirato e coccolato, le ha sempre avute tutte vinte: Carlo ha fascino e sa come sfoderarlo!”

“Mi credi talmente stupida o superficiale da essere attirata dalla sua bellezza?”

Occhi che fiammeggiano, Rachele sembra ergersi due spanne più in alto di lui che la guarda con un amore doloroso.

“Capisco! Però una cosa devo dirtela, l’ho promesso a Carlo. Oggi mi ha chiesto di aiutarlo, ha chiesto aiuto a me che sembro più equilibrato, o almeno lui così pensa. C’è un discorso che vorrebbe farti ma non ci riesce.”

“Cosa?”

Marcello china il capo, l’amore gli pesa sulle spalle come un macigno.

“Vuole farti sapere che è innamorato di te, innamorato marcio, ha detto così.”

Rachele è ammutolita, imbarazzata. Le ombre viola della sera avvolgono i due giovani.

“Se lo vuoi sapere l’amore non m’interessa, non per ora almeno. Mi interessa avere un posto che mi piace nella vita e devo conquistarlo con i miei studi, la mia fatica. Non voglio essere la mantenuta del marito di turno. Forse sarebbe normale a questa età avere il fidanzato, sognare di costruire una propria famiglia, ma a me non riguarda. […]

Rachele s’interrompe un attimo, ha il respiro affannoso a causa delle parole, veloci come un fiume in piena: “Odio pensare di essere baciata, toccata. Al liceo un compagno di classe mi moriva dietro. Stavo bene con lui, ho scambiato l’amicizia con l’amore. Ha provato a baciarmi. Quella lingua viscida, impastata alla saliva, che si spingeva vorticosa dentro la mia bocca, le mani che si muovevano dentro la camicetta mi disgustarono. Gli ho dato un calcio tra le gambe che lo ha fatto urlare dal dolore. Non gli ho più rivolto la parola.”

Marcello guarda la ragazza che ha il viso ancora atteggiato alla nausea.

“Eppure sono certo che quando arriverà l’amore lo riconoscerai, credimi.”

Rachele guarda Marcello con curiosità e affetto: se riuscisse davvero a cambiare, a lasciarsi andare, provare a innamorarsi, le piacerebbe che le accadesse con un uomo con il carattere di Marcello. Uno che sia dolce e affettuoso come lui, anche se per lei Marcello è come un fratello.

“Cosa devo dire a Carlo?”

“Che per ora non voglio impegnarmi, non voglio pensare a fidanzati e cose del genere. Digli che sono concentrata a studiare, se ne farà una ragione. Vado, mi aspettano per cena. […]

Rachele conclude la frase sfiorando la guancia di Marcello con un lieve bacio di congedo e via. La vede sparire nell’imbrunire. Quella tristezza di prima, la nera sofferenza saranno sue compagne quotidiane.

Il bar sta per chiudere, la piazza si è svuotata del tutto quando decide di andare via. Lo sguardo torvo del Duce lo segue lungo il perimetro che attraversa e non sa liberarsene.

(Riproduzione riservata)

© Avagliano

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La scheda del libro

Una storia d’amore e di amicizia fra tre giovani: i cugini Carlo e Marcello, e Rachele, una ragazza ebrea, che vive con la famiglia e sogna la libertà e l’autonomia, ambientata in una Roma testimone di accadimenti fondamentali. Le vicende si svolgono nell’arco di due epoche: la Seconda guerra mondiale e gli anni ’70. In un metaforico “bianco e nero” il romanzo riavvolge il nastro della storia d’Italia accompagnando Carlo, Marcello e Rachele nel corso degli anni. Così, li vediamo nel loro amore tormentato accendersi di sogni, passioni, progetti, ma anche piegarsi per le delusioni, le separazioni, le assenze, le scomparse. Questo libro è anche un sentito omaggio al cinema italiano di quegli anni e ad alcuni dei suoi maestri. Del cinema qui si parla in maniera necessaria, così come si discute dei fatti della vita. Non a caso alcuni momenti peculiari del romanzo si svolgono all’ombra di indimenticabili capolavori cinematografici.

 

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Una terra imperfettaUno stralcio del romanzo UNA TERRA IMPERFETTA, di Delia Morea (Avagliano editore, pagg. 380, euro 16)

Napoli durante gli anni fulgidi della Belle Epoque e dei Caffè Concerto. Momento di cambiamenti epocali che prelude al Novecento. Un prologo inquadra l’epidemia di colera che colpì Napoli nel 1884, e sottolinea la dolenza e la contraddizione di una città preda di grandi sconvolgimenti e di grandi entusiasmi. La vicenda si snoda, poi, attraverso gli anni che connotarono Napoli, al pari di Parigi, come capitale del divertimento, delle chanteuse ma soprattutto dei grandi poeti e del trionfo della canzone napoletana romantica. Nel libro alcuni personaggi realmente esistiti nella Napoli di fine Ottocento e degli inizi del Novecento convivono con altri puramente inventati. Tra le figure reali che popolano il romanzo: Elvira Donnarumma, Gennaro Pasquariello, Salvatore di Giacomo, Eduardo Scarpetta, Matilde Serao, Gilda Mignonette, descritte seguendo un filo di memoria storica collettiva che dà conto della traccia indelebile che tali nomi hanno impresso all’arte e alla creatività napoletana. Una città che tira a lucido la sua immagine con una legge sul Risanamento dei quartieri degradati, con la costruzione dell’imponente Galleria Umberto I, con l’edificazione di nuovi eleganti quartieri. Napoli con le sue miserie e il luccichio del varietà: terra imperfetta e, forse proprio per questo, affascinante. Nel libo ricorrono elementi dialettali e termini ormai fuori uso che permettono di risentire il suono di un tempo passato, tutto da riscoprire.

