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IL MIO AMICO di Daniela Matronola (intervista)

ottobre 26, 2020

“Il mio amico”, raccolta di racconti di Daniela Matronola (Manni)

Intervista a cura di Simona Lo Iacono

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Chiunque scriva sa benissimo quanto profonda sia l’affinità tra la parola e la cura. Quanto squarcio abiti il segno. E quanta affinità esista tra il medico e lo scrittore.
In realtà, chi scrive lo fa per accudire se stesso, per ripararsi da un dolore. Un dolore taciuto, che solo la scrittura svela.
Narrando infatti solo in apparenza diciamo, in realtà creiamo qualcuno a cui dire. Perché la parola, nata per comunicare con l’uomo, fuoriesce invece per trovarlo.
Non si scrive mai per chi c’è già, ma solo per chi si cerca.
Ecco perché nella raccolta di racconti “Il mio amico“ di Daniela Matronola (Manni), l’autrice immagina che il suo personaggio sia un amico. Qualcuno che non solo ascolti, ma sappia anche curare. Un medico. Anzi di più, un anestetista.
Un personaggio quindi che riconosce il dolore prendendolo in sé. E che riesce ad anestetizzarlo rendendolo meno feroce, meno cattivo.
Daniela quindi non solo scrive per cercare un amico, ma lo trova scrivendone. E a quest’ amico consegna tutta la fragilità della ferita. Ossia, tutta la storia.
Lo fa senza disegnare però un andamento cronologico, ma saltando nella vita del suo amico con familiarità e grande intimità.
Lo fa parlare quando lui si scopre fragile, e da medico diventa malato. Gli fa sperimentare le agonie di una diagnosi, i tempi supplici della corsia, l’attesa e lo slancio di chi lo ama.
Lo vede incaponirsi in prese di posizione che nascono da falle, da rapporti irrisolti in cui ha perduto. Lo piange quando gli mette in cuore l’ombra di un padre che lascia la famiglia, consegnandolo al ruolo di chi dovrà per sempre inseguire una assenza.
Lo fiuta finanche nell’arrotolarsi delle lenzuola di carta di una cuccetta, perso in quella forma contemplativa che per lui è la lettura e che glielo rende caro e promiscuo, indebitato con un mondo tutto interiore, che non lascia scampo all’esterno.
Daniela conosce bene il suo amico.
E per questo non gli fa sconti, non lo rende più bello di quello che potrebbe essere, né più forte. Lo ama anzi per quella sua radice malata che sa risanarsi, per quella incrinatura che lo ha predestinato a soccorrere gli altri. Lo afferra per la collottola e gli impone di esistere, ma poi lo ammanta di ironia e lo lascia prendere il comando, perché tra amici è così, ci si ingegna a farsi strada nella notte.

– Daniela, le chiedo, a tergo del tuo bellissimo libro dici che il tuo amico è comparso per la prima volta il 23 settembre 1991 e che tu iniziasti a sorridergli. Un sorriso destinato all’invisibile, e quindi in grado di portarti lontano, anzi “oltre”. Come hai fatto a capire che era un medico?
imageL’ho saputo istantaneamente. Non saprei spiegare perché. Del resto non è che io mi sia messa a tavolino a “costruire” il personaggio come prescrivono i manuali codificati di composizione. Come sempre mi capita, è l’intuizione a guidarmi. Quando Mauro si è presentato, lo ha fatto con una sensazione di stretta allo stomaco. Non so a tutti voi, a te, ma a me questo succede quando sorge un desiderio che è fatto di tenerezza e di ansia di possesso nello stesso momento – come quando scopriamo un prodigio e subito, mentre gioiamo per averlo trovato, sentiamo che potremmo perderlo con la stessa facilità con cui lo abbiamo avuto dalla sorte. Il sorriso si fa irrefrenabile come la gioia compatta che si impossessa del nostro essere, ma subito una punta di dolore mina questa compattezza: è la paura della perdita. Nessuna delle due parti prevale – entrambe si giocano le vesti della nostra anima. Conteniamo drammaticamente entrambe le posizioni.

Sebbene il tuo amico non abbia segreti per te, siete un uomo e una donna, conservate una vostra personalità. Cosa ha da dirti il tuo amico sulla letteratura? E sulla medicina?
Sulla medicina mi ha detto molto. Per esempio, che non basta curare, bisogna anche “prendersi cura”, rispettando l’integrità della persona. Non è un sentimento cristiano il suo, è una valutazione razionale di quanto il benessere totale della persona incida sul contenimento o nel risanamento della malattia locale. In realtà c’è della vera bontà in questo atteggiamento, ma lui, Mauro, non lo ammetterà mai. Sulla letteratura e sulla lettura pure mi ha detto molto. La lettura per lui è stata negli anni della sua adolescenza anche un modo per pedinare suo padre, attraverso le annotazioni, le sottolineature, tutti i segni che suo padre ha lasciato come tracce da seguire nei propri libri. Nella letteratura, Mauro ha rintracciato le “figure” che gli hanno fornito le chiave simboliche per “leggere” il mondo. Addirittura gli hanno fornito i modelli del paziente senza pazienza che lui è stato per un certo periodo, credendo di offrire una versione realistica di sé al suo analista – il quale come scopriamo … bè, lasciamo che ognuno lo scopra da sé.

