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L’EREDITÀ DEI VIVI di Federica Sgaggio: incontro con l’autrice

ottobre 30, 2020

“L’eredità dei vivi” di Federica Sgaggio (Marsilio): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Federica Sgaggio vive tra Verona, dove è cresciuta e dove ha lavorato come giornalista, e Galway, in Irlanda, dove studia letteratura inglese. Ha pubblicato i romanzi Due colonne taglio basso (Sironi 2008) e L’avvocato G. (Intermezzi 2016), e il saggio Il paese dei buoni e dei cattivi. Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare (minimum fax 2011). Nel 2015 ha curato con Catherine Dunne la raccolta italo-irlandese Tra una vita e l’altra (Guanda; uscito con il titolo Lost Between: Writings on Displacement per New Island Books).

È appena uscito, per Marsilio, il nuovo romanzo di Federica Sgaggio intitolato L’eredità dei vivi.

Su questo libro, Catherine Dunne ha commentato: «Dal momento in cui l’ho incontrata, Rosa mi ha catturato. Con tutti i suoi difetti, non è un personaggio che si dimentica facilmente».

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Ho sempre pensato che la storia di mia madre avesse qualcosa da dire al mondo», ha detto Federica Sgaggio a Letteratitudine. «Adesso che mi capita di parlarne in giro, mi rendo conto che le persone che hanno letto “L’eredità dei vivi” o mi sentono per la prima volta parlare di lei – di Rosa Sammarco vedova Sgaggio nata a Solofra in provincia di Avellino e morta a Verona – la vedono come una specie di eroina della dignità del figlio disabile. Al suo funerale veronese (ne ha avuti due), le persone che erano venute per me mi si avvicinavano e mi dicevano che avrebbero voluto conoscerla da viva. Ma la sua è stata solo la storia di una donna.
Certo: era una donna speciale, ma il suo essere speciale era la combinazione di due cose semplici e contraddittorie solo in apparenza: la sua inesausta gioia di vivere, e il suo costante rimontare uno svantaggio: quello di terrona al nord; quello di madre di un figlio che un errore medico ha reso incapace di badare a se stesso; quello di donna con la licenza elementare che, in nome di un bambino, si mette a far politica negli anni Settanta e scopre De Andrè e Basaglia, Pia Covre e il femminismo, il Pci e i Radicali…
Il romanzo è la sua storia, ma la Rosa del libro non è mia madre: è un personaggio che ruba qualcosa a tutte le donne che hanno creduto nella giustizia – no: nel diritto ai diritti – e sono finite sconfitte, a contemplare impotenti i cadaveri di tutte le loro utopie; donne paralizzate in una disperazione e in uno sfinimento a cui – dopo l’annientamento della politica che dagli anni Ottanta in poi sembra essere diventato la cifra del nostro vivere sociale – nessuno ha mai nemmeno riconosciuto l’onore delle armi.
Ma il romanzo è anche la storia di una maternità e di una ‘figlità’ bambina e poi donna; ma – anche qui – sono maternità e ‘figlità’ romanzesche che prendono qualcosa alla maternità e alla ‘figlità’ di tutte le madri e tutte le figlie che la vita ha collocato nel guscio dello stesso uovo, intimo e permeabile, a sostenere l’una il respiro dell’altra in una simbiosi rovinosa, inevitabile eppure prodigiosamente feconda. È la storia di una maternità che imprigiona la figlia eppure riesce a darle la chiave per liberarsi dalle catene; la storia di una ‘figlità’ a cui viene imposta l’illusione dell’onnipotenza e – infine – viene fatto il magnifico dono dell’impotenza: è solo quando smettiamo di sentirci responsabili delle vite degli altri, credo, che possiamo assumere la responsabilità della nostra.
La storia asseconda l’andamento a risacca delle associazioni di idee; usa la tecnica del racconto nel racconto; parla in prima, in seconda e in terza persona; ed è scritta con una lingua serenamente asciutta. Come ha commentato la scrittrice irlandese Catherine Dunne, «la voce della narratrice è un sussurro intimo, compassionevole e spietato, tanto nel ritratto della madre quanto in quello della figlia».
Siamo abituati a pensare che le nostre storie non interessino a nessuno, perché sono piccole e normali. Ma sui nostri corpi metaforicamente piccoli e normali la storia con la “s” maiuscola lascia sempre la sua impronta: il mio libro racconta, con austerità e frivolezza, di quest’impronta e di questi corpi.
Sono felice di pensare che mia madre entra nelle case di chi mi legge».

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Estratto da L’eredità dei vivi (pp.304-305) di Federica Sgaggio. Marsilio, pp. 332, euro 17.00

L'eredità dei vivi

Vorrei avere immagini animate di lei nel pieno delle sue energie.
Per esempio, di lei che, trentottenne, nella colonia estiva a Cesenatico alla quale per un’unica volta partecipammo insieme ad altre famiglie di handicappati, pretese che i pasti venissero serviti in stoviglie di ceramica invece che nelle scodelle di metallo. «I’e rive’ le boche bele da Varona» – sono arrivate le bocche belle da Verona – commentavano le altre madri con scherno. La mia replicava che era una questione di rispetto. Parlo con la direttrice, ne nacque un’imprevedibile simpatia, e andò a finire che anche le bocche brutte ebbero finalmente il diritto di mangiare come gli esseri umani che esse stesse, forse con qualche buona ragione, dubitavano di potersi considerare. «Già dobbiamo pulire i cessi a turno come se fossimo serve» diceva mia madre, a capo dell’ennesima piccola falange di rivoltose che si tirava dietro con la fatica di un condottiero armato delle sue sole parole. «Ci mancherebbe che dovessimo pure mangiare nelle scodelle di metallo!»
La mensa era una sala immensa, disadorna e deprimente. «Arrivava certa pasta» raccontava alle mie zie, durante le tavolate estive a casa dei nonni. «Era cosi sfatta che ti faceva rivoltare lo stomaco. E arrivava su certi cosi alti, sopra certe ruote…» Il carrello portavivande da comunità diventava un temibile oggetto misterioso senza nome. Tutto, pur di prendere distanza da quella cosa miserabile come la colonia. Mia nonna Carmela aveva inventato una parola bellissima: “poverile”. Ecco: la colonia era poverile; così intensamente poverile che i termini d’uso comune erano inapplicabili e la nomenclatura ordinaria non offriva definizioni adeguate.
Il turno di pulizia dei bagni di mia madre e della Nina, la madre di Filippo delle bave, fu presto leggenda familiare.
Avevano cominciato, ma poi a mia madre era venuta voglia di fumare, così le due erano andate in giardino pensando che i lavori li avrebbero proseguiti più tardi. Solo che nessuna di loro tenne a mente che il rubinetto a cui era collegata la canna dell’acqua che finiva nel secchio era rimasto aperto.
Quando se ne ricordarono, il bagno e le camerate erano già allagate. Per asciugare l’acqua si spezzarono la schiena.
A mezzogiorno, in sala mensa, la direttrice della colonia parlava ogni giorno a tutti tramite un interfono amplificato. Si trattava di comunicazioni perlopiù di servizio e notizie sugli orari delle messe. Quella mattina, però, ci fu un avviso in più: «Volevo congratularmi con la signora Sgaggio e con la signora Bindinelli per il modo in cui hanno pulito il bagno e le camerate.» Io che c’ero mi ricordo benissimo il rumore delle forchette deposte sui piatti e, subito dopo, il fragore dell’applauso fantozziano.
Mia madre non sapeva se ridere o protestare per l’umiliazione. Ma l’idea che tutto quel gran pulito fosse nato da una trasgressione dev’esserle piaciuta molto: e nel raccontarla si è sempre fatta grandi risate. Sarà stata anche una boca bela, ma le bocche brutte le aveva battute sul loro terreno: era andata a sconfiggerle al cesso.

(Riproduzione riservata)

© Marsilio

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La scheda del libro: “L’eredità dei vivi” di Federica Sgaggio (Marsilio)

L'eredità dei vivi Alla fine degli anni Cinquanta, Rosa si trasferisce dal Sud al Nord d’Italia. È una donna intransigente, una combattente. Insegna a sua figlia – colei che ci racconta la storia – che il primo comandamento cui ogni donna deve obbedire è: «Non piangere.» Ed è anche la madre di Francesco, che a causa di un incidente occorso subito dopo il parto soffre di una forte disabilità. Così lei lotta per rendere migliore la vita del suo bambino, e la sua diventa presto una lotta per i diritti di tutti coloro che non possono combattere per se stessi.
Nel romanzo, Rosa è una madre della quale la figlia racconta la vita; ma è anche, semplicemente, l’Italia: l’Italia ancora stordita dalla guerra degli anni Cinquanta, quella euforica dei Sessanta, quella turbinosa dei Settanta, quella privatizzata degli Ottanta, quella svuotata dei Novanta. Un’Italia, Rosa, messa alla prova: da un marito da cui sceglie di fuggire, dalla disabilità del figlio, dalla figlia con la quale il rapporto è tanto stretto quanto conflittuale, dai cambiamenti sociali e politici che le avvengono intorno. Ma anche la figlia, che ricorda e racconta, è l’Italia: l’Italia d’oggi, quella che non intende rinunciare alla propria storia, e che vuole inventarne una nuova.
L’eredità dei vivi è la storia di una donna, di una famiglia, ed è un romanzo politico, se politica è la lotta da combattere per attraversare i cambiamenti, per godere dei propri diritti, per avere la vita che si desidera avere. E questo romanzo ci dice che anche i sentimenti, anche i corpi, soprattutto i corpi, sono intensamente politici.

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