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L’ULTIMO RITORNO di Massimo Cassani: incontro con l’autore

novembre 18, 2020

“L’ultimo ritorno” di Massimo Cassani (Castelvecchi): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Massimo Cassani, giornalista, è nato a Cittiglio in provincia di Varese, e vive a Milano da oltre trent’anni. Dopo esperienze letterarie prevalentemente nel giallo deduttivo, ora è in libreria con “L’ultimo ritorno”, un romanzo familiare che usa alcuni criteri del giallo e del noir per raccontare una vicenda umana che con la narrativa di genere ha poco a che fare, ma con la quale conserva un evidente rapporto di cuginanza. Oltre a essere autore di romanzi, è stato ideatore e curatore dell’antologia «Ritratto dell’investigatore da piccolo» (TEA) e ha pubblicato il manuale “La trama – Come inventarla, come svilupparla»  (Laurana). Collabora con la «Bottega di narrazione, scuola di scrittura creativa» diretta da Giulio Mozzi.

Abbiamo chiesto a Massimo Cassani di raccontarci qualcosa sul suo romanzo “L’ultimo ritorno” (Castelvecchi)

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«Dare una prima definizione de “L’ultimo ritorno” è abbastanza semplice», ha detto Massimo Cassani a Letteratitudine: «è un romanzo familiare. Se vogliamo spingerci un poco più là possiamo aggiungere che in questo romanzo familiare si innestano anche alcune dinamiche tipiche del giallo di indagine con una spruzzata di noir, inteso come “narrazione del male”. Una sorta di contaminazione, direbbe qualcuno.
Quel qualcuno sono io.
L'immagine può contenere: 1 persona, barba e spazio all'apertoIl romanzo ha origine da una suggestione credo attuale; o, anzi, forse meglio: una suggestione senza tempo (e luogo). Quale? Eccola: le radici. Enunciata per esteso e virgolettata suonerebbe più o meno così: «una narrazione che nasce dal complesso – spesso complicato – rapporto che abbiamo con le nostre radici». Radici familiari, territoriali, culturali, sociali e a volte anche religiose, to’. Le radici sono come le tradizioni: restare fedeli alle tradizioni significa appagare il nostro tranquillizzante senso di appartenenza, negandoci però l’esperienza del nuovo. Viceversa: allontanarci può significare perdersi, perdere le cose che ci hanno generati, cresciuti e pasciuti, facendoci sentire come vascelli alla deriva. C’è una via di mezzo? Difficile dire, ogni esperienza è a sé. Certo che il rischio di finire in una dialettica irrisolvibile esiste, inutile negarlo: andare o stare? E, se andare, andare dove, in cerca di che cosa? Una concreta ipotesi di futuro o un azzardo?
Ed è proprio lì, sulla riva di questo guado, che troviamo il protagonista del romanzo: Lucio Mantovani, quarant’anni, insegnante, sposato con la fidanzata storica, Gisella, titolare di una rinomata boutique e figlia di un piccolo e tenace (da poco pensionato contro voglia) imprenditore della zona, dove per zona si intenda un minuscolo paese immerso nel verde di una valle prealpina. Una bella (bella?) vita tranquilla, insomma, senza scossoni, ma – a conti fatti – anche senza troppe emozioni.
Lucio non sa che nel suo appagante ma pure apatico tran tran sta per abbattersi uno di quel fulmini in grado di sconvolgere una vita (la sua): l’improvvisa morte del padre (Giovanni), con il quale Lucio ancora molto giovane (solo diciott’anni) aveva rotto i ponti. La sua colpa? Aver lasciato la moglie, essersi trasferito a Milano e aver trovato pure una nuova compagna. Ora, a poco più di vent’anni dalla rottura, il padre ha lasciato in eredità al figlio tre cose: un rapporto irrisolto (che ancora brucia), un appartamento a Milano (con quali soldi l’ha comprato considerato il suo precario lavoro nell’editoria?) e un “regalo importante”, del quale però nessuno sa nulla, neppure Maddalena, l’elegante e intima frequentazione di Giovanni (che sul finire del racconto si rivelerà al lettore come la vera narratrice della storia).
Già a mettere in ordine in queste tre cose (una emotiva, le altre due materiali) ci sarebbe da mettere in scena un giallo con tutti gli ingredienti per dare vita a una sorta di indagine. Ma l’affare si complica: lontano dal paese (il “paesello”, come lo chiama lui) Lucio scopre di sé più cose di quanto possa immaginare: la sua inesperienza di fronte al mare aperto delle emozioni (infatuazioni?), l’attrazione per la vita a lui ignota del padre (la sua sì, bella, umanamente e culturalmente appagante, altroché), l’impreparazione a non farsi travolgere dalla cupidigia altrui, per tacere del groviglio che viene a scoprire nel suo nido d’origine. Ma dove ha vissuto finora, Lucio? Dove aveva la testa, gli occhi, le orecchie, il cervello? Bum, tutto esplode, una tempesta perfetta utile però a offrigli l’occasione di cambiare rotta. Sarà in grado di sfruttare i venti? O il porto sicuro segnalato dal faro intermittente del paesello lo risucchierà di nuovo verso la sua Itaca?»

