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IL TRADITORE DI ROMA di Simon Scarrow (un estratto)

novembre 11, 2020

Pubblichiamo un brano estratto dal romanzo storico “Il traditore di Roma” di Simon Scarrow (Newton Compton – traduzione di Andrea Russo)

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Torna in libreria lo scrittore britannico Simon Scarrow, uno degli autori di romanzi storici più letti. Con i suoi 5 milioni di copie vendute nel mondo, traduzioni in oltre 10 Paesi, Scarrow ha dedicato alla storia di Roma antica decine di romanzi. Il traditore di Roma è il nuovo volume della sua fortunata serie con protagonisti Catone e Macrone.
Di seguito, un brano estratto dal romanzo…

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Il primo capitolo del romanzo “Il traditore di Roma” di Simon Scarrow (Newton Compton – traduzione di Andrea Russo)

Capitolo 1

Autunno, 56 d.C.

«Eccoli», mormorò il centurione Macrone guardando dall’altro lato del campo d’addestramento, verso la nuvola di polvere che annunciava l’avvicinarsi di una colonna di soldati. Smise di masticare un rametto di anice sfilacciato e lo gettò a terra, sputando poi la polpa fibrosa che gli era rimasta in bocca. Si girò verso il suo superiore, che sonnecchiava all’ombra di un cedro. Il tribuno Catone era un uomo snello ormai prossimo ai trenta. I capelli scuri erano stati tagliati il giorno precedente, e la barba ispida lo faceva sembrare una recluta. Nel sonno il suo volto sarebbe apparso sereno e giovanile, se non fosse stato per la cicatrice bianca che dalla fronte tagliava in diagonale il sopracciglio e la guancia destra. Era un veterano che aveva partecipato a numerose campagne, e ne aveva tutto l’aspetto. Accanto a lui riposava il suo cane, una bestia imponente dall’aspetto selvaggio con un pelo marrone e ispido. Un orecchio era stato dilaniato prima che Catone decidesse di prenderlo con sé l’anno precedente, durante la campagna in Armenia. Poggiava la testa sulle gambe del padrone, e di tanto in tanto scodinzolava a dimostrazione del proprio appagamento.
Macrone lo guardò in silenzio per qualche momento. Sebbene avesse prestato servizio per il doppio del tempo, aveva iniziato a capire che l’esperienza non era tutto. Un buon ufficiale doveva avere anche cervello. E muscoli, aggiunse fra sé alla lista. Forse Catone non disponeva di una grande forza fisica, ma compensava con il coraggio e la resistenza. Quanto a sé, Macrone accettava di buon grado che l’esperienza e la forza fossero le sue qualità principali. Sorrise mentre rifletteva sui motivi per cui erano amici da tutto quel tempo: compensavano la qualità di cui l’altro era carente. Quel rapporto regalava loro soddisfazioni da quasi quindici anni, durante i quali avevano partecipato a campagne in tutto l’Impero, dai gelidi argini del Reno ai cocenti deserti del confine orientale. I due ufficiali potevano vantare uno stato di servizio invidiabile, e cicatrici con cui dimostravano di aver versato sangue per Roma. Tuttavia, Macrone aveva iniziato a domandarsi per quanto ancora avrebbe potuto sfidare le Parche. Fino ad allora lo avevano risparmiato, ma prima o poi anche la loro indulgenza sarebbe venuta meno. Che la sua morte fosse inflitta da una spada, una lancia o la freccia di un nemico, o causata da un evento inglorioso come una caduta da cavallo o una malattia, sentiva che il momento era sempre più vicino. Ciò che temeva più di ogni altra cosa era una menomazione che lo avrebbe lasciato invalido per il resto dei suoi anni. Si accigliò rendendosi conto di quel triste rimuginare. Cinque anni prima non avrebbe mai accarezzato simili pensieri. Ma adesso sentiva i muscoli indolenziti al mattino, e una fitta alle ginocchia dopo una dura giornata di marcia. Ancora peggio, non era più rapido come nel fiore degli anni. Non doveva sorprendersi. Dopotutto, ricordò a sé stesso, faceva il soldato da più di ventisei anni. Aveva il diritto di chiedere il congedo, di ricevere la gratifica e un lotto di terreno e di godersi il meritato riposo. Se non lo aveva ancora fatto era perché, semplicemente, non era stato in grado di immaginarsi una vita al di fuori dell’esercito. Era la sua casa, e Catone e gli altri erano la sua famiglia.
Ma adesso aveva anche una donna nella sua vita.
Sorrise mentre nella sua testa si faceva spazio l’immagine di Petronilla; audace, sfacciata e splendida, la personificazione della bellezza secondo Macrone. Era robusta, con occhi scuri circondati da un volto rotondo, e sebbene potesse avere una lingua tagliente ogni volta la sua allegra risata gli scaldava il cuore. Un po’ per lei, un po’ per il peso degli anni, stava prendendo sempre più in considerazione l’idea di congedarsi dall’esercito. Eppure, si sentiva in colpa quando si ritrovava a rifletterci. Gli sembrava di tradire gli uomini sotto al suo comando e, ancora più importante, di deludere il suo amico, il tribuno Catone.
