Home > Brani ed estratti, Recensioni > MALINVERNO di Domenico Dara (recensione)

MALINVERNO di Domenico Dara (recensione)

novembre 4, 2020

“Malinverno” di Domenico Dara (Feltrinelli): recensione e brani estratti dal libro

* * *

di Maria Zappia

È una lettura lieve e fiabesca quella che si ricava dall’ultimo romanzo di Domenico Dara. L’opera si intitola Malinverno dal cognome del protagonista, un bizzarro bibliotecario esperto di letteratura che si barcamena, con spirito intriso di stoicismo e parecchie inquietudini sentimentali, tra il cimitero comunale e la biblioteca del paese del borgo di Timpamara. Eh sì perché per volontà dell’autore, Astolfo Malinverno, l’io narrante dell’intera fabula, svolge al contempo due funzioni di carattere impiegatizio: quella di custode del cimitero e quella di bibliotecario. In entrambe Astolfo eccelle per doti caratteriali e per spirito di condiscendenza che esprime nell’un caso verso i frequentatori del luogo dedicato alle sepolture, nell’altro verso i lettori. Per la serafica e filosofica predisposizione ad accettare gli eventi della vita assecondando le circostanze Astolfo si trova difronte a esperienze svariate con personaggi dai nomi evocatori di episodi letterari come Malselprù, Ortìs, Armida, Volfango, Victorùgo Achille Serrasanbruno, Abelardo Calanna e così via. Nomi evocativi di storie e di libri che gli abitanti di Timpamara, per una strana vicenda legata ad una cartiera, divorano come pane quotidiano. Ovviamente solo in apparenza le due attività del protagonista sono antitetiche. Nei fatti Astolfo è un affabulatore che registra le esperienze realmente vissute dei compaesani durante l’ultimo viaggio e coglie in pari misura i fatti contenuti nelle finzioni letterarie dei romanzi che si trovano nella biblioteca. Così ad ogni incontro segue una riflessione e un gesto di umana comprensione che il protagonista in maniera spontanea, con un candore infantile ed ingenuo, porge al concittadino che gli sta dinanzi. Insomma, un personaggio principale con un nome eroico e surreale, che richiama a giusta ragione il celebre capolavoro ariostesco e conduce con destrezza la narrazione verso un mosaico di figure umane pregne di letterarietà. Caratteri, richiami letterari e vicende realmente accadute corrono dunque con simmetria e si succedono in maniera equilibrata tra le righe del romanzo di Dara. Le microstorie contenute in “Malinverno” evocano partecipazione e immedesimazione: una gamma di sensazioni piacevoli e intense pari a quelle che si avvertono quando per diletto ci si affaccia su una strada affollata rapiti dal via vai frenetico dei passanti.

* * *

Brani estratti dal romanzo “Malinverno” di Domenico Dara (Feltrinelli)

Era stata una grande trovata, quella di Dicearco, di immaginare linee volanti e invisibili che attraversano il globo terrestre perpendicolarmente e che identificano ogni punto della Terra con un nome infallibile, che a furia di osservare sulle cartine degli atlanti meridiani e paralleli avvolgere mari e terre come ragnatele, mi capitava ogni tanto d’alzare la testa e accertarmi se davvero si vedessero, quelle misure umane, come scie d’aerei o tracce di voli d’uccelli, se l’ambizione del posto giusto fosse invenzione o scoperta. Le sentivo sopra di me quando percorrevo le distanze e gli spazi d’ogni mia giornata, da casa al cimitero e dal cimitero alla biblioteca, e mi piaceva l’idea che ogni passo avesse una posizione ben precisa nel mondo, che le soste temporanee dettate dall’imperfezione della gamba avvenissero dentro un quadrato di terra già previsto e descritto dagli uomini, come se la giusta collocazione offrisse di per sé, autonomamente, un significato. Anche la mia biblioteca funzionava a quel modo. Libri scritti e stampati in mondi diversi, in tempi lontani, eppure adesso affiancati su uno scaffale secondo un ordine.
Anche al cimitero le contiguità generavano curiosi accoppiamenti: due nemici in vita si ritrovano accosti sotto la stessa ombra, o al contrario marito e moglie dopo una vita in comune venivano divisi e sparpagliati come semi lanciati da una mano. E tuttavia, in questi onnicomprensivi reticolati alfanumerici, qualcosa ogni tanto sfuggiva dalle maglie.
La tomba della bella Emma, per esempio.
Cercai subito nella mappa cimiteriale per risalire, dalla collocazione, a un qualsiasi indizio d’identità, ma in corrispondenza della sepoltura, anziché il numero identificativo che indicava tutti gli altri loculi, trovai un quadratino bianco, come quelli che presuppongono uno spazio che verrà occupato. L’assenza mi sorprese, come se anche sulla carta venisse riproposto l’anonimato della lapide e il mondo cercasse in ogni modo di celare l’identità di quella donna bella e fragile. Eppure, lei c’era. La piccola area vuota rappresentava una possibilità, come gli spazi lasciati da Mendeleev nelle prime versioni della tavola periodica per gli elementi non ancora scoperti, che esistevano in natura e aspettavano solo di essere conosciuti. L’anonimato conferiva a Emma ulteriore fascino.

