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NEL NOME DELL’ITALIA. IL DELITTO MIRMINA di Enzo Papa (recensione)

novembre 19, 2020

“Nel nome dell’Italia. Il delitto Mirmina” di Enzo Papa (Bonanno)

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Enzo Papa e la mala giustizia. Il delitto Mirmina

di Sebastiano Burgaretta

Nella variegata e polimorfa produzione letteraria di Enzo Papa, che da un cinquantennio sa spaziare tra poesia, narrativa, saggistica, critica letteraria e d’arte e traduzioni da lingue antiche e moderne, c’è un filone di lavori che lo scrittore è andato coltivando e sviluppando nel corso dei decenni, un côté della sua produzione che mi ha sempre interessato leggere e conoscere. È il filone relativo alle indagini che ha condotto attraverso le pieghe di una certa storia locale, nel suo caso della natia Noto, la quale ha però attinenza e legami diretti con il contesto di alcuni precisi momenti di storia nazionale. Ogni volta che Papa ha affrontato lo studio di questi momenti ed episodi, per così dire, di microstoria locale siciliana, ha saputo sempre cogliere e mettere in luce il rapporto diretto o indiretto, e perfino subdolo talora, con alcuni momenti di storia italiana, così del periodo risorgimentale come del primo dopoguerra durante il cosiddetto biennio rosso.
Accanto all’elegante, raffinato cesellatore della parola modulata in consonanza con un afflato lirico e poetico rivelatosi già in età giovanile, nella produzione letteraria di Enzo Papa, e specificamente nelle opere in cui si occupa di arti figurative e di bellezze naturali, si sono registrati, periodicamente ma costantemente, un interesse, in lui sempre vivo, per l’impegno civile e la conseguente ricerca di alcune verità storiche che, di volta in volta, rendessero giustizia non solo alla realtà oggettivamente presa in esame e da lui scelta ad argomento e rovello di indagine storica e civile, ma anche, e soprattutto, alle persone che giustizia non hanno avuto e che sono state prima vessate dai potