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DONNAFUGATA di Costanza DiQuattro (recensione)

novembre 10, 2020

“Donnafugata” di Costanza DiQuattro (Baldini + Castoldi)

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di Emma Di Rao

Ancora una volta è un ‘luogo dell’anima’ ad accendere l’ispirazione di Costanza Di Quattro, che con “Donnafugata”, edito da Baldini+Castoldi, ha già ottenuto un ampio consenso di critica e di pubblico. Non può negarsi che il momento generativo del secondo romanzo possiede, rispetto a “La mia casa di Montalbano”, un respiro più complesso, ascrivibile verosimilmente a quella solennità che è propria della ricostruzione storica e che permea di sé parte del dispositivo narrativo. Eppure, tale diversità si attenua quando si tenga presente che anche in “Donnafugata”, come nel romanzo d’esordio, gli eventi narrati assumono rilevanza per il fatto che intervengono nella crescita interiore del protagonista. L’irrompere della storia – il periodo risorgimentale e la trasformazione politica che portò all’annessione della Sicilia al regno d’Italia – nell’esistenza di Corrado Arezzo De Spucches, settimo barone di Donnafugata, produce infatti in quest’ultimo una sottile inquietudine ed una lacerante perplessità, che tuttavia non gli impediscono di partecipare in modo ‘illuminato’ e costruttivo ai ruoli politici ed istituzionali affidatigli. Ed è forse in questa discrepanza fra l’essere e il dover essere che risiede la dimensione eroica, e persino tragica, di tale figura, collocata in un’epoca che avverte, in larga parte, estranea e in cui non rinuncia comunque ad operare.
Scaturita dalle memorie private di Costanza Di Quattro e rispondente alle testimonianze utilizzate, quali lettere e documenti conservati nell’archivio di famiglia, l’immagine di Corrado Arezzo risulta, innanzi tutto, un’interessante e suggestiva ricostruzione letteraria che, in quanto tale, va ben oltre la mera biografia. Ed è una trasfigurazione a cui hanno contribuito diversi elementi, quali la percezione soggettiva che la scrittrice ha acquisito del proprio antenato, la visione esistenziale che nell’iter della creazione artistica gli ha affidato e, soprattutto, la cifra stilistica a cui la medesima ha fatto ricorso. Se nel romanzo d’esordio prevalevano lievi ed impalpabili atmosfere, nella seconda fatica letteraria di Costanza Di Quattro domina un’austera bellezza che affiora ora nelle descrizioni della sfarzosa maestosità del palazzo di Donnafugata ora nella rappresentazione di paesaggi  sovente interiorizzati, come quando la sapiente creazione di effetti di luci ed ombre concorre a scandire le emozioni dei protagonisti o, meglio, dello straordinario protagonista  che occupa il centro del romanzo. Tutte le vicende, oggetto di narrazione, sono ricondotte infatti alla figura del barone Corrado Arezzo del quale la voce narrante, anonima, esterna e onnisciente, adotta quasi sempre il punto di vista. Ecco perché “Donnafugata”, lungi dal configurarsi come un romanzo corale di cui sia protagonista una collettività, deve ritenersi un romanzo psicologico in cui ad assumere importanza non sono i fatti o il contesto storico, ma le reazioni emotive e i processi interiori del personaggio, scandagliati dall’autrice con finezza e sensibilità artistica.  Inoltre, non appare irrilevante osservare che la suddivisione del romanzo in brevi capitoli non corrisponde allo snodarsi delle vicende in successione cronologica e che il tempo in cui tali vicende si dispiegano appare del tutto discontinuo. Non è errato ipotizzare che con questa modalità narrativa la scrittrice abbia espresso in forma visibile ed esteriore un elemento innegabile, ovvero il fatto che la sorte degli uomini non sempre riesce a fare assegnamento su un percorso ordinato e prevedibile e che  non sempre si è in grado di individuare il filo su cui collocare, in un susseguirsi regolare, gli eventi della nostra esistenza. Un’ipotesi forse immaginifica – il lettore, lo si sa, moltiplica i livelli di significato con interpretazioni non univoche -, che tuttavia potrebbe trovare rispondenza nella visione del reale, quale emerge dalle pagine del romanzo.
A caratterizzare il profilo di Corrado Arezzo concorrono una notevole forza interiore ed una combattiva audacia; ad esse, però, si sovrappongono, fino a sostituirsi del tutto, una profonda tristezza e una ineludibile malinconia, indotte dalla consapevolezza di un forte divario fra il vissuto e i propri desideri e accentuate dal dolore per la scomparsa dell’unica figlia, come testimonia il seguente passo: “Sono stanco. In settant’anni ho visto tramontare epoche e sorgere speranze. Mi sono illuso e sono rimasto deluso. Ho sperato nelle stelle, ho dato credito ai numeri, mi sono affidato a Dio. Ho vissuto, ho gioito, ho pianto, ho ingoiato lacrime e rassegnazione. Ora sono stanco”. Lo stato d’animo che qui affiora è sicuramente improntato al tedio e alla disillusione che inevitabilmente insorgono con l’approssimarsi della fine della vita, ma potrebbe anche ascriversi a un malessere esistenziale, ad un pessimismo innato e atavico, a quella concezione dolente che da più parti si ritiene alberghi negli animi dei Siciliani.  