Avrebbe continuato a rimuginarci, ma adesso non c’era più tempo. Doveva concentrarsi sul lavoro.
Avvicinandosi al tribuno si schiarì la gola. «Signore, i ragazzi siriani sono arrivati».
Catone aprì gli occhi, poi strizzò le palpebre per la luce abbagliante del sole che filtrava dai rami del cedro. Il cane alzò la testa e guardò il padrone con espressione confusa. Catone lo accarezzò sul collo, poi si alzò e si stirò le spalle facendo un rapido calcolo a mente. «Se la sono presa comoda. Dovevano essere qui a mezzogiorno. Saranno in ritardo di almeno un’ora». <
I due ufficiali socchiusero gli occhi per osservare la distesa di terra arida che si estendeva dalla linea degli alberi. Gli ausiliari della Quarta coorte siriana stavano seguendo il percorso che dalla città di Tarso portava al campo d’addestramento. Era soltanto una delle unità dell’armata che il generale Corbulone stava costituendo per muovere guerra al vecchio nemico di Roma sul confine orientale, la Partia. Diverse coorti di ausiliari e due legioni erano accampate fuori Tarso, più di ventimila uomini in tutto. Sarebbe stato un numero non indifferente, rifletté Catone, se non fosse stato per la scarsa preparazione della maggior parte degli uomini e per la bassa qualità dell’equipaggiamento. Per cui la campagna non sarebbe iniziata prima della primavera, come minimo. Nel frattempo, Corbulone aveva ordinato ai suoi di addestrarsi duramente mentre venivano recuperati l’equipaggiamento e le scorte di cibo per rifornire l’armata.
La coorte siriana aveva invece ricevuto l’ordine di marciare per dieci miglia nella campagna intorno alla città prima di dirigersi al campo d’addestramento per la simulazione di un attacco a una serie di fortificazioni che gli uomini di Catone avevano eretto alla sua destra. Misuravano cento passi da parte a parte, con un cancello circa a metà. Gli uomini della Seconda coorte pretoriana stavano già uscendo dall’ombra per posizionarsi lungo il bastione in terra battuta, dietro alla palizzata. Davanti a loro si trovava un fosso che completava la fortificazione.
Catone guardò i suoi uomini con occhio esperto, e sentì un familiare slancio d’orgoglio crescergli nel cuore. Quei soldati, con le tuniche avorio e le armature segmentate, erano senza dubbio i migliori dell’armata del generale Corbulone. Avevano già dimostrato il proprio valore combattendo in Spagna e, l’anno precedente, in Armenia. Il pensiero di quella campagna affievolì l’orgoglio di Catone, a cui tornarono in mente tutti gli uomini che aveva perduto nel tentativo di mettere un simpatizzante romano sul trono armeno. I trecento sopravvissuti erano poco più della metà dei soldati partiti dalla caserma ai confini di Roma quando la coorte era stata inviata a oriente per proteggere Corbulone. Quando finalmente erano tornati in città, fu molto il dolore per le famiglie, ma si rese anche necessario trovare dei rimpiazzi da addestrare.
Con un po’ di fortuna, rifletté Catone, l’addestramento sarebbe stato più rapido rispetto a quello delle unità dell’Impero orientale. Per troppo tempo, infatti, queste avevano agito da truppe di guarnigione, incaricate di mantenere l’ordine pubblico e di assicurarsi che le tasse venissero riscosse. In pochissimi avevano partecipato a vere e proprie campagne militari, e non avevano né la forma fisica né esperienza in battaglia. Per un anno, Corbulone aveva raccolto le sue forze per l’imminente invasione della Partia, tuttavia molti dei suoi soldati non avevano l’equipaggiamento necessario e non erano pronti alla guerra. Gli ausiliari siriani che marciavano verso i pretoriani rappresentavano alla perfezione il basso livello degli uomini al comando del generale.
Il cane strofinò il naso contro la mano di Catone e si alzò, poggiandogli le lunghe zampe anteriori sul petto per leccargli la faccia.
«Giù, Cassio!». Catone lo allontanò. «Seduto!».
L’animale obbedì all’istante, continuando ad agitare la coda. «Almeno c’è qualcuno che può essere addestrato», disse Macrone.
«Inizio a chiedermi se non otterremmo più risultati con un branco di cani che con questi scansafatiche».
L’ufficiale a capo della colonna siriana alzò il braccio e gridò un ordine, e i soldati si fermarono con un prolungato strascichio di piedi. Senza attendere il permesso, alcuni uomini abbassarono le lance e gli scudi e si chinarono in avanti per riprendere fiato. Il comandante a cavallo tornò indietro, rimbrottando i sottoposti e gesticolando furiosamente.
Macrone scosse la testa e sputò per terra. «E menomale che l’esercitazione di oggi non è un’imboscata, eh!».
