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GLI ONOREVOLI DUELLANTI di Giorgio Dell’Arti: incontro con l’autore

novembre 16, 2020

“Gli onorevoli duellanti. Il mistero della vedova Siemens” di Giorgio Dell’Arti (La nave di Teseo): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Giorgio Dell’Arti è giornalista, fondatore e direttore di Anteprima (anteprima.news), scrive su “la Repubblica”, “Oggi”, “Vanity Fair”. Ha collaborato, prima o poi, con tutti i più grandi quotidiani e settimanali italiani. Ha fondato “Il Venerdì di Repubblica”, ha scritto due biografie di Cavour, manipolato le Note azzurre di Carlo Dossi (Corruzioni), raccontato i miti greci tutti di seguito, come fossero un unico romanzo (Bibbia pagana). Vive a Roma, ha due figlie e quattro nipoti.

È appena arrivato in libreria il nuovo libro di Giorgio Dell’Arti. È un romanzo e si intitola “Gli onorevoli duellanti. Il mistero della vedova Siemens” (La nave di Teseo). Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Non ci crederete, ma questo libro è nato per sbaglio», ha detto Giorgio Dell’Arti a Letteratitudine. «Stavo facendo un lavoro sul 1901 (inutile entrare in dettagli) e per questo leggevo ogni giorno tre o quattro numeri antichi del Corriere della Sera.
Una mattina, avendo chiesto al sito che conserva l’archivio del Corriere di farmi leggere il numero dell’11 marzo 1901, ecco che mi appare una prima pagina con un titolo enorme che annuncia il duello tra il generale Fecia di Cossato (un pezzo davvero grosso in quel momento) e l’onorevole Eugenio Chiesa. Vado a leggere, e il resoconto del duello è un piccolo capolavoro. Io realizzo un quotidiano via mail che si chiama Anteprima (chi volesse riceverlo gratis può andare su anteprima.news) e decido perciò di pubblicare su Anteprima quel bellissimo articolo. Lo faccio, il pezzo ha successo, e un lettore mi scrive chiedendomi: ma perché quei due avevano litigato? Non avendo voglia di addentrarmi in una ricerca che al momento mi pareva priva di interesse, risposi: «Le farò sapere». A questo punto intervenne lo scrittore Sandro Veronesi, con un sms perentorio: «Eh no, adesso ci racconti tutto». Così mi rassegnai e mi misi a far ricerche, partendo come al solito dal Corriere di quegli anni. La prima cosa che ho scoperto è che mi ero sbagliato: il duello non era avvenuto il 10 marzo 1901, ma il 10 marzo 1910. Digitando, avevo invertito lo 0 e l’1 finali!
Le ricerche successive, fortemente basate sulle cronache d’epoca, hanno dato il risultato che si può leggere sul libro pubblicato adesso da La Nave di Teseo e intitolato Gli onorevoli duellanti ovvero il mistero della vedova Siemens. Era la storia di una donna, Nora Füssli vedova Siemens (proprio di quei Siemens lì), che andava a letto col capo di stato maggiore dell’esercito italiano e che per questo fu accusata in Parlamento di essere una spia al servizio degli austro-tedeschi. Uno scandalo enorme e a suo modo grottesco, che mi sono molto divertito a scrivere».

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Un brano estratto da “Gli onorevoli duellanti. Il mistero della vedova Siemens” di Giorgio Dell’Arti (La nave di Teseo)