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Un brano estratto da “L’ultimo ritorno”, di Massimo Cassani (Castelvecchi, 2020)

La prima cosa

che mi colpì dell’appartamento di mio padre fu l’odore, un misto di fumo stantio e lisoformio. Appena entrato sventagliai lo sguardo nella penombra del soggiorno silenzioso, appoggiai il borsone da viaggio vicino alla porta e mi avvicinai alla finestra. Gli scuri erano chiusi, i serramenti verde muschio erano stati carteggiati e pitturati con cura, neppure il segno di una pennellata fuori posto.
Prima di salire mi ero fermato a osservare il palazzo inizi Novecento dalla bella facciata austera e poi ne ero stato inghiottito. Era percorso da stretti ballatoi solo un poco toccati dal tempo che sapevano di passato e decoro. Aprii i vetri e gli scuri. La finestra dava sul cortile interno. Il sole già obliquo di fine agosto invase la stanza di una luce declinante che preludeva al tramonto. Faceva caldo, caldo appiccicoso.
Due pareti del soggiorno erano occupate da scaffalature di legno chiaro alte fino al soffitto, cariche di libri in disordine, sull’altra invece si allungava un divano a tre sedute. Sopra il divano, un drappo stropicciato, color becco d’oca, come i muri. Ricordo di aver avuto una sensazione distonica. Il colore delle pareti e del drappo erano stati scelti e abbinati, i serramenti ben tenuti, mentre i libri erano accatastati senza logica, quasi buttati lì con una fretta isterica, alla rinfusa. Anche il drappo era stato trattato con maleducazione. Magari quella distonia rispecchiava mio padre, ma fu solo il pensiero di un momento. Lo conoscevo poco e quel poco ormai era anche quasi del tutto sbiadito.
O forse quegli abbinamenti erano dovuti alla mano di lei. Il disordine alla mano di lui. Giovanni. Avevo lasciato il paesello solo poche ore prima e già mi mancava. Mi mancava il piccolo, mi mancava mia moglie. Chissà se pure io le mancavo così tanto. Credo di no, le abitudini servono anche a colmare il vuoto, e poi Gisella mi aveva sempre dato l’idea di bastare a se stessa. Il tragitto in treno verso Milano mi era sembrato interminabile, sebbene fosse durato poco più di due ore. Sapevo che sarei rimasto lì soltanto per due o tre giorni al massimo – il tempo di inscatolare libri, giornali, vestiti, oggetti, sedimenti del passato – e buttar via o far trasportare tutto in discarica. Eppure avevo la percezione di essere partito per un viaggio dall’incerto ritorno. Mia madre era stata categorica. Seduta con il gatto sulle ginocchia nella veranda di casa a ridosso della montagna non aveva neppure alzato gli occhi e mi aveva detto: «Non voglio tenere niente». Aveva anche insistito perché ingaggiassi due uomini per liberare l’appartamento: mi sarei ammazzato di fatica, non ero abbastanza robusto, mi sarei ammalato appena prima di rientrare al lavoro. Preoccupazioni di madre, avevo pensato, e sorriso. Nuotavo fin da ragazzino, e ancora oggi facevo quaranta vasche senza fermarmi due volte alla settimana, e due volte alla settimana correvo per una quindicina di chilometri, quando il tempo lo permetteva; ero in forma, non servivano due uomini, sarei bastato io, le avevo risposto. In realtà – ma me ne accorsi soltanto in seguito, e a poco a poco – nutrivo il desiderio di immergere le mani nelle cose di mio padre. Comunque a mia madre avevo risposto che neppure io volevo conservare nulla di lui. Non mi era sembrata del tutto pacificata e mi aveva guardato con un’espressione di sospetto.

(Riproduzione riservata)

© Castelvecchi

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L' ultimo ritorno - Massimo Cassani - copertinaLa scheda del libro: “L’ultimo ritorno” di Massimo Cassani (Castelvecchi)

Quando a Lucio Mantovani arriva notizia della morte di suo padre Giovanni – travolto da un’auto, a notte fonda, nella periferia di Milano -, per lui è come se fosse scomparso un estraneo. Non si vedevano da ventidue anni. Lucio non ha avuto bisogno del padre per farsi uomo e rispettare le tappe della vita di provincia: una bella casa sulle Prealpi, un matrimonio soddisfacente con figlio; un suocero che conduce da impresario gli affari di famiglia. Eppure gli è sufficiente mettere piede nell’appartamento milanese di Giovanni, e inscatolare i ricordi di una vita che non è la propria, per scoprire quanto sia fragile e modesta la sua felicità. L’incontro con una ragazza misteriosa di nome Sara gli insegna la banalità del tradimento, mentre il compito in apparenza semplice di svuotare la casa si protrae in modo inspiegabile. Più scava nel passato di suo padre, più Lucio ha la sensazione di essere sempre stato ingannato: sul vero motivo che ha spinto Giovanni a lasciare moglie e figlio per trasferirsi a Milano; sulle sue reali possibilità economiche, visto che chi lo ha conosciuto è convinto che nascondesse un «tesoro» da qualche parte. Ma soprattutto, sulle circostanze della sua morte. Prendendo le mosse dal romanzo familiare, “L’ultimo ritorno” incrocia prima il giallo e poi il noir nel racconto di una verità che preferiamo ignorare: ciascuno conosce poco gli altri, e pochissimo se stesso.

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