Catone annuì. Era abbastanza facile immaginare il caos che avrebbe causato fra gli ausiliari esausti. «Prepara i nostri. Voglio che non si risparmino quando i siriani attaccheranno. Devono capire che non stiamo giocando alla guerra. Meglio qualche livido e ossa rotte adesso che indurli a credere che l’invasione della Partia sia una passeggiata».
Macrone sorrise e fece il saluto prima di avvicinarsi al bastione. Si fermò più o meno al centro della fortificazione e si voltò verso i pretoriani. Erano tutti equipaggiati con armi d’addestramento: scudi di vimini, spade di legno e giavellotti con punte stondate. Sebbene fossero state create per causare meno danni rispetto alle armi vere, erano comunque in grado di sferrare colpi violenti e procurare ferite gravi. Macrone alzò il bastone di vite da centurione e sbatté l’estremità superiore sulla mano libera, parlando poi con la voce chiara e potente che aveva perfezionato negli anni per addestrare i soldati e guidarli in battaglia.
«È il momento di un po’di esercizio, ragazzi! Laggiù ci sono quasi seicento ausiliari. Il doppio di noi. Per cui per loro si mette male». Fece una pausa per permettere ai suoi di sorridere e ridacchiare. «Ciò detto, se anche solo uno di quei bastardi oziosi riesce a superare la fortificazione, l’ultimo uomo a difesa di quel tratto dovrà pulire le latrine per un mese. E dato che tutti gli altri uomini avranno una dieta a base di prugne, sarete letteralmente nella merda fino al collo!».

Si sentì una risata generale fra i pretoriani, e Macrone li assecondò per un attimo prima di sollevare il bastone per ordinare silenzio. «Non dimenticate mai che siamo la Seconda coorte pretoriana, l’unità migliore di tutta la Guardia Imperiale. Ora facciamo vedere a questi scansafatiche siriani perché!».
Sollevò di nuovo il bastone con un urlo violento, e i pretoriani fecero altrettanto, alzando al cielo i giavellotti d’addestramento e facendo sentire le proprie grida di guerra. Macrone li incoraggiò per qualche altro istante prima di voltarsi e tornare da Catone e Cassio. Al suono di quelle urla, il cane aveva sollevato l’orecchio che gli era rimasto per poi alzarsi su tutt’e quattro le zampe agitando la coda folta da una parte all’altra. Catone prese un robusto guinzaglio di cuoio dalla cintura e lo legò al collare di ferro, mormorando: «Non posso farti mangiare questi siriani… Non farebbe bene al morale».
Mantenendo una presa sicura sul guinzaglio, si tirò su e osservò i soldati dall’altro lato del terrapieno, dove i centurioni e gli optiones erano occupati a organizzarli in una linea di battaglia. Catone vide che gli ausiliari erano male allineati, anche se gli ufficiali li spingevano in posizione.
Macrone, con la punta del bastone contro la spalla, fece un sospiro profondo. «Ma in nome di Marte, hai mai visto tanti buoni a nulla in una volta sola? Scommetto che quelli lì non riuscirebbero a divincolarsi nemmeno da un rotolo di papiro bagnato. Se mai dovranno affrontare i parti, faranno meglio a pregare che il nemico si ammazzi dalle risate, altrimenti non hanno speranza».
Un luccichio sul sentiero dietro ai siriani attirò l’attenzione di Catone, che vide avvicinarsi un gruppo di uomini a cavallo. Avevano il capo scoperto, ma indossavano brillanti piastroni al petto. «Sembra che Corbulone voglia assistere all’esercitazione di oggi».
Macrone inspirò a denti stretti. «Allora lo aspetta una bella delusione, signore».

Guardarono il generale e gli ufficiali aggirare il lato più lontano della coorte siriana e fermarsi a breve distanza per osservare. Catone lanciò un’occhiata al prefetto al comando degli ausiliari e provò una certa compassione per quell’uomo robusto e calvo. Paccio Orfito era un ufficiale più che decente. Aveva servito come centurione legionario sulla frontiera del Reno prima di essere promosso a comandante della coorte siriana appena un mese prima. Aveva appena iniziato l’addestramento dei suoi uomini per l’imminente campagna, e adesso doveva persino svolgere un’esercitazione sotto lo sguardo attento del generale.
Con la coorte sistemata in due linee di tre centurie, Orfito scese da cavallo, prese lo scudo e l’elmo dal corno della sella e si armò per guidare la formazione. Come ai pretoriani, anche agli ausiliari era stata dato un equipaggiamento più pesante rispetto a quello da combattimento, che senza dubbio aggravava la loro evidente stanchezza. Quando i vessilliferi ebbero preso posizione fra le due linee, Orfito camminò fino alla cima della coorte e diede l’ordine di avanzare. Il sole faceva luccicare gli elmi mentre la formazione cominciava a muoversi.
Macrone rimase a guardare per qualche secondo prima di commentare riluttante: «Almeno sanno stare al passo. Dobbiamo ringraziare il prefetto».