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Via Toledo quella mattina brulicava di gente di tutte le razze. Un sole leggero riscaldava l’aria che profumava di fiori e salsedine. Il primo tepore della primavera, dopo un inverno tra i più piovosi, induceva la gente a riversarsi per le strade. Carrozze ondeggiavano sugli antichi basoli di piperno stretti e sconnessi che lastricavano Toledo; dai confinanti vicoli dei Quartieri Spagnoli calavano decine di scugnizzi vocianti. L’unico divertimento di questi ragazzini costituiva nell’aggrapparsi alle ruote delle carrozze, tentando una improbabile scalata per cercare una comoda sistemazione, mentre i cocchieri che tenevano a bada i cavalli li minacciavano con pugni ed improperi.
Le guaglioncelle pagate a cottimo dalle modiste correvano con cappelliere e pacchi di ogni sorta a fare consegne, i caffè all’aperto pullulavano di avventori che godevano dell’inizio della bella stagione. Alcuni uomini avevano indossato giacchette a quadrigliè e pagliette in ossequio alla moda. Seduti ai caffè e in giro per le strade si vedevano anche molti stranieri: Napoli era sempre stata una della destinazioni preferite dei viaggiatori del Grand Tour. Il viaggio era fonte di svariate esperienze, come era accaduto per lo scrittore tedesco Goethe. Così aveva una doppia valenza: ai giovani serviva per perfezionare la propria educazione, accumulare competenze ed esperienze per affrontare, una volta tornati in patria, la vita adulta; per gli artisti era motivo di molteplici ispirazioni che avrebbero trovato posto nella memoria della loro arte. Per tutti il viaggio costituiva un mezzo di conoscenza, assecondando la naturale vocazione dell’uomo che è da sempre l’attitudine all’acquisizione del sapere. Napoli era frequentata per le sue bellezze, per l’esotismo delle sue tradizioni, per una certa fama leggendaria di città gaudente, gioiosa ed insieme tenebrosa. Spesso diventava luogo d’elezione e musa ispiratrice dei visitatori, per l’attrattiva che promanava dai monumenti, dalle seduzioni naturali e archeologiche dei suoi dintorni e dal mare.
Il mare di Napoli affascinava chiunque lo contemplasse, specialmente se ammirato dall’alto della collina di Posillipo, il cui nome, di origine greca, significava “riposo dal dolore”.
Una terra imperfettaIn quel momento, però, la gente che affollava l’arteria principale del centro cittadino sembrava tutta concentrata a guardare l’installazione di nuovi cantieri di lavoro che avrebbero determinato rinnovamenti architettonici.
Il giovane Davide Santocuore, con la punta di un guanto color perla, si scrollò dal bavero della giacca i granellini di polvere che l’ennesima carrozza aveva sollevato. La zona che stava attraversando era tutta un corpo di fabbrica. Abbattute strade, alberghi e case, si era varato un progetto importante: costruire un’ampia Galleria con alcuni varchi nel cuore di Napoli, che desse lustro e maggiore importanza a un sito prediletto da molti. I reali sabaudi si erano accorti delle bellezze di quella città – rifletteva Santocuore – e Napoli rientrava nei disegni prediletti, non fosse altro per la vivacità culturale che non aveva fine e che la poneva al pari di Parigi di cui s’imitavano le mode, s’intrecciavano rapporti, si scambiavano i talenti artistici. La verità più profonda – si trovò a considerare ancora tra sé Davide che giocoforza si fermò per colpa dei lavori che intralciavano il passeggio – era che il Governo aveva deciso che quella zona andasse bonificata, come era accaduto per il progetto riguardante lo sventramento dei quartieri Porto, Pendino, Mercato e Vicaria. In questi luoghi, che si estendevano in una area ai piedi dell’antico centro greco-romano, la gente viveva come in una insana palude a causa di una falda sottostante il livello del mare, in contatto promiscuo con un antico sistema cloacale che inquinava i pozzi di acqua potabile. In quei quartieri l’ultima epidemia di colera aveva maggiormente flagellato la popolazione; per le precarie condizioni igieniche in cui versava la gente c’era stata la più elevata quantità di morti e in pochissimi giorni. La miseria albergava ovunque, si viveva in squallidi edifici, circondati da rifiuti. Così, mentre bonifiche e sventramenti si susseguivano, famiglie intere erano state scacciate dalle loro abitazioni nel frattempo abbattute, famiglie costrette a rimpolpare le fila di quelli che vivevano per le strade o nelle caverne sulle colline della città, in attesa che anche per loro si varasse un piano regolatore di nuovi alloggi. Per di più l’esercito di poveri aumentava di anno in anno a causa di una natalità altissima.
“Tutto sommato sono stato fortunato fino a oggi” l’osservazione sfuggì a Davide ad alta voce.
Il giovane in qualche modo aveva schivato le maglie di una vita indigente e povera, nonostante il suo mestiere lo facesse vivere sempre nell’incertezza, in bilico tra successo e povertà. Egli era un vero talento canoro, aveva debuttato giovanissimo in uno di quei nascenti e piccoli caffè concerto napoletani che avrebbero fatto la fortuna di molte ugole d’oro della città. Aveva dimostrato subito disinvoltura e attitudini di cantante brillante, duettando con altri giovani di talento e guadagnandosi il favore del pubblico. Ora si apprestava ad un nuovo incontro artistico che lo avrebbe affrancato a maggior ragione da una esistenza di indigenza allontanando da sé lo spettro di ritornare nella triste zona della Vicaria dove era nato.
Mentre mandava via da sé cattivi pensieri di fame e miseria, continuava a sbuffare: tutta quella polvere gli dava fastidio. Gli bruciava gli occhi, imbiancava i folti capelli castani, pettinati secondo la moda che li tirava a lucido con un ciuffo alto e imbrillantinato, sciupava il vestito nuovo ʼngignato per l’occasione.
Aveva fretta, doveva trovarsi a tutti i costi a mezzogiorno in punto nei locali della Birreria Monaco. Non poteva fare attendere il commendatore Giuseppe Resi. Quell’appuntamento era importante per lui, l’ingaggio che stava per firmare l’avrebbe sospinto sempre più verso le altezze della notorietà: uno dei ritrovi in voga di Napoli gli apriva le braccia e lui non se lo sarebbe fatto scappare.
Superò i calcinacci che si ammassavano lungo la parte finale di via Toledo, e a passi veloci svoltò a destra, imboccando il varco che lo avrebbe condotto verso la strada chiamata Santa Brigida, in onore della statua della santa di origine svedese che dimorava nella chiesa omonima. In quei pochi attimi fu tutto uno stringere di mani, di gente che si complimentava con lui, di colleghi meno famosi che cercavano di bloccarlo per domandargli di audizioni, di scritture, e in quale locale – secondo lui – era meglio presentarsi per chiedere lavoro.
Santocuore sorrise a tutti ma non si soffermò: doveva essere assolutamente puntuale, non poteva perdersi in chiacchiere inutili. Avrebbe avuto tempo, dopo, di parlare con gli artisti, o pseudo tali, che affollavano le vie del centro, la cui abitudine era quella di frequentare assiduamente quei luoghi per intessere relazioni lavorative, concludere contratti, mettersi in mostra o solo spettegolare sulla stella del momento dei caffè concerto.
Annina quella mattina era di malumore: lei e Pasqualino avevano camminato a lungo ed ora si trovavano, come tanti, lì nel cuore della città per acchiappare qualche notizia di eventuali ingaggi in uno dei locali intorno. Avevano deciso di formare un duo: lei aveva una bellissima voce, oltre agli anni di esperienza al seguito del padre e lui aveva un carattere buffo, un talento comico naturale e possedeva anche doti canore. Avevano un progetto che al momento stava miseramente naufragando.
Annina non ne poteva più e preso il braccio del fedele amico, lo strattonò: “Pasquali’, sono stanca, che ci facciamo? È un’altra giornata a vuoto. Voglio andare a casa, mio padre ha bisogno di me e se mi cerca e non mi trova si vede perduto. Mi devo rassegnare a tornare da donna Amelia a cucire i fiori di velluto e le piume sui cappellini delle signore ricche, ammazzarmi di stanchezza per le consegne. Speriamo solo che non sia troppo tardi. Lʼappiccico con Ninuccia, quella strega della sua aiutante, mi è costato due giorni di paga. Speriamo di poterci ritornare. Papà non sa nulla. Crede che io sia al lavoro. Sono due giorni che vaghiamo in cerca di una scrittura. Mi accontenterei anche solo di poter fare alcuni numeri di papà e tu saresti il mio aiutante, che dici? Ma niente… niente. E sono preoccupata per mio padre. Che gli racconto? Come potremo sfamarci? Speriamo solo che la signora Titina abbia parlato con donna Amelia. Ieri sera ha promesso che l’avrebbe fatto.” Pasqualino la guardò con i grandi occhi neri carichi di tristezza. Lui l’adorava, Annina. Erano amici sin dalla più tenera infanzia. Compagni di giochi, cresciuti insieme nel buio dei vicoli del Mercato. Giocavano per strada a strummolo e a mazza e pivezo, almeno lì si stava meglio che nelle stanze strette e soffocanti dove dormivano gli uni sugli altri. Pasqualino, orfano e senza fissa dimora, viveva della carità altrui, ospitato ora da un amico, ora da un conoscente. Spesso la madre di Annina, che Pasqualino venerava come la sua stessa madre, l’aiutava aggiustandogli una coperta per la notte in qualche angolo della casa loro. In questi frangenti la sua felicità era alle stelle perché poteva essere più facilmente accanto ad Annina. Da quando Estrelita era morta non aveva osato chiedere ospitalità a quella gente: per timidezza, per scuorno – diceva a se stesso – anche se l’amicizia con Annina non si era mai interrotta ma, anzi, rafforzata col passare degli anni. Annina era la sua dea, l’idolo da contemplare. Pasqualino era brutto, fili- forme e gibboso, con un naso che gli deformava il viso, con l’unico vezzo di essere un campione al gioco dello strummolo e per questo tutti gli avevano affibbiato il nomignolo di Strummillo.
Tutti tranne Annina e quel dottore svedese, il dottor Munthe, che aveva attraversato Napoli come una meteora ai tempi del colera dell’84, diventando per lui un angelo custode, un benefattore col quale era rimasto in contatto. Il dottore non lo aveva abbandonato: prima di andare via, aveva provveduto ad intestargli dei soldi per toglierlo dalla strada e dargli un minimo d’istruzione in uno di quegli Istituti assistenziali creati apposta per gli indigenti, dove aveva trascorso gran parte del suo tempo di quegli ultimi anni, anche se l’indole scugnizza aveva poi prevalso facendolo allontanare, infine, dalla casa assistenziale. Però durante il periodo in cui ne era stato ospite aveva imparato a scrivere al dottore per informarlo costantemente dei suoi progressi, della sua vita e che sperava di rivederlo.
Sapeva che Munthe desiderava trasferirsi in queste zone. Rispondeva alle sue lettere affermando che presto l’avrebbe fatto, sarebbe tornato nei luoghi che tanto amava.

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Il più recente libro di Delia Morea si intitola “Lazzari e scugnizzi di Napoli. La lunga storia dei figli del popolo napoletano”, scritto insieme a Luisa Basile e pubblicato da Newton Compton

La storia napoletana è legata strettamente alla sua gente e, in particolare, agli scugnizzi. I ragazzi di Napoli sono presenti in ogni epoca: lazzaroni, guagliuni, sciuscià rappresentano il carattere intrinseco e forse l’emblema del popolo partenopeo. Ma dietro la facciata oleografica che li vuole sempre sorridenti e distesi al sole – a cogliere il lato divertente della vita – esistono storie di miseria, di dolore e di degrado. Questo libro ripercorre le infinite vicende degli scugnizzi: dai ragazzi «tinti di volto» che seguivano il capopopolo Masaniello, ai lazzari del 1799, per giungere agli ardimentosi, piccoli eroi delle Quattro Giornate di Napoli. Ma non dimentica i momenti di aggregazione festosa, come la festa di Piedigrotta, di cui gli scugnizzi sono protagonisti, né l’ispirazione (nel teatro, nella musica, nel cinema, nella pittura e nella scultura) che i ragazzi hanno sempre fornito ai grandi artisti della città, non di rado essi stessi scugnizzi per vocazione o per radici.

 

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