Il 22 gennaio del 1909, un venerdì, la prima pagina del Corriere della Sera aveva, in alto a sinistra, un articolo di Luigi Luzzatti dedicato al bilancio-record della Francia, quattro miliardi, a suo dire il primo al mondo, effetto delle spese di guerra e del crescente «peso politico dei nullatenenti e dei disagiati» le cui pretese parevano a lui sempre più pressanti. «I debiti» scriveva l’illustre economista (una barba bianchissima, lunga e stretta, gli pendeva sotto il labbro, due gran baffi in forma di manubrio, e sempre candidissimi, gli stavano sotto il naso) «i debiti si fanno oggidì più facilmente, hanno lusinghe morbide e assumono nomi persino simpatici (fondi di rinvestimento, debiti riproduttivi ecc.); le generazioni presenti ne godono il frutto e ne rimandano alle future il pagamento». Poiché tedeschi e inglesi avevano i medesimi problemi, si poteva concludere che «i popoli fecero le rivoluzioni per salvarsi dalla dilapidazione del regime assoluto; e non previdero le dilapidazioni del regime nuovo e libero contro le quali non vi è rivoluzione possibile!».
Sull’altro lato di quella prima pagina, sotto un gran titolo a tre colonne, stavano «i dispacci dai nostri inviati nei Paesi devastati dal terremoto». Il terremoto era quello terribile del mese prima, 28 dicembre 1908, che aveva devastato Messina e Reggio Calabria. Articoli, da Reggio, di Arnaldo Cipolla («il tempo è capriccioso, instabile, cangiante di ora in ora…»), e di A.G. («in una baracca ampia e scomoda…») e, da Messina, di A.A. («neve, acqua, fango, miasmi, scosse di terremoto che si ripetono a distanza di due, tre ore…»). A questi, la redazione aveva aggiunto qualche breve, in cui si dava conto dei corpi in putrefazione trovati su certe rocce a sud-ovest di Palmi, della Gran Croce conferita dal re Alfonso di Spagna alla regina Elena «per l’opera spiegata verso i feriti», dei sigari che la Regina Madre Margherita aveva fatto arrivare alla truppa «mediante un automobile» (senza l’apostrofo perché al momento non si era sicuri che l’automobile fosse femmina), del telegramma con cui il generale Tarditi annunciava al presidente del Consiglio, onorevole Giolitti, di aver provveduto mediante gas ad acetilene alla parziale illuminazione dei comuni di Palmi, Seminara, Sant’Eufemia, Scilla, Cannitello, essendo salva a Bagnara l’illuminazione elettrica.
Infine, proprio al centro di quella prima pagina, stava il sobrio titolo a due colonne “La morte del generale Saletta”, cui seguiva il pezzo trasmesso via telefono da Roma la sera prima: «Stamane, alle 7.20, è morto improvvisamente, nel suo appartamento di via Piemonte, il tenente generale conte Tancredi Saletta, senatore del Regno, in seguito a gravissimo attacco di angina pectoris, con edema polmonare acuto».
Il cronista era stato ammesso nella camera da letto non ancora trasformata in ardente, aveva visto la salma e parlato con i medici e con gli intimi di casa. Poteva quindi fornire qualche dettaglio: «La salute del generale da qualche anno non era buona, tanto che, parecchi mesi prima di lasciare la carica di capo di stato maggiore dell’esercito, era stato costretto a recarsi in riviera per rimettersi in forze. Abbandonato per i limiti d’età l’esercito attivo, il Saletta era rimasto in Roma, frequentando quasi quotidianamente le sale del Senato. Due giorni fa, accusando un generale malessere e soffrendo per un po’ d’asma causata da insufficienza cardiaca, fu costretto a mettersi a letto. Il tenente colonnello medico Brezzi e il dott. Wild, che lo visitarono subito, non ritennero, nel primo momento, che si trattasse di cosa grave; ma purtroppo le condizioni repentinamente si aggravarono. Al momento della morte si trovavano al suo capezzale i medici curanti, i famigliari, il generale Lamberti, il capitano Curone, suo amico personale, ed una suora che lo assisteva fin dall’inizio della malattia. Poco dopo sopraggiunse il figlio avv. Augusto (in realtà Augusto era il fratello).
«Il ministro della guerra Casana è stato il primo personaggio ufficiale accorso alla casa dell’estinto, mentre il capitano Curone e i famigliari erano intenti a preparare la camera ardente e a vestire il defunto col frack. Il ministro si è intrattenuto brevemente presso la salma, che è stata visitata anche dal generale Prudente, dal capo di stato maggiore Pollio, dai generali Aliprandi, Dal Verme, Valleris, dall’ammiraglio Mirabelli, dall’on. Sonnino e da altri uomini politici.
«Ai quattro lati del feretro ardono dei ceri. Dietro il capo del defunto è un Cristo; ai piedi, un cuscino con numerose decorazioni».
L’«on. Sonnino» è il celebre Sidney Sonnino, pisano, a quel tempo di 62 anni, uomo di destra, oppositore di Giolitti e alla fine di quell’anno presidente del Consiglio. Severino Casana, di anni 67, già sindaco di Torino e ingegnere, era in quel momento ministro della Guerra, il primo ministro della Guerra, in quarant’anni di storia d’Italia, che non fosse militare: ecco fino a che punto – si diceva – i generali avevano esasperato, con le loro pretese, i politici (c’erano dietro quella scelta, in realtà, faccende di corruzione). Incontreremo di nuovo il generale Valleris e il generale Prudente, sottosegretari di Casana alla Guerra. Non mette conto di parlare dei vari Aliprandi, Dal Verme, Mirabelli, Curone, Lamberti. Diremo più in là del generale Pollio, il capo di stato maggiore dell’esercito che era succeduto a Saletta quando Saletta, l’anno prima, era andato in pensione.