Catone annuì e fece cenno verso il terrapieno con il pollice. «Meglio se raggiungi i ragazzi».
«Tu non ti unisci alla festa, signore?»
«No, oggi osservo e basta». Macrone alzò le spalle, poi fece il saluto e corse dietro al terrapieno  a prendere il suo equipaggiamento per unirsi ai suoi. Catone rimase solo con il cane. A volte, pensò, durante quelle esercitazioni era meglio rimanere in disparte per avere una visione generale, dato che non era difficile perdersi dettagli importanti se si prendeva parte all’azione. Voleva vedere come se la sarebbe cavata la sua coorte.
Gli ausiliari siriani si avvicinarono a ritmo regolare, e quando erano ancora abbastanza lontani per non essere colpiti dalle frecce, Orfito diede l’alt. I suoi uomini si fermarono, e per un attimo si sentirono i piedi strascicare per terra fra le urla degli ufficiali che tentavano di allineare le file, finché la formazione non fu immobile ad aspettare l’ordine successivo.
«Seconda centuria! Prepararsi per la testuggine!».
Cassio strattonò il guinzaglio, e Catone lo tirò a sé mentre guardava gli ausiliari al centro della prima linea formare una colonna. Una volta pronti, Orfito si portò alla cima della formazione e gridò: «Formare la testuggine!».
I movimenti che seguirono furono imbarazzanti esattamente come aveva immaginato Catone. La prima fila doveva rivolgere gli scudi al nemico prima che la seconda sollevasse i propri sopra la testa, seguiti via via dalle file successive. Invece, in molti alzarono gli scudi non appena fu dato l’ordine, generando disordine mentre colpivano gli uomini intorno a loro e gli scudi urtavano le file circostanti. Ancora una volta si sentirono le imprecazioni e le urla degli ufficiali che faticavano a ripristinare l’ordine. Alla fine, Orfito fu costretto a controllare l’intera colonna, supervisionando gli sforzi di ogni fila per mantenere la formazione. Dal terrapieno si sentì il coro di insulti e risate dei pretoriani che guardavano in attesa del loro turno.
Quando finalmente furono tutti ben posizionati, Orfito tornò davanti e ordinò alla coorte di avanzare. Gli uomini delle due centurie di fiancheggiamento cominciarono ad aprirsi e si prepararono a lanciare i giavellotti, sollevando gli scudi fino a coprire gran parte del viso. Girandosi verso il terrapieno, Catone vide la cresta dell’elmo di Macrone, il quale sollevò il giavellotto e aspettò che i siriani fossero abbastanza vicini da poterli colpire con facilità. Lo scherno e le prese in giro svanirono, e sul campo d’addestramento scese una relativa calma mentre entrambi gli schieramenti si preparavano a combattere. Catone osservava con approvazione. Era così che doveva essere. L’addestramento era una questione seria. Era proprio la qualità dell’addestramento a permettere alle armate romane di dominare un vasto Impero e sconfiggere i barbari che guardavano alle loro ricchezze con invidia.
«Preparare i giavellotti!», gridò Macrone.
Gli uomini lungo il terrapieno caricarono indietro il braccio armato e divaricarono le gambe, puntellandosi al terreno. Poi rimasero immobili, come sculture di atleti, pensò Catone, mentre i siriani si avvicinavano sempre di più, riparandosi cautamente dietro agli scudi di vimini.
«Lanciare!», ordinò Macrone.
I pretoriani scagliarono le armi in aria con un coro disordinato di grida. Catone guardò i giavellotti, scuri contro il cielo terso, disegnare un arco in direzione degli ausiliari. Gli uomini della prima fila si bloccarono di colpo, costringendo quelli dietro a fermarsi a loro volta, ma riuscirono comunque ad abbassarsi sotto agli scudi un attimo prima che le armi dei pretoriani cominciassero a piovere su di loro. Erano aste leggere e con la punta stondata, per cui ci sarebbero state poche ferite, ma l’istinto spinse ugualmente gli ausiliari a esitare e ripararsi, proprio come in una vera battaglia. Toccava agli ufficiali incitarli ad andare avanti.
«Non vi fermate!», gridò Orfito. «Proseguite, forza!».
Scandì il ritmo della formazione a testuggine, con le centurie di fiancheggiamento che proseguivano su entrambi i lati. Sul terrapieno, altri giavellotti venivano passati agli uomini dietro alla palizzata, che li sollevarono preparandosi a una nuova raffica. Ma furono battuti sul tempo: il centurione sulla destra della coorte ausiliaria sollevò la spada e gridò l’ordine.
«Prima centuria! Alt! Preparare i giavellotti! Lanciare!».
La rapida sequenza di comandi ottenne una reazione tutt’altro che fluida. Già stanchi dalla marcia forzata, molti siriani non riuscirono a scagliare i giavellotti abbastanza in alto, tanto che finirono ad alcuni passi dal terrapieno o direttamente nel fossato. Meno della metà, giudicò Catone, colpì la palizzata e gli uomini che vi erano dietro. I pretoriani avevano alzato gli scudi per farvi rimbalzare sopra i giavellotti, a eccezione di un colpo fortunato che centrò un uomo alla spalla. Il soldato indietreggiò di un passo prima di perdere l’equilibrio e roto- lare all’indietro lungo il terrapieno, formando una nuvola di polvere.