 * * *

Erano sempre stati altrove, l’amore e la vita.
Ma un altrove così prossimo che ogni mattina ne sentivo il profumo, illudendo il mio corpo di muscoli e nervi di una possibilità che poi la sera svaporava nell’anonimato della notte.
Tornando abbronzato dai vagabondaggi notturni in terre esotiche, in altrove che avevano l’apparenza d’isola dei mari del Sud, mi svegliavo con la consapevolezza che sarebbe stata una giornata uguale alle altre, gonfia di sogni e attese, riempita da chiavi che aprivano porte, da libri aperti e riposti, da gesti e azioni in fila come panni al sole, che al massimo ponente o scirocco li agitavano, a far saggiare per qualche attimo l’ebbrezza del movimento, ma che poi sarebbero rimasti lì, tutto il giorno, appesi e sospesi, a offrire fili d’ombra ai bisognosi. Ma da quando avevo conosciuto Emma la distanza s’era accorciata. Ancora di più da quando avevo visto la donna nerovestita, di spalle, lasciare dietro di sé come una scia di possibilità.
E così da quel giorno, davanti allo specchio, dopo le abluzioni mattutine, cominciai, col pettine in osso dentro cui ancora forse resisteva qualche rattrappita lendine paterna, a riportare ordine tra crini in cui restavano impigliati granelli di sabbia dei viaggi sognati.
Ogni mattina ripetevo imperterrito quel gesto, come don Pallagorio quando trangugiava l’ostia sperando che il rito favorisse il miracolo di mantenere viva la fede che andava spegnendosi, ogni mattina, perché sono sempre altrove la vita e l’amore, puranche la fede, ma in quei giorni li sentivo così vicini che sarebbe bastato un attimo, e a quell’attimo non volevo arrivare impreparato, che abituarsi alla rinuncia allontana le offerte, che disperare nell’amore lo differisce, che la fine si preannuncia nella deposizione dell’attesa.
Gli uomini testimoniavano in ogni modo questa speranza di vita: il geometra comunale Cariati corrompendo per trovare un lavoro al figlio; l’avvocato Castrovillari accumulando soldi su soldi; l’architetto Staiti costruendo da anni una casa che non avrebbe mai finito; io, semplicemente, mi pettinavo prima d’uscire e m’improfumavo, e qualche pomeriggio, prima di andare in biblioteca, cominciai a mettere perfino la cravatta.
Quattro giorni dopo la scoperta del secondo cardo, un martedì, finii di leggere il manoscritto di Corigliano. Era stata una lettura interessante, che il povero Anatolio la vocazione della scrittura ce l’aveva nel sangue, che chissà cosa sarebbe diventato se si fosse messo a scrivere prima.
Per quanto riguardava la mia ricerca, in quei decenni di cronaca registrata attraverso la vetrina d’un’agenzia assicurativa purtroppo non avevo trovato alcuna traccia che potesse ricondurre a Emma, neanche un minimo accenno, una diceria, un pettegolezzo, niente.
Restava tuttavia un’opera ingegnosa costruita, secondo le ultime parole di Corigliano, su un enorme fraintendimento.

(Riproduzione riservata)

© Feltrinelli editore

 * * *

In questo video Domenico Dara legge e ci racconta qualcosa su Malinverno

 

 * * *

Malinverno - Domenico Dara - copertinaLa scheda del libro: “Malinverno” di Domenico Dara (Feltrinelli)

Un romanzo sul potere delle storie, dell’immaginazione e dell’amore, pieno di incanto verso i libri.

Ci sono paesi in cui i libri sono nell’aria, le parole dei romanzi e delle poesie appartengono a tutti e i nomi dei nuovi nati suggeriscono sogni e promesse. Timpamara è un paese così, almeno da quando, tanti anni fa, vi si è installata la più antica cartiera calabrese, a cui si è aggiunto poco dopo il maceratoio. E di Timpamara Astolfo Malinverno è il bibliotecario: oltre ai normali impegni del suo ruolo, di tanto in tanto passa dal macero, al ritmo della sua zoppia, per recuperare i libri che possono tornare in circolazione. Finché un giorno il messo comunale gli annuncia che gli è stato affidato un nuovo, ulteriore impiego: alla mattina sarà guardiano del cimitero e al pomeriggio starà alla biblioteca. Ad Astolfo, che oltre a essere un appassionato lettore possiede una vivida immaginazione, bastano pochi giorni al cimitero per essere catturato dalla foto di una donna posta su una lapide. Non c’è altro; nessun nome e cognome, nessuna data di nascita e morte. Col tempo Astolfo è colto da un quasi innamoramento e si trova a inseguire il filo del mistero racchiuso in quel volto muto. Attorno a lui si muovono i lettori della biblioteca, gli abitanti di Timpamara e i visitatori del cimitero, estinti e in carne e ossa, con le loro storie comiche, tenere, struggenti – dal “resuscitato” alla ragazza rimasta vedova alla vigilia delle nozze, che tinge l’abito nuziale di nero e chiede ad Astolfo di unire lei e il trapassato in matrimonio.

 * * *

Domenico Dara (Catanzaro, 1971) vive e lavora tra Valbrona, in provincia di Como, e Milano. Cresciuto a Girifalco, ha studiato alla facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa, dove si è laureato nel 1996 con una tesi sulla poesia di Cesare Pavese. Ha curato il volume Alessandro Verri, Lettere da un amore (Massimiliano Boni Editore, 2005). Nel 2013 è stato finalista al premio Italo Calvino con il romanzo inedito Breve trattato sulle coincidenze (Nutrimenti, 2014), per il quale ha ottenuto numerosi riconoscimenti, fra cui il premio Palmi, il premio Viadana, il premio Corrado Alvaro e il premio Città di Como. Sempre per Nutrimenti ha poi pubblicato il romanzo Appunti di meccanica celeste (2016), vincitore del Premio Padula, del Premio Città di Rieti e del Premio Stresa.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: