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LA MODELLA DI KLIMT di Gabriele Dadati: incontro con l’autore

novembre 12, 2020

La modella di Klimt“La modella di Klimt. La vera storia del capolavoro ritrovato” di Gabriele Dadati (Baldini + Castoldi): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

[in libreria da oggi, 12 novembre]

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Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) ha pubblicato vari libri, tra cui Sorvegliato dai fantasmi (2006, finalista come Libro dell’anno per Fahrenheit di Rai Radio 3) e Piccolo testamento (2011). Nel 2009 ha rappresentato l’Italia nel progetto «Scritture Giovani» del Festivaletteratura di Mantova.

Presso Baldini+Castoldi sono usciti i romanzi L’ultima notte di Antonio Canova (2018), finalista al premio Comisso, e Nella pietra e nel sangue (2020, qui l’incontro con l’autore dedicato a questo libro).

E ancora Baldini+Castoldi pubblica il nuovo romanzo di Gabriele Dadati (foto in basso di Laura Scaglioni). Si intitola “La modella di Klimt. La vera storia del capolavoro ritrovato“: il racconto di una vicenda incredibile e struggente che inizia a Vienna nel 1910, attraversa tutto il Novecento e arriva fino a noi. Tra verità e menzogne.

Abbiamo chiesto a Gabriele Dadati di parlarcene…

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«Ritratto di signora di Gustav Klimt è il dipinto dalla vita più avventurosa che io conosca», ha detto Gabriele Dadati a Letteratitudine. «O meglio: la sua esistenza è salita sulle montagne russe a un certo punto, e non smette di cavalcarle. Ma cominciamo dall’inizio.Acquistato dal nobile piacentino Giuseppe Ricci Oddi a Milano, presso il gallerista Luigi Scopinich, a metà degli anni Venti, il ritratto è rimasto tranquillo per alcuni decenni nel museo fondato dal collezionista e che porta il suo nome (www.riccioddi.it). Poi, un quarto di secolo fa, nella primavera del 1996, armata solo della propria copia dei “Classici dell’arte” Rizzoli la studentessa liceale Claudia Maga ha fatto una scoperta straordinaria. Si è resa cioè conto che il volto della giovane donna sulla tela somigliava straordinariamente a quello al centro di un’altra opera, considerata perduta, e che nel libro in suo possesso era riportato in una piccola fotografia in bianco e nero. “Somigliava” non nel senso che Klimt aveva impiegato due volte la stessa modella, come gli capitava spesso, ma nel senso che i due volti apparivano proprio identici. Cambiavano i vestiti e lo sfondo, ma i lineamenti erano sovrapponibili.
L’opera è stata quindi analizzata con i raggi X e la scoperta è divenuta ufficiale: nel 1910 Klimt dipinse una prima volta il ritratto, un paio d’anni dopo lo espose a Dresda (e venne fotografato), poi – poco prima di morire (6 febbraio 1918) – lo rimise sul cavalletto per levare cappello e sciarpa vaporosa, sostituendoli con un’acconciatura curata e con una camicetta. Perché si comportò così? Impossibile saperlo. La notizia, tuttavia, quella primavera ha fatto il giro del mondo. Come l’ha fatta, purtroppo, la notizia del furto, avvenuto nel febbraio 1997, alla vigilia di un’importante mostra. A museo chiuso, con molte altre opere in restauro, il Klimt è sparito. È stata ritrovata sul tetto, vicino a un lucernario, la cornice, ma da subito è parsa una cattiva pista: il ladro doveva essere uscito dalla porta, chissà come…
Passano 23 anni. Con falsi dipinti ritrovati sul mercato nero dell’arte – uno indirizzato addirittura a Craxi, già latitante ad Hammamet – e falsi indizi, dicerie anche sataniche (l’opera giacerebbe addirittura in una tomba…) e richieste di riscatto. Ma niente. Per oltre due decenni rimane una delle opere d’arte più ricercate al mondo.
Arriviamo al dicembre 2019. Per incarico del Comune di Piacenza, nel decennale della sua morte sto lavorando alla mostra celebrativa dedicata a Stefano Fugazza, indimenticato direttore della Galleria d’arte moderna “Ricci Oddi”: ero stato il suo collaboratore più stretto, negli ultimi anni. Dobbiamo inaugurare il 13, che è Santa Lucia (nella nostra zona molto amata: porta i doni ai bambini), e martedì 10, nel pomeriggio, avviene il miracolo. L’opera viene incredibilmente ritrovata in una nicchia esterna dei muri perimetrali del museo. Ce la deve aver messa qualcuno da poco, perché altrimenti sarebbe marcita, e inoltre è contenuta in un sacco nero dell’immondizia su cui campeggia un logo recente della municipalizzata che si occupa di raccolta e smaltimento. Ma è indubbiamente lei. Ritrovata casualmente da alcuni giardinieri.
Su Piacenza, in quei giorni, scendeva una neve leggera e incantata. Stefano amava la montagna e anche la neve. Alla città il ritrovamento è parso un risarcimento alla sua memoria: aveva sofferto molto, per quel furto. A me è sembrato quasi un suo intervento dall’alto. Quindi ho ripreso la storia dall’inizio e ho attraversato tutto il Novecento per affrontare queste domande: chi è la donna del quadro?, perché Klimt l’ha dipinta due volte?, chi ha rubato l’opera?, chi e perché l’ha restituita?
Nel mio La modella di Klimt le risposte ci sono tutte».