Non appena gli uomini sull’altro fianco si accorsero che i compagni avevano sferrato un attacco, si affrettarono a fare altrettanto, con lo stesso, scarso risultato. Al contrario, il secondo lancio dei pretoriani fu preciso e accurato, e i giavellotti che si abbatterono sugli scudi degli ausiliari spinsero alcuni fra gli uomini più agitati a lasciar cadere il proprio scudo.
Orfito continuò a scandire il ritmo per guidare la testuggine verso lo stretto vialetto d’accesso alla fortificazione, dov’era posizionato Macrone. Da ambo le parti, i giavellotti che cadevano nello scambio di raffiche venivano raccolti e lanciati di nuovo agli avversari in un incessante viavai. Quando la testuggine raggiunse il vialetto e Orfito ordinò l’alt, Catone si domandò quale fosse il piano del prefetto. Le scale per l’assalto erano nelle retrovie con le tre centurie della linea di riserva. Ci fu una breve pausa mentre venivano portate in avanti e passate alla testuggine, pronte a essere poggiate contro il baluardo per dare inizio all’offensiva. Poi sarebbe stato uno scontro “uno contro uno” fra gli ausiliari e i pretoriani, e non aveva dubbio che la sua coorte, seppur in inferiorità numerica, sarebbe riuscita a difendere il terrapieno.
«Formare il pontus!», gridò Orfito. Subito le prime file della testuggine attraversarono di corsa il vialetto d’accesso e sollevarono gli scudi, reggendosi con il braccio libero al legno del cancello. A mano a mano che le file si avvicinavano, aggiungendo i loro scudi e assumendo una posizione sempre più bassa, il ponte di scudi sovrapposti cominciò a formare una rampa che saliva fino alla palizzata.
Catone si irrigidì dalla sorpresa, e poi sorrise suo malgrado. Non si era aspettato una mossa così audace, soprattutto da un’unità che giudicava di terza categoria.
«Bene bene», rifletté a bassa voce, rendendosi conto di quante volte avessero dovuto provarla.
Anche alcuni dei pretoriani lungo la palizzata erano rimasti sorpresi, e si sporsero in avanti per osservare Orfito e i suoi uomini, finché gli ufficiali non diedero l’ordine di attaccare la fortificazione.
«A quanto pare il nostro amico Orfito è pieno di risorse…», commentò Catone facendo schioccare la lingua e accarezzando l’orecchio di Cassio.
Il cane inclinò la testa di lato e leccò le dita del padrone, poi avanzò leggermente finché non fu strattonato.
«Non vedi l’ora di darti da fare, eh? Non stavolta. Quegli uomini sono dalla nostra parte, amico mio».
Catone tornò a concentrarsi sul vialetto. La nuova formazione era quasi completa, e la centuria dietro alla testuggine stava avanzando rapidamente per superare la rampa improvvisata. Davanti a loro i pretoriani erano in attesa, con le spade d’addestramento parallele al bordo degli scudi di vimini, pronti a colpire. Ma in mezzo a loro non vi era traccia dell’elmo crestato di Macrone. Catone si accigliò, domandandosi che fine avesse fatto mentre il cane lo aveva distratto. Era stato atterrato? O era rotolato giù dal terrapieno? Era improbabile, dato che un veterano come Macrone era sempre ben attento a qualsiasi pericolo e difficilmente commetteva errori in battaglia. Perciò cos’era successo?
Poi notò un gruppo di uomini raccolti dietro al cancello, circa mezza centuria. Sopra di loro i soldati stavano duellando: i primi ausiliari a raggiungere la palizzata stavano colpendo con le spade di legno gli scudi di vimini, gli elmi e gli arti esposti degli avversari. Uno dei siriani stava già tentando di scavalcare la palizzata per trovare un appiglio sul vialetto sopra al cancello.
Proprio in quel momento si sentì un violento fragore quando Macrone e i pretoriani aprirono i cancelli e lanciarono grida di guerra, scagliandosi in avanti e spaventando gli ausiliari che formavano la rampa d’assalto. Una manciata di uomini che la stavano risalendo caddero giù e rotolarono nel fosso da entrambi i lati, prima che la formazione crollasse in un ammasso confuso di soldati che faticavano a reggersi in piedi. Poi Catone vide che il cancello era stato aperto, e notò la cresta di Macrone sopra alla mischia mentre il centurione e i suoi uomini ricacciavano indietro gli aggressori e ne facevano finire altri nel fosso. Il prefetto Orfito cercò di riorganizzare i suoi uomini in cima al vialetto, ma non ci fu tempo per prepararli perché i pretoriani si avventarono tra le file disordinate. Catone scorse per un ultimo istante Orfito prima che venisse atterrato, poi i suoi uomini si voltarono battendo in ritirata prima della carica di Macrone.
