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STORIE PER GENITORI APPENA NATI di Simone Tempia (intervista)

novembre 12, 2020

“Storie per genitori appena nati” di Simone Tempia (Rizzoli Lizard)

* * *

di Eliana Camaioni

Viene ad aprirmi col suo sorriso baffuto.

“Benvenuta, accomodati”, e fa un inchino sornione che sembra una citazione, con l’eleganza d’altri tempi che gli è propria. Fa strada attraversando il salone e lungo un corridoio, fino al luogo che ci ospiterà per un’oretta buona, in una giornata grigia e insolitamente calda di questo strano novembre duemilaventi.
Confesso che ho una certa emozione: Simone ha scelto lo studio di casa sua come luogo per la nostra intervista, e mentre mi siedo sulla poltroncina di vimini accanto alla scrivania col computer, e Simone prende posto di fronte a me in una sedia alcova di design – un uovo bianco di policarbonato girevole, con gli interni di velluto bordeaux – mi batte il cuore al pensiero di trovarmi nel luogo che ha visto nascere Sir e Lloyd, il maggiordomo e il padrone più famosi dei social, che hanno consacrato al grande pubblico l’arte eclettica di Simone Tempia. Che oggi in libreria, con “Storie per genitori appena nati” (Rizzoli Lizard) inaugura una nuova avventura e si mette coraggiosamente alla prova, innovando con uno stile ormai tutto suo un genere antico, quello dei racconti e delle favole. O piuttosto costruisce un romanzo fatto di stanze di racconti, che si alternano con uno stile a staffetta; complessi e decorati come quei cioccolatini di alta pasticceria, dai mille sapori e lo speziato che non ti aspetti, da sciogliere in bocca lentamente accanto a un camino e un buon whiskey d’annata.
Mi guardo attorno, un po’ stupita: immaginavo mi avrebbe accolto un ambiente vittoriano e rétro e invece mi ritrovo in una camera modernissima dalle pareti bianche, piena di piante – ‘tante, ci tengo molto’, dice Simone presentandomele come componenti del nucleo familiare -; la scrivania che viene fuori da un’icona del muro attorno a una trave dominata da un acquerello d’autore e su di essa, accanto al computer, due tazze vintage di smalto e metallo, una caraffa di cristallo piena d’acqua con due bicchieri che credo siano lì per noi. Una veranda dipinta di giallo, decorata da un treno di piante rampicanti che si inseguono lungo il muro filtra la luce ovattata della mattina; un cielo lattiginoso ci scruta in silenzio, punteggiato dalle cime degli alberi che fanno capolino dal parapetto.
Accendo il registratore, e sento provenire dalla stanza accanto la voce di Timoteo Piccolino, il bambinello biondo che abbiamo visto crescere in foto sui social, adesso diventato uno dei protagonisti della nuova avventura editoriale di Simone.
O piuttosto il suo motore immobile: perché “Storie per genitori appena nati” ha la sua ragion d’essere proprio a partire dal giorno in cui due individui mutano per sempre la loro condizione diventando genitori.
Non a partire dalla nascita del figlio, ma dall’istante in cui il test annuncia la sua presenza.
Il che mi porta dritto alla prima domanda:

“Quando nasce un bambino, nascono assieme a lui anche due genitori: emozionati, entusiasti, ma soprattutto impauriti. Due adulti che si ritrovano improvvisamente impreparati nei confronti di quell’esserino che da quel momento in poi è tutto a carico loro. Con domande che non sempre hanno risposte, molto spesso ne hanno più di una. Se ho ben capito, è a loro che questo tuo nuovo libro è dedicato” chiedo, entrando subito in argomento.
Simone TempiaSimone annuisce: “È un libro dedicato a tutti coloro che sono stati figli. E che, in alcuni casi, sono diventati anche genitori. È dedicato a tutto ciò che nasce e che ti stravolge l’esistenza. Ed è dedicato a tutte le paure. Le tante paure. E a chi non le vuole sconfiggere ma capire.
“Un libro che somiglia più a un labirinto, di cui la Intro ci fa da filo di Arianna e ci presenta i protagonisti: un papà insonne e preoccupato, un figlio piccolo che ha la febbre, e dorme nel lettone della mamma. Mi pare che gli ingredienti ci siano tutti, chiari, sin dall’inizio…” affondo.
Lui sorride: “Questo mi è di grande consolazione. Una buona entrata è ciò che ti fa sentire a casa. Al sicuro”.
Ripenso alla struttura del libro, all’alternarsi dei capitoli. Annunciati dantescamente da un’epigrafe, che cito a voce alta: “La paura non è che un esercizio di fantasia”, “Il coraggio non è che uno sforzo di immaginazione” dico. “Come tradizione vuole, due frasi sibilline sono messe sulle rispettive “porte” dei mondi che il Quaderno Nero e il Quaderno Bianco raccontano.” azzardo.