Tancredi Saletta – il generale che in questo momento, nella sua casa di via Piemonte a Roma, giace in frack sul letto di morte  – era uomo dallo sguardo corrucciato e però anche beffardo, piccolo di statura e svelto, facilmente la bocca gli si piegava sul lato sinistro in una specie di ghigno, testa calva, baffoni alla moda del tempo, cardiopatico e passato all’altro mondo di 69 anni avendone trascorsi in divisa più di cinquanta. Campagne di Ancona e Bassa Italia nel ’60-’61, assedio di Gaeta, Terza Guerra d’Indipendenza, campagna d’Africa con occupazione di Massaua nell’’85, dov’era poi rimasto fino all’’89. Da tutto questo, una quantità di menzioni, e medaglie, e carezze sovrane.
Un episodio del periodo africano dice molto del suo carattere. Gli si presentarono un giorno i padrini di un giornalista che Saletta aveva giudicato troppo spavaldo, e messo alla porta. I padrini pretendevano una riparazione. Saletta li ascoltò col sorriso sulle labbra e uno sguardo pieno di bonomia. Quand’ebbero finito, chiese: «Come sfidato, credo di aver diritto di scegliere l’arma, vero?». «Certamente», risposero quelli. E Saletta: «Ebbene scelgo l’arma dei Reali Carabinieri. Abbiano la cortesia di avvertire il loro amico che prepari le valigie, perché tra un’ora la Benemerita lo accompagnerà a bordo del piroscafo in partenza per l’Italia». E in effetti, un’ora dopo, scortato dai carabinieri, il nostro infelice collega dovette salire a bordo e tornarsene a casa.
Rientrato in patria, Saletta era rimasto fermo nella gerarchia ancora per qualche anno e poi re Umberto l’aveva nominato capo di stato maggiore dell’esercito, posizione che soprattutto grazie a lui sarebbe presto diventata della massima influenza. Saletta, figura molto importante della storia militare italiana, ottenne presto dal re e dal governo maggiore autonomia per l’ufficio del capo di stato maggiore, fino al decreto del 4 agosto 1900 semplice organo tecnico-consultivo Ministero della Guerra. E più in là (decreti del 1906 e del 1908) convinse il sovrano e il presidente del consiglio che sarebbe stato bene, in caso di guerra, affidare al capo di stato maggiore dell’esercito il comando supremo delle forze di terra, svolta che rese quella posizione particolarmente desiderata dai più ambiziosi, per esempio il generale Cadorna. Fu sempre Saletta a far uscire dalla clandestinità l’Ufficio Informazioni, o Ufficio I, quello cioè che si occupava di spionaggio e controspionaggio (ordine del giorno del 23 agosto 1906). In definitiva: a parole il ministro della Guerra gli stava sopra. Nei fatti, era lui a sovrastare i ministri, il cui compito si riduceva molte volte a quello di semplice portavoce tra i colleghi e davanti al Parlamento. Ministri e presidenti del consiglio, sottoposti alle folate della politica, vanno e vengono. Il capo di stato maggiore, uomo del re, resta. Saletta comandava sulle decine di migliaia di italiani che portavano la divisa, uomini di ogni ceto, regione e qualità, e di questa massa determinava in ultima istanza non solo i destini e il tenore di vita, ma anche gli orientamenti, e persino gli umori.
Ministri e presidenti del consiglio, quando avevano a che fare con il capo di stato maggiore, stavano sulle spine e anche per Saletta trattare con quei signori era un tormento. Niente di strano: in tutto il mondo politici e militari vanno poco d’accordo. Saletta chiedeva che si difendesse il territorio e si elargissero incentivi alle armate, e non era mai contento di quello che gli si dava. A sua volta, per farsi valere, si metteva di traverso appena poteva. Giolitti scrisse: «In tutte le occasioni nelle quali lo Stato Maggiore può recare un imbarazzo non manca mai di farlo». Giolitti scriveva “Stato maggiore” e doveva leggersi, naturalmente, “Saletta”. Era il 1904.
Che cosa intendeva, il Saletta, per “difesa del territorio” e “incentivo alle armate”? Ma, per esempio, il restauro o la costruzione dei forti, l’aumento della paga per i soldati, comprare cannoni, rimpolpare la truppa. Ai dubbi dei politici, che non sapevano dove prendere i soldi, mostrava che i francesi facilmente sarebbero potuti sbarcare in Sardegna, traversare il Tirreno, piazzare armate tra Roma e l’Adriatico, dividere in due il Paese e sottometterlo. I presidenti del consiglio rispondevano che proprio per quello c’eravamo messi d’accordo con austriaci e tedeschi nella famosa, cosiddetta, “Triplice Alleanza” o solamente “Triplice”. Che i francesi ci provassero, era la risposta: si troverebbero addosso il resto del mondo. A parte gli inglesi, replicava Saletta. Che invitava pure a guardare dall’altra parte della carta geografica. Per dire: gli austriaci potrebbero invadere la Serbia e dominare l’Adriatico. Proprio in quel momento, se fosse stato vivo, Saletta avrebbe potuto informare il governo che gli austriaci ci stavano pensando, stavano cioè valutando se fosse il caso o no, inguaiati come eravamo per via del terremoto, di scendere in Lombardia e riprendersi quello che era stato loro. Se Saletta fosse stato vivo e avesse fatto questo discorso, il presidente del consiglio gli avrebbe risposto sciorinando i numeri del parlamento: senza il voto della cosiddetta Estrema – socialisti, repubblicani, radicali, chiassosi ma al dunque comprensivi – tante volte non si sarebbe governato. E l’Estrema, in ogni occasione, insisteva perché le spese militari fossero tagliate. Ai socialisti, caro Saletta – avrebbero spiegato, per esempio, un Giolitti o un Sonnino -, non si sa mai che cosa passa per la testa, se davvero non abbiano voglia, a un certo momento, di mettere sottosopra la Patria, puntare alla rivoluzione, buttar giù le istituzioni. I socialisti, caro Saletta, hanno già messo nel conto il bagno di sangue.