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“La modella di Klimt. La vera storia del capolavoro ritrovato” di Gabriele Dadati (Baldini + Castoldi): brano estratto dal 1° capitolo

 

Anche quando una storia non proviene dai territori sconfinati della fantasia, ma da quelli ben più angusti dell’esistenza, in genere non è difficile capire quale ne sia l’inizio: è il momento in cui la vita del protagonista, o dei protagonisti, entra in crisi e inizia a traballare. Ecco, ci siamo: la storia s’è messa in moto e proseguirà fino a che gli scossoni non si sono esauriti e all’equilibrio iniziale ne è subentrato un altro. Migliore, peggiore, o chissà. Non importa davvero. L’unica caratteristica certa del nuovo equilibrio è che sembra poter durare. Almeno finché non arriva la crisi successiva, e allora si riparte da capo.
La storia che si racconta in questo libro, tuttavia, ha tanti possibili inizi. E ancora non è finita.
Ho riflettuto a lungo su quale fosse il punto esatto in cui tutto cominciava. Ma i protagonisti sono troppi e se ne stanno sparpagliati nello spazio e nel tempo. Alcuni li ho conosciuti personalmente, della maggior parte ho solo sentito parlare. E già questo renderebbe difficile individuare il punto. In più, essendo una storia che deve ancora concludersi – o meglio: devono concludersi alcune delle vicende che questa storia contiene – non stento a credere che in futuro ne arruolerà altri.
Ho quindi deposto le mie ambizioni a vestire i panni del narratore onnisciente e, nell’impossibilità di individuare in maniera inequivocabile l’inizio della storia, mi sono ridotto a chiedermi quando è cominciata per me. Dopo averci ragionato, ho scelto una data: 10 dicembre 2019. Un martedì. E un orario: le 17 e 28 minuti. In quel momento ero sotto la doccia, massaggiato dal getto dell’acqua calda e avvolto nella penombra del bagno stretto e lungo di casa. La luce dell’unica lampadina che all’epoca scendeva dal soffitto non era abbastanza intensa da rischiarare davvero la stanza e a me stava bene così: ero stanco e mentre mi frizionavo il cuoio capelluto cercavo di fare il punto della situazione. Era in corso l’allestimento di una mostra a cui avevo lavorato negli ultimi tre mesi e si stavano presentando problemi a tratti surreali. Uno per tutti? La pianta della sede espositiva, una chiesa sconsacrata, era stata fornita a Gianluigi Tambresoni detto Tambrino, l’architetto che si occupava dell’allestimento, in una copia infedele. Quando la mattina precedente si era recato sul posto con gli operai per erigere le pareti posticce che avrebbero frazionato gli spazi, aveva scoperto che le dimensioni della chiesa reale non erano quelle che aveva desunto dalla pianta. Chi l’aveva fotocopiata l’aveva leggermente ingrandita, e così la scala era andata a farsi benedire. Lo spazio, dentro la chiesa reale, era meno. E le pareti posticce non ci stavano. Finito di scaricare, gli operai si erano messi a segare le superfici in legno stuccato costruite la settimana prima. Il che, dal punto di vista dell’allestimento, non era privo di conseguenze. Le opere sarebbero state più vicine l’una all’altra; inoltre ci sarebbe stato meno spazio per i pannelli che introducevano le diverse sezioni e per le citazioni che avevo previsto di sparpagliare qua e là.
Pensavo a questa e ad altre bizzarrie che si stavano verificando una dopo l’altra, mi massaggiavo con i polpastrelli la testa e per quanto possibile mi godevo quel momento come qualcosa di assolutamente mio, strappato alla frenesia della giornata. Per cui, quando alle 17 e 28 dalla nube indistinta dell’interscambio dati che tutto avvolge è piovuto nel mio cellulare il messaggio che rappresenta per me l’inizio di questa storia, non me ne sono accorto. Come non mi sono accorto del messaggio seguente, giunto alle 17 e 31 a ribadire che le cose si stavano mettendo in moto. Il telefono infatti era appoggiato sulla lavatrice, ma io in quel momento non gli badavo. Né gli ho badato nei minuti successivi, finché non sono uscito dal box doccia per asciugarmi e vestirmi. Solo a quel punto l’ho preso in mano e ho visto la notifica di WhatsApp.
Il primo messaggio, quello delle 17 e 28, era in realtà uno screenshot dal sito del quotidiano «Libertà». Un’ultima ora che aveva per titolo: Mistero alla Ricci Oddi, quadro in un ripostiglio: potrebbe essere la Signora del Klimt. La foto mostrava due agenti di fronte al cancello esterno del museo e le poche righe che si riuscivano a leggere alludevano al ritrovamento di un sacco nero durante alcuni lavori di pulitura. Al suo interno c’era un dipinto che sembrava il Ritratto di signora di Gustav Klimt rubato nel 1997. Il secondo messaggio, giunto tre minuti dopo, recitava: «Potevi sperare in un lancio pubblicitario migliore di questo?» Il mittente di uno e dell’altro era Jonathan Papamarenghi, assessore alla Cultura del Comune di Piacenza. Si era insediato da poco più di un anno e avevamo già avuto modo di collaborare. Nonostante l’incolmabile distanza politica, eravamo pressoché coetanei e i nostri rapporti si erano fatti via via più cordiali. La mostra che stavo curando era promossa dal suo assessorato. L’intento era quello di ricordare, a dieci anni dalla scomparsa, Stefano Fugazza. Storico dell’arte di grande valore, uomo di valore ancora più grande, era stato per me un maestro: l’avevo conosciuto per caso al termine di una conferenza quando ancora studiavo e non appena laureato ero divenuto il suo assistente proprio in Ricci Oddi, museo che all’epoca dirigeva. Questo accadeva nel novembre del 2006. Nel maggio del 2009, all’età di cinquantaquattro anni, Stefano si era spento dopo mesi tremendi in cui un cancro al cervello l’aveva progressivamente chiuso fuori dai depositi della sua prodigiosa memoria e aveva estinto l’agilità con cui passava da una faccenda all’altra nelle sue interminabili giornate. L’unica cosa su cui la malattia non aveva avuto alcun potere erano stati i suoi occhi buoni, che avevano continuato a luccicare fino all’ultimo giorno.
Ora, mentre la città finalmente si avviava a celebrarlo esponendo alcune opere della sua collezione privata e raccontandone con pannelli, fotografie e video l’avventura intellettuale, ricompariva (forse) il capolavoro che era stato trafugato dal museo all’inizio del suo mandato da direttore. Sembrava un segno, quasi un risarcimento postumo alla sofferenza che quel furto aveva comportato. Nel 1997 io ero solo un ragazzino e anche in seguito, durante gli anni passati al suo fianco, l’argomento era sempre rimasto fuori dalle nostre conversazioni. Sapevo però che c’era chi all’epoca aveva chiesto a gran voce le sue dimissioni. Ma al di là delle eventuali conseguenze personali, che per fortuna non c’erano state, la scomparsa del dipinto di Klimt rappresentava una voragine che gli si era aperta sotto i piedi: da allora, con molto coraggio e molta energia, Stefano aveva continuato a danzare sull’orlo. La sua intera esistenza si era per certi versi edificata su quel vuoto.