“Sono ingressi in due mondi diversi ma tangenti, contigui. Come lo sono la fantasia e la realtà”
“ E come da tradizione, le favole celano archetipi universali, sono manuali di istruzioni per le circostanze della vita di tutti i giorni. E questo rapporto favola-vita mi sembra ben rappresentato nell’alternanza, anche grafica, dei capitoli. Dico bene?”
“Dici bene” risponde laconico, e sembra quasi divertito, piacevolmente colpito dal fatto che io mi sia accorta di quello che a prima vista poteva sembrare un dettaglio tipografico senza importanza.

Metto in pausa il registratore, scorro veloce con gli occhi gli appunti. Sul taccuino, come è mia abitudine avevo annotato durante la lettura qualche concetto chiave che mi sarebbe servito poi, per una recensione che avrei fatto nel caso in cui non fosse stato possibile ottenere l’intervista; mi vengono in mente tutte le cose che pensavo di dire, considerazioni che adesso con l’autore davanti non so se sia il caso di fare, come impostarle, come eventualmente inserirle in mezzo alle altre domande.
Avrei detto che penso che Simone Tempia sia a tutti gli effetti un inventor generis, per la sua capacità di inserirsi nel solco di una tradizione e deflagrarla dall’interno, rinnovandola: lo aveva già fatto con Sir e Lloyd, riuscendo a dar vita al mondo di due personaggi a tutto tondo avvalendosi solo di dialoghi di poche battute – stringate, sagge, dense, ironiche, eloquenti – raccontando con una collatio di dialoghi slegati fra loro quanto e meglio che con le mille descrizioni all’interno di un romanzo: sono sicura che saremmo tutti in grado, oggi, di descrivere con esattezza gli ambienti, le porcellane, i tappeti, gli arredi, le tappezzerie del luogo in cui Sir e Lloyd agivano e si muovevano, una sorta di allucinazione condivisa che solo il talento della scrittura di Simone è riuscito a creare, un romanzo collettivo mai scritto ma che ci appartiene come un classico della letteratura. E lo stesso ho percepito accadermi leggendo le sue pagine nuove: a partire dall’unico elemento che la voce narrante ci regala (un armadio giallo, di notte, nella cameretta di un bambino) sarei in grado di descrivere con esattezza i luoghi in cui i due genitori protagonisti spendono le loro giornate assieme al figlio e consumano notti insonni occupando letti con formazioni a geometria variabile.
Ma ho il timore di divagare, o di fare domande che somiglino a malcelata adulazione; così riaccendo il registratore, mi impongo di rimanere sul tema già intrapreso:

“La paura e il coraggio, i due topic che agli antipodi tirano i fili del tessuto di questo libro. È vero?”
“E se invece fossero il futuro e il presente quei fili?”.

Anche stavolta Simone è lapidario ma incisivo, mi risponde con una domanda che ribalta le mie certezze. Il che mi diverte parecchio e mi dà il coraggio di fargli la domanda diretta che ho nel cuore ma che mai avrei pensato di osare:
“Papà Simone, anche lui ha paura?”.