Era però vero che, per tenere la Patria in armi contro il pericolo francese o contro il pericolo austriaco, si spendeva tanto. Un terzo delle uscite pubbliche era destinato all’esercito e alla marina, con questo terzo non solo si armavano e mantenevano i reparti teoricamente combattenti, ma si nutriva una quantità esagerata di figure dubbie, medici, veterinari, farmacisti, cartografi, giudici dei tribunali militari, ufficiali dei distretti, uffici contabili e di commissariato, ufficiali civili. Più trentamila carabinieri in servizio per l’ordine pubblico. Vale a dire: una pletora di assistiti che, in proporzione, non aveva uguali in Europa, e che risultava intoccabile intanto per ragioni sociali, poi per ragioni di ordine pubblico, e infine – insomma – perché si trattava troppe volte di clientela. Saletta aveva dovuto perfino ingoiare la costruzione di una trentina di strade intorno a Genova che chiaramente spianavano la via alle armate francesi. I traffici erano troppo cresciuti, agli industriali non si poteva più dir di no.
Tuttavia, a forza di battagliare, il nostro uomo qualcosa aveva ottenuto. S’era comprato dai tedeschi il cannone da 75 millimetri, potentissimo, con il diritto a fabbricarlo, in tutto o in parte, anche in Italia. E con 200 milioni s’era ammodernata e rinnovata l’artiglieria. Qualche forte era stato restaurato, qualche altro si stava costruendo. Il governo non faceva obiezioni alle spese per le grandi manovre, organizzate sempre tra agosto e settembre, l’ultima volta per Saletta nel 1908, in Lombardia, con la cavalleria a far pratica tra il Corno, il Natisone e il comune di Pradamano, e le torpediniere più la corazzata Vittorio Emanuele in costa ligure per esercitarsi agli sbarchi e al contrasto agli sbarchi. Durante queste manovre si vedeva Saletta col suo seguito correr su e giù con gli automobili per ispezionare le manovre del partito dei Rossi e poi le manovre del partito degli Azzurri. Il re si compiaceva, i politici fremevano. Trattare con quell’uomo era un calvario, ma l’esercito stava con lui.
Esistevano, voglio dire, gli “amici di Saletta”, i cui esponenti di spicco stavano adesso seguendo mestamente il feretro di prima classe in cui giaceva la salma in frack e su cui erano state messe le insegne militari dell’Estinto e la magnifica corona di Sua Maestà. «Reggevano i cordoni – scrisse il cronista del Corriere – a destra: il generale Pollio, capo di stato maggiore dell’esercito, i generali Fecia di Cossato e Bava Beccaris, l’on. Cappelli; a sinistra l’ammiraglio Bettolo, capo di stato maggiore della marina, il sindaco Nathan, il sen. Fabrizio Colonna, il gen. Rogier. Seguivano il feretro il figlio e il nipote dell’estinto, il ministro della Guerra, on. Casana, il sottosegretario di stato alla Guerra generale Prudente, il sottosegretario di stato alla Marina on. Aubry, i generali Brusati e Trombi, aiutanti di campo del Re, gli attachés militari di Germania e Russia, un largo stuolo di ufficiali di ogni arma, fra cui numerosi generali. L’assoluzione alla salma è stata data nella chiesa di San Bernardo, quindi il corteo è proseguito per la stazione, dove hanno dato l’estremo saluto all’estinto i generali Fecia di Cossato e Rogier. La salma partirà stasera per Torino» dove il defunto era nato nell’altro secolo.
Così scriveva il Corriere della Sera del 24 gennaio 1909, in una breve nota stampata sulla terza colonna della seconda pagina, sotto una corrispondenza da Messina relativa a uno scandalo in cui era coinvolto il generale Mazza e sopra un’informativa sull’arsenale di Fez perduto dall’Italia. Breve nota parecchio manchevole, se vogliamo: il generale Saletta non s’era mai sposato, e i due parenti malamente intravisti nel corteo erano il fratello Augusto, avvocato e gran disegnatore, e il figlio suo Ermanno. Il cronista aveva poi mancato di dar conto di altre presenze significative al seguito della bara. In particolare: non era stata citata la baronessa Gormasz, cioè l’ebrea austriaca moglie del generale Pollio, che s’era unita al corteo con la sorella Adele. E, soprattutto, il cronista non aveva notato la presenza della grande amica della Gormasz, e amica intima, anzi dovremmo dire “amante”, del generale Saletta. E amica pure, e da quel momento amica assai, del generale Fecia di Cossato. Vale a dire la Eleonora Füssli, ovvero la vedova Siemens, una bruna singhiozzante, così attraente che agli uomini risultava impossibile, mentre procedevano lenti con il cappello in mano, non girarsi ogni tanto a darle un’occhiata.