(Riproduzione riservata)

© Baldini + Castoldi

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La scheda del libro: “La modella di Klimt. La vera storia del capolavoro ritrovato” di Gabriele Dadati (Baldini + Castoldi)

Piacenza, dicembre 2019. Sono trascorsi dieci anni da quando si e` spento Stefano Fugazza, l’indimenticato direttore della Galleria d’arte moderna Ricci Oddi, e fervono i preparativi per la mostra che lo celebrera`. A curarla e` stato chiamato Gabriele Dadati, che era il piu` stretto collaboratore dello studioso nell’ultimo periodo della sua vita. Quando l’allestimento e` ormai concluso, avviene un fatto clamoroso: a distanza di ventitre? anni dal furto, fa la sua ricomparsa in citta` Ritratto di signora di Gustav Klimt. Un capolavoro divenuto celebre nella primavera del 1996, quando si scopri` che il maestro viennese aveva inspiegabilmente dipinto due volte la stessa tela, e che fu sottratto al museo pochi mesi dopo in maniera rocambolesca. La notizia fa il giro del mondo. Dal «New York Times» alla BBC, da «Le Figaro» allo «Spiegel»: tutti ne parlano. Sembra qua- si un risarcimento ideale per la memoria dello storico dell’arte, che a lungo aveva convissuto con il dolore e l’umiliazione per quella vicenda. Ma chi rubo` l’opera? Chi l’ha restituita ora, infilandola in un sacco della spazzatura e nascondendola in una nicchia sporca e umida? E prima ancora: chi e` la donna ritratta in due momenti diversi da Klimt? Qualcuno e` depositario delle risposte a tutte queste domande. Con lui, all’indomani dell’inaugurazione, Dadati trascorrera` una lunghissima giornata. Scoprendo nelle sue parole una vicenda incredibile e struggente che inizia a Vienna nel 1910, attraversa tutto il Novecento e arriva fino a noi. Tra verita` e menzogne.

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