Significativo, al riguardo, risulta il dialogo fra il ventiquattrenne Corrado, fervente idealista, e il principe di Villadorata, il quale, dinanzi al possibile coinvolgimento della classe nobiliare nella rivoluzione, esprime una visione del tutto disincantata: “Ragazzo mio, anche vent’anni fa ho sentito lo stesso furore contro i sovrani. E poi siamo tornati sui nostri passi. Silenziosi, accondiscendenti e remissivi. Siamo siciliani, un popolo costretto alla dominazione”. In tale giudizio si coglie una reminiscenza di quella concezione immobilistica e di quella visione scettica del divenire storico che improntano di sé  “Il Gattopardo”, il cui protagonista, don Fabrizio, principe di Salina, mostra la medesima grandezza morale e intellettuale che caratterizza Corrado Arezzo. Di certo, ad accomunare le due figure interviene anche una disposizione contemplativa verso il cielo stellato, luogo emblematico di bellezza e armonia, ma anche di sereno distacco dalle angosce terrene. Il desiderio ‘’stellare’’ del protagonista di “Donnafugata” sembra, d’altronde, scaturire dalla sua consapevolezza della fragilità terrena e della caducità della Bellezza, sottoposta all’azione corrosiva del tempo. Da qui deriva anche la suggestiva immagine del variopinto roseto che orna il giardino di Donnafugata: fiore etereo ed effimero, la rosa, che emana “un odore confuso tra la giovinezza e la morte”, diviene metafora della precarietà e della brevità dell’esistenza umana, come si legge in un brano il cui registro prosastico assume i tratti inconfondibili della poesia: “Non siamo altro che rose. Duriamo il tempo di un sorriso, di un ricordo da custodire, di una notte da ricordare. E quando ci voltiamo indietro, di noi resta solo la scia debole di un profumo che è stato intenso”.
Alla medesima caducità è improntato il tema amoroso che attraversa quasi ogni episodio del romanzo e che l’autrice declina in molteplici sfumature: amore come sentimento tenero e profondo, quale si instaura fra Corrado Arezzo e la moglie; amore come forza devastante dello spirito e del corpo a tal punto da condurre alla morte, quale viene nutrito da Vincenzina, figlia del barone, nei confronti del consorte. Ma tra i legami affettivi che arricchiscono la dimensione privata del protagonista riveste un ruolo fondamentale anche il saldo rapporto amicale, fondato su affinità spirituali e culturali, che intercorre tra il barone e due figure di rango elevato, Gian Battista Marini e Paolo Impellizzeri. Ed è proprio dalle parole di quest’ultimo che apprendiamo chi sia veramente Corrado Arezzo e quali siano i suoi tratti più autentici, anche se affievoliti o corrosi dalle delusioni che inevitabilmente costellano l’umano percorso: “Corrado, dove è finito quell’uomo illuminato che ha guidato generazioni di idealisti? Dove è finita la tua forza, la tua voglia di andare oltre le avversità della vita…? Dove sei finito tu, con il tuo umorismo costante, con la tua ironia tagliente, con le tue stelle e con i tuoi sogni…. Questa triste lentezza non ti appartiene”.  Non soltanto in queste amicizie elitarie Corrado Arezzo trova comprensione e sostegno o la possibilità di attenuare l’innata irrequietezza: Micheluzzo, “il bambino con la tunichetta lisa, vestito di fango e fame”, devoto servitore fin dall’infanzia, può infatti considerarsi l’alter ego del barone, una sorta di rifrazione del suo io, e proprio a lui Corrado finisce per confessare l’incompiutezza della propria esistenza e l’aver soggiaciuto a un destino non sempre prodigo di gioie. Un’amicizia che “non teme i silenzi ma li ascolta”, che sa guardare “oltre le cose, oltre gli oggetti” diviene facilmente coincidenza di opposti, empatia, attrazione, e soprattutto fedeltà fino alla morte ed oltre la morte, dal momento che il barone raccomanda all’amico di vegliare, dopo la sua scomparsa, sulle amate nipoti e su Donnafugata.
‘Luogo dell’anima’, in virtù della risonanza che produce nell’animo dell’io-personaggio, Donnafugata si configura per Corrado Arezzo come “il suo mondo, quel piccolo mondo.., la sua prigione, il suo volontario esilio, la sua protezione dalla vita”. Dunque, una sorta di microcosmo, che, al pari della casa di Puntasecca nel romanzo d’esordio, non appare tuttavia chiuso in sé, dato che le componenti storiche vi si insinuano e ne sconvolgono gli equilibri. Inoltre, poichè accoglie al proprio interno contraddizioni e ritualità sociali che si risolvono spesso in inquietudini esistenziali, tale microcosmo può ben apparire come metafora della condizione umana ed assumere una dimensione universale.
Valenza allusiva possiede, indubbiamente, una nota struttura architettonica della dimora di Donnafugata, ovvero quel labirinto che il barone aveva fatto costruire per la figlia Vincenzina, forse perché potesse imparare a smarrirsi senza però perdere se stessa o perché apprendesse il valore irrinunciabile delle sfide accettate e delle paure vinte. Al riguardo, appare quasi superfluo ricordare che, nell’ambito della produzione letteraria, l’immagine archetipica del labirinto risulta emblema della condizione umana, metafora perfetta della nostra inclinazione a smarrirci, ma anche della nostra costante ricerca di una via d’uscita liberatoria. Si comprende dunque come Corrado Arezzo, ormai prossimo alla morte, abbia avvertito il desiderio di incontrare proprio in quel luogo la nipote Maria per un ultimo, struggente colloquio, durante il quale la esorta ad aspirare costantemente alla felicità. E là, per l’ultima volta, egli “si perse tra le mura alte … e si sentì protetto”, poiché “ solo chi sa perdersi trova la strada giusta”.
Ad un luogo ulteriore viene conferito dall’autrice valore simbolico, valore che si coniuga, peraltro, con una velata sacralità: quel teatro che, all’interno del palazzo di Donnafugata, il padre di Corrado Arezzo decide di rendere uno spazio condiviso e fruibile da tutti, e non elitario privilegio, diviene emblema della vita, se non la vita stessa che si autorappresenta. Inoltre, è significativo che in questo commovente brano Costanza Di Quattro abbia attribuito all’ideatore dell’innovativo progetto il desiderio di ottenere l’approvazione del suo tempo e di lasciare un segno, una traccia di sé, nella convinzione, o forse nell’illusione, che “tutti i templi che lascio sono l’involucro della nostra anima”.
Ed è appunto la possibilità di “infuturarsi” che l’autrice di “Donnafugata” ha donato a Corrado Arezzo, sottraendolo al vuoto dell’oblio e al buio dell’indifferenza per consegnarlo alle pagine di un testo letterario che ne custodirà la figura. Una figura enigmatica, indecifrabile, affetta da “una malinconia lontana”, a cui Costanza Di Quattro ha opposto, ancora una volta, l’ottimismo della scrittura, nella certezza che scrivere rappresenta pur sempre un atto di fede nella capacità eternatrice della parola.