Il tuo amico è un uomo ferito. Ha un padre al quale non vuole concedere una riconciliazione, ma in realtà lo ama e lo cerca. Non pensi che la mancanza di paternità sia uno dei problemi principali del nostro tempo?
Sì, a prima vista il punto della questione pare essere questo. In buona parte lo è. La verità è che in un mondo come il nostro in cui, per ottimi motivi, sono stati “sbloccati” molti ruoli predefiniti – perché è giusto che nelle relazioni, e nel sistema sociale che le rispecchia e che esse animano, siano svincolate da ogni calcolo e da ogni prevenzione le espressioni più genuine, più autentiche – proprio questa caduta di ogni limite abbia portato con sé lo spalancarsi di un campo aperto, senza confini, in cui è elettrizzante pascolare liberi, ma non si trovano neppure sponde o punti d’appoggio. Una libertà larga paradossalmente lascia margine ampio allo spaesamento e alla confusione. Confusione in tutto: Mauro è confuso su chi è suo padre, su come si è comportato e si comporta, e su un dilemma che lo ha sconcertato e bloccato: se fosse diventato padre, che genere di padre sarebbe stato. Edward St. Aubyn ci ha costruito sopra la saga dei Melrose, però lì ci sono vicende di abuso, di alcolismo e tossicodipendenza, tutto molto più “romanzesco” benché tutto tragicamente vero, anzi autobiografico. Ho visitato un antico castello dei St Aubyn in Cornovaglia, la guida ci ha tenuto a negare recisamente che i proprietari siano imparentati con lo scrittore: sospetto che non solo la parentela ci sia ma sia stretta.

Se potessi dire adesso una parola al tuo amico. Cosa gli diresti?
Forse per prima cosa lo ringrazierei di essersi presentato e di avermi anche educata. Poi gli direi quello che gli dico ogni giorno: sei il matto che mi piace di più al mondo. Non perché sia uno che dà in escandescenze. Tutt’altro. È misurato e distante. Ciò che gli invidio è proprio la calma con cui si pone di fronte a qualunque cosa. Gli invidio molte altre cose ma vorrei che i lettori le scoprissero da sé. Mi trovo spesso a chiedermi come si comporterebbe lui in un determinato frangente, o cosa direbbe. Ma ciascuno di noi è, diversamente da quanto si dice, insostituibile, unico e irripetibile. So che lo pensa anche lui. So quindi che Mauro è un romantico “tecnico”, poco incline a–, anzi negato per–, qualunque sentimentalismo. Per nulla privo o avaro di sentimenti, invece profondo e asciutto nel relazionarsi con gli altri e prodigarsi per loro. Un impegno anche sul fronte dei diritti umani: maneggiare con cura la materia del dolore fisico è per lui una questione di difesa del diritto sacro e inviolabile a non soffrire e di rispetto della dignità personale.

Daniela, grazie per averci consegnato il tuo amico. È diventato anche il nostro.

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La scheda del libro: “Il mio amico”, racconti di Daniela Matronola (Manni)

“Matronola racconta di avere sorriso a questo suo amico-personaggio, a questo amico invisibile, quando gli è comparso. «Se sorridi a tutte le cose invisibili, allora hai fatto il salto della soglia» scrive. E ci fornisce le due chiavi forse più importanti per leggere il suo lavoro: un esperimento fatto per domare il dolore, dunque la realtà, con l’intelligenza del linguaggio; la possibilità di divertirsi, di volgere lo sguardo altrove, sorridendo all’invisibile”. (Paolo Di Paolo)

Quattro racconti con un unico protagonista: Mauro, anestesista presso l’antico ospedale sul Tevere, sa tenere a bada il dolore – il proprio e l’altrui. Per scoprire chi è, ha attraversato un’intera vita, e solo per accumulo ha capito che tutto ciò che disperava di poter mai meritare è stato di gran lunga superato dai fatti. Il vero cuore è la sua fortuna.

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Daniela Matronola è nata nel 1961 a Cassino, vive ed opera a Roma. Lavora nel campo letterario militante sia inglese che italiano, collabora a varie testate nazionali e a blog del settore.

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