Cassio tirò di nuovo il guinzaglio. Si irrigidì e guardò il padrone con espressione lamentosa.
«Vuoi giocare?».
Il cane agitò la coda e Catone lo lasciò andare. Subito Cassio scattò in avanti, trascinandosi dietro il guinzaglio.
Catone alzò le spalle. «Ops…».
Altri pretoriani scesero dal terrapieno e si riversarono fuori dal cancello all’inseguimento dei siriani in ritirata, atterrandoli duramente o calpestandoli. Cassio si fece strada in mezzo a quell’ammasso di soldati, saltando addosso agli uomini di entrambe le formazioni. Catone rimase a guardare per qualche altro secondo, poi s’incamminò, mettendosi le mani intorno alla bocca mentre inspirava a fondo.
«Seconda pretoriana! Alt! Basta così, ragazzi!».
Gli uomini più vicini si girarono e obbedirono all’ordine. Quelli più lontani colpirono un’ultima volta il nemico prima di fare altrettanto mentre gli ufficiali ripetevano il comando. Macrone ordinò alle centurie di mettersi in formazione, poi guardò con un sorriso divertito gli ausiliari finiti nel fosso che faticavano a rialzarsi, recuperavano l’equipaggiamento e riattraversavano barcollando il campo d’addestramento, fino a dove si trovavano i loro compagni che riprendevano fiato e guardavano con circospezione i pretoriani. Catone scorse la cresta dell’elmo del prefetto Orfito mentre si tirava su a sedere e scuoteva la testa. Lo raggiunse, piegandosi e tendendogli la mano. Orfito sbatté le palpebre e guardò la figura che si stagliava sopra di lui prima di rendersi conto che era Catone.
«I tuoi uomini non sembrano intenzionati a fare prigionieri, tribuno Catone»,
Catone ridacchiò. «Oh, sono più che contenti di fare prigionieri. Ma non c’era alcun beneficio nel risparmiare i tuoi ragazzi, temo».
Si strinsero l’avambraccio e Catone aiutò l’altro ufficiale ad alzarsi in piedi. Dopo essersi spolverato rapidamente i vestiti, Orfito si guardò intorno e vide gli ultimi suoi uomini barcollare per raggiungere i compagni. Poi si girò verso Corbulone, seduto rigidamente in sella, insieme agli ufficiali che commentavano fra loro con sguardi divertiti.
«Non penso che il generale sia soddisfatto dell’esercitazione».
«Non te la prendere troppo», rispose Catone. «È stata una bella mossa usare il pontus. Non me l’aspettavo».
«Non è servito a molto però, eh?»
«Non stavolta», ammise Catone. «Ma ti stavi scontrando contro i miei pretoriani. E uomini come Macrone conoscono tutti i trucchi del mestiere, e sanno come contrattaccare».
All’improvviso dall’altro lato del campo d’addestramento si sentì un coro di urla furiose. Gli ufficiali si girarono e videro che Cassio aveva raggruppato alcuni uomini e stava correndo intorno a loro, mordendo chiunque cercasse di scappare.
«Ti dispiace far ritirare la cavalleria, tribuno? Credo abbia creato già abbastanza caos».
Catone si infilò due dita in bocca ed emise un fischio lacerante. Cassio si fermò all’istante e si voltò. Il tribuno fischiò di nuovo, e il cane lanciò un ultimo sguardo affamato alle sue prede prima di girarsi e tornare di corsa dal padrone.
«Ti offrirò da bere la prossima volta che ci vedremo alla mensa degli ufficiali», disse Orfito. «A te e a quel folle sanguinario, il centurione Macrone».
Si scambiarono un cenno del capo, poi Orfito marciò con passo rigido per riprendere il controllo della sua coorte, cercando di mantenere quanta più dignità possibile. Cassio arrivò a tutta velocità e si fermò di colpo, ansimando pesantemente con la lingua di fuori. Catone prese il guinzaglio e raggiunse Macrone, di fronte ai pretoriani raccolti davanti al terrapieno. Gli uomini erano tranquilli, con gli scudi di vimini poggiati a terra mentre ridevano e scherzavano.
«Ottimo lavoro, centurione. Hai dimostrato prontezza di spirito».
Macrone sorrise. «Se lo dici tu è davvero un ottimo complimento, signore. Ovviamente, io e i ragazzi abbiamo avuto un bell’aiuto», rispose accarezzando Cassio, che gli leccò la mano.
«Ci sono stati feriti?»
«Qualche livido, niente di che»
Catone annuì, soddisfatto. «Bene».
Furono interrotti da un rumore di zoccoli quando il generale e il suo seguito si avvicinarono alle file disordinate degli ausiliari. Corbulone sembrava più vecchio dei suoi quarantanove anni: capelli grigi, un volto pieno di rughe e angoli della bocca rivolti in giù che facevano apparire la sua espressione ostile e severa.
«Prefetto Orfito!», gridò. «Metti in formazione i tuoi uomini, accidenti! Non tollero che si aggirino come un branco di buoni a nulla in vacanza!».