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La scheda del libro: “Donnafugata” di Costanza DiQuattro (Baldini + Castoldi)

Donnafugata è un luogo, a due passi da Ragusa, tra carrubi secolari, muri a secco e campagna scoscesa. Donnafugata è un tempo, l’Ottocento, tra dominazione borbonica, moti di fierezza popolare e alba della dignità operaia. Donnafugata è un casato, tra i più antichi di Ibla, che di quella terra e quei giorni incarna gioie, patimenti e futuro. Alla sua testa c’è lui, il barone Corrado Arezzo De Spucches, di cui il libro è quasi un diario privato: da quando, ginocchia sbucciate e balia Annetta appresso, scappava bambino da don Gaudenzio e quella camurria del suo rosario; agli anni in cui, ragazzo, compie gli studi a Palermo e lì fa sua la voglia di rivoluzione; a quelli in cui, marito, padre e poi nonno, vive e invecchia «circondato dalle fimmini», amandole tutte teneramente e sopravvivendogli con il cuore spaccato. Prefazione di Giuseppina Torregrossa.

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Costanza DiQuattro (Ragusa, 1986), laureata in Lettere moderne all’Università di Catania, dal 2008 si occupa attivamente del Teatro Donnafugata, teatro di famiglia restituito alla fruizione del pubblico dopo sei anni di restauri, e nel 2010 ne assume la Direzione artistica con la sorella Vicky, dando inizio a importanti collaborazioni artistiche con prestigiosi teatri nazionali e compagnie teatrali di fama. Parallelamente alle stagioni di prosa, di musica classica e di teatro per bambini, coadiuvata da uno staff tutto al femminile, si apre alla organizzazione di festival e mostre. Ha collaborato con «Il Foglio» e poi con alcune testate online siciliane. Il suo campo di scrittura spazia dalla critica sociale al costume, dal mondo della cultura a quello più strettamente legato al teatro.

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