Simone si fa scuro in volto, io penso che oddio ho sbagliato tutto e mi partono in testa Carmina Burana di improperi, quando lui solleva un indice severo e puntualizza:
“Terrore. Si dice terrore…”, e non riesco a non ridere, colta in fallo per l’ennesima volta dalla sua autoironia dissacrante, e penso che la sua forza stia nell’azzerare il confine fra l’artista e la persona, fra la persona e il personaggio, fra la realtà e la finzione, quando sento bussare alla porta; lui solleva le sopracciglia e va ad aprire: Timoteo Piccolino, con un giochino in mano, appare sulla soglia. Simone lo prende in braccio, lo infila come un cucciolo sulle sue gambe nella tana girevole, per nulla turbato per l’invasione di campo né a disagio per quel pezzo di vita vera arrivato a ricordare che il suo mestiere di genitore non ammette pause. Il che mi porta dritta a formulare la domanda successiva:

“La nascita di un bambino trasforma due individui sessuati e con una vita di relazione in una funzione unica e asessuata: i genitori. Come “Non guardarsi, non vedersi, non toccarsi” sembra far trapelare…”, e lo so che sto toccando un tasto delicato, forse il sancta sanctorum di tutte le coppie di neogenitori.

Ma Simone incassa e rilancia:
“Non sembra. Fa trapelare. In questo libro ho cercato di raccontare ciò che solitamente rimane ai margini, non solo delle narrazioni sulla genitorialità, ma anche del cuore stesso dei genitori. Realtà (non verità, io non ho verità) che non si confidano nemmeno a se stessi. La paura della morte, l’addio all’intimità, il desiderio di fuga che ogni tanto ti prende: non volevo raccontare l’ennesimo mondo fatto da genitori imperfetti ma amorevoli, né quello dei figli che ci fanno assurgere al grado di eroi. Ho voluto raccontare l’umanità e l’identità. Perché, prima di essere genitori, siamo persone con una propria vita alle spalle che viene completamente stravolta”

Timoteo Piccolino dà segni di impazienza, lo interrompe, gli tira i baffi; sta reclamando a gran voce il suo papà, e capisco che è ora di avviarci verso la conclusione:

“Da Sir e Lloyd, passi a un libro diversissimo. Ma come nel primo caso (e il successo straordinario lo ha confermato) anche stavolta porti al lettore qualcosa di non convenzionale: se infatti i dialoghi di Sir e Lloyd hanno per così dire creato un genere nuovo pur utilizzando uno strumento tradizionale, anche stavolta ho l’impressione che questo romanzo utilizzi in un modo nuovo l’uso dei racconti, con uno schema a staffetta che lo colloca in una categoria diversa dalla mera raccolta di storie e altra anche rispetto al romanzo.
“Il tema della novità mi è molto caro. Ma ancora più caro mi è il tema della necessità: cosa avrei potuto aggiungere io a una narrazione collettiva su un tema tante volte raccontato? Questa è la mia risposta”

“Simone Tempia scrittore e ‘inventor generis’ quindi? E’ questa la tua mission?”
“Non ho alcuna mission. Non ho un obiettivo. Non ho alcun compito.
Ho una penna.
E non ho paura di usarla.”

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Storie per genitori appena nati - Simone Tempia - ebookLa scheda del libro: “Storie per genitori appena nati” di Simone Tempia (Rizzoli Lizard –Illustratore: Roberto La Forgia)

 

“La cosa davvero bella è che questo è un libro. Non un manuale, o un blog, cioè le forme che oggi in genere sceglie chi vuole condividere esperienze e/o saperi. No no, è un libro: con i suoi paragrafi e capitoli, l’io narrante e le terze persone, la sua dose di realtà e quella di fantasia, i linguaggi che cambiano tono e ritmo, e anche la sua utilità, o necessità, come preferite chiamarla. E una caratteristica di chi scrive libri è quella di avere, a un certo punto, il coraggio, e la generosità, di fidarsi di loro e lasciarli andare. Esattamente come si dovrebbe imparare a fare anche con i figli.” (Lella Costa)

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Simone Tempia (1983) scrive per “Vogue Italia”. Nel 2014 ha lanciato una pagina Facebook che ogni mese raggiunge milioni di lettori e ha ispirato i bestseller Vita con Lloyd (2016), In viaggio con Lloyd (2017) e Un anno con Lloyd (2018).

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