(Riproduzione riservata)

© La nave di Teseo

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La scheda del libro: “Gli onorevoli duellanti. Il mistero della vedova Siemens” di Giorgio Dell’Arti (La nave di Teseo)

Roma, 1909. Quando il generale Tancredi Saletta muore, la sua relazione con Eleonora Füssli, giovane vedova dell’erede del colosso tedesco Siemens, viene alla luce. Si scopre così che l’affascinante signora, animatrice nei salotti romani della Belle Époque, intrattiene relazioni enigmatiche con importanti rappresentanti dell’esercito, come Luigi Fecia di Cossato, generale e senatore, e con il generale Pollio, il successore di Saletta. E poi, incontri nei più rinomati luoghi di villeggiatura, scambi di preziosi pezzi di antiquariato… Ci sono tutti gli ingredienti perché ne nasca un caso. Che la vedova sia una spia austro-tedesca che approfitta della sua avvenenza per carpire informazioni riservate a vecchi generali? Dopo una prima eco sui giornali, il caso viene portato in Parlamento. A sostenerlo, soprattutto il repubblicano milanese Eugenio Chiesa: tipico liberale, avverso all’alleanza con l’Austria e la Germania, filo-francese, è un duro oppositore dei militari e delle spese per sostenere l’esercito, e si serve del “caso Siemens” per attaccare quel mondo che detesta. La sua interrogazione parlamentare, cui il governo si rifiuta di rispondere, fa deflagrare la tensione: Chiesa arriva a offendere l’onore di diverse persone e viene sfidato a duello ben cinque volte. Con penna affilata e grande senso dello humor, Giorgio Dell’Arti ci offre il racconto tragicomico e surreale di una vicenda di cronaca che infiammò l’Italia degli anni dieci.

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