Lo sventurato prefetto fece il saluto e ordinò di allineare gli uomini. Con non poche urla, e non facendosi scrupoli a usare i bastoni di vite e le aste, i suoi centurioni e optiones riuscirono a mettere in formazione le sei centurie della coorte siriana, che si misero sull’attenti sotto lo sguardo truce del generale. Quando furono finalmente pronti, Corbulone diede un colpo di redini e passò davanti agli ausiliari con un’espressione carica di disprezzo. Poi tornò al centro della coorte per rivolgersi a loro.
«È stata l’esercitazione più ridicola che abbia mai visto in tutto l’esercito romano», iniziò con tono duro e aspro. «Non solo non siete riusciti a mantenere un passo decente durante la marcia, non siete neanche stati capaci di rimanere in formazione. Per tutti gli dèi! Un gruppo di vagabondi zoppi avrebbe fatto di meglio. E se ciò non fosse abbastanza, siete arrivati sul campo d’addestramento con passo strascicato come reclute al primo giorno. Da quanto vedo, il vostro equipaggiamento non è ben curato, e alcuni di voi non hanno nemmeno la dotazione completa. Centurioni! Voglio che prendiate i nomi di tutti coloro che non si sono presentati con l’equipaggiamento completo. Nessuna eccezione, per cui ufficiali inclusi. Chi non si è presentato pronto per la guerra dormirà all’aperto per il resto del mese, e non mangerà altro che zuppa d’orzo». Si girò per indicare il terrapieno. «Quanto a quello che potremmo definire, con non poca ironia, il vostro attacco a una difesa schierata, giuro sul grande Giove che una manciata di vestali avrebbe fatto più paura al nemico».
Si sentirono delle risate fra i pretoriani, ma un optio li fece tacere subito con una brusca imprecazione.
Corbulone fissò i siriani per un momento prima di proseguire la sua strigliata. «Se vi comporterete così con i parti, vi assicuro che nemmeno un decimo di voi sopravvivrà. Forse avrete fatto divertire i nostri amici pretoriani, ma vi garantisco che i parti non rideranno quando attaccheranno voi e tutti gli altri uomini dell’esercito orientale che hanno passato la vita adagiati sul proprio culo grasso in guarnigioni tranquille.
«La vita è stata fin troppo semplice per voi, ma adesso le cose sono cambiate, signori. All’arrivo della primavera, invaderemo l’Impero parto. Sarà la più grande dimostrazione di forza dell’esercito romano in Oriente dai tempi di Marco Antonio. Per quelli di voi che vivranno abbastanza a lungo da assistere alla vittoria finale, il bottino sarà tale da rendervi tutti ricchi oltremisura. Per quelli che periranno durante il cammino, ci sarà soltanto una tomba anonima sul ciglio di una strada polverosa, che ben presto verrà dimenticata. È questo il destino che vi attende se non riuscirete a fare molto meglio di quanto non avete appena fatto.
«Per troppo tempo vi siete limitati a giocare a fare i soldati. Adesso dovete guadagnarvi la moneta di Roma. Dovrete guadagnarla versando sudore e sangue. Dovete rafforzare il cuore, i muscoli e la vostra determinazione. Dovete curare l’equipaggiamento: se l’armatura è fragile e usurata, non vi proteggerà; se la spada è arrugginita e non affilata, non ucciderà; se gli stivali sono consumati, non vi porteranno lontano, e rimarrete indietro finché il nemico non vi colpirà e vi mas- sacrerà. E il nemico che affronteremo è forse il più temibile che Roma abbia mai incontrato. Oh, lo so che secondo alcuni i parti sono solo dei deboli depravati che se ne vanno in giro con le tuniche fluttuanti e gli occhi truccati come le donne, ma ad affermarlo altro non è che un branco di stolti facile preda del nemico. Non vi fate ingannare: i parti sono abili guerrieri. Cavalcano come se fossero nati in sella. Sanno scoccare frecce dal proprio cavallo con la stessa fermezza e precisione di quando poggiano i piedi sul terreno. La cavalleria parta è come un fiume in piena: aggira gli ostacoli e prosegue indisturbato finché non viene bloccato da una diga. Noi saremo quella diga. Saremo le rocce che il nemico non può superare. Nemmeno la potenza dei loro catafratti ci spezzerà. Sui nostri scudi e le nostre lance e le nostre spade si infrangeranno in mille pezzi. E allora conquisteremo la vittoria».
Corbulone fece una pausa perché le sue parole arrivassero a tutti. «Ma questo non succederà mai finché arrecherete vergogna alla reputazione di Roma come avete appena fatto. Davanti a me non vedo nemmeno un soldato degno di questo nome. Vedo solo gli indolenti resti di una coorte un tempo fiera, i cui uomini hanno davvero onorato la sua reputazione e il suo imperatore. Tutto questo deve cambiare, altrimenti sarete carogne per gli avvoltoi della Partia. Prefetto Orfito!».
Il comandante della coorte fece un passo avanti. «Signore!».
«Questi sono i tuoi uomini. Sei tu a stabilire il livello. Se d’ora in poi falliranno, sarà perché tu hai fallito. E se fallisci, allora non mostrerò alcuna pietà. Esigo il massimo dai miei ufficiali. Se non possono dare il meglio, allora non c’è posto per loro nella mia armata. È chiaro?»
«Sissignore».
«Allora assicurati che questi uomini siano addestrati come si deve. Chi non arriverà al livello richiesto sarà congedato senza la consueta gratifica. Questo vale per tutte le unità sotto al mio comando. Incluse le legioni». Indicò col pollice alle sue spalle. «E i pretoriani».
Catone e Macrone si scambiarono una rapida occhiata.
«Sta esagerando adesso», disse Macrone a mezza voce. «I soldati non la prenderanno bene».
«Nemmeno a Roma, quando verrà a saperlo Nerone», aggiunse Catone. «Se c’è una lezione che qualsiasi imperatore ha imparato è che non si devono toccare i privilegi della Guardia Pretoriana».
«Esatto», rispose Macrone con decisione.
Corbulone lanciò un’ultima occhiata di disprezzo alla coorte prima di rivolgersi a Orfito: «Rompere le righe!». Poi si girò e partì al piccolo galoppo, guidando i suoi ufficiali verso l’ingresso principale della città di Tarso in un vortice di polvere.
Catone lo guardò per un momento prima di voltarsi verso i siriani. «Non è esattamente l’incoraggiamento di cui avevano bisogno dal proprio generale».
«È esattamente ciò di cui avevano bisogno», rispose Macrone. «Non valgono niente, e lo sanno. Prima Orfito li mette in riga, meglio è».
Catone annuì. «Su una cosa Corbulone ha ragione. Se non saranno pronti quando dovremo affrontare i parti, saranno spacciati».
Macrone grugnì. «A proposito di cose allegre… quali sono i tuoi ordini, signore?».
Catone ci pensò qualche secondo. «Agli uomini farà bene un po’ di esercizio. Falli marciare intorno alla città un paio di volte prima di lasciarli liberi».
«Sissignore».
«Ci vediamo quando avrai finito. Falli faticare, centurione». «Come sempre».
Catone annuì, tirò il guinzaglio di Cassio e si avviò verso l’entrata della città.
Macrone si voltò verso i pretoriani, molti dei quali stavano ancora  ridendo ripensando all’esercitazione imbarazzante dei siriani. Era un dato di fatto che le unità di qualsiasi armata fossero in competizione l’una con l’altra. I legionari si sentivano superiori agli ausiliari, gli ausiliari non sopportavano l’arroganza dei legionari, ed entrambi i gruppi detestavano i pretoriani. Se quella sera uno qualsiasi dei siriani si fosse imbattuto negli uomini di Macrone in una delle locande della città, sarebbero stati guai. In quel caso, l’unica cosa che preoccupava Macrone era che i pretoriani dessero loro una lezione a suon di calci.
Inspirò a fondo mentre guardava le file della coorte pretoriana, poi si accigliò e gridò con voce severa: «In nome di Ade, che cosa avete da sorridere? Non riderete quando scoprirete cosa c’è in serbo per voi bastardi! Sull’attenti! Scudi in alto! Prepararsi a marciare!».

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “Il traditore di Roma” di Simon Scarrow (Newton Compton – traduzione di Andrea Russo)

56 d.C. Il tribuno Catone e il centurione Macrone, veterani dell’esercito ro­mano, sono di stanza sul confine orientale, consapevoli che ogni loro mossa è costantemente monitorata dalle spie del pericoloso e miste­rioso Impero parto. Ma la minaccia esterna potrebbe non essere nulla rispetto a quella interna.
Tra i ranghi della legione si nascon­de un traditore. Roma non mostra alcuna pietà verso coloro che tradi­scono i commilitoni e l’Impero, ma prima di poter punire il colpevole, bisogna trovarlo. Catone e Macrone cominciano così una corsa contro il tempo per sco­prire la verità, mentre i potenti ne­mici oltre il confine non aspettano altro che poter sfruttare qualunque debolezza per annientare la legio­ne. Il traditore dev’essere trovato, o per l’Impero sarà la fine.

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Simon Scarrow è nato in Nigeria. Dopo aver vissuto in molti Paesi si è stabilito in Inghilterra. Per anni si è diviso tra la scrittura, sua vera e irrinunciabile passione, e l’insegnamento. È un grande esperto di storia romana. Il centurione, il primo dei suoi romanzi storici pubblicato in Italia, è stato per mesi ai primi posti nelle classifiche inglesi. Scarrow è autore delle serie Le aquile dell’impero, Roma arena saga, I conquistatori e Revolution saga. Ha firmato anche i romanzi L’ultimo testimone (con Lee Francis), Eroi in battaglia e La flotta degli invincibili (con T.J. Andrews). Le sue opere hanno venduto oltre 5 milioni di copie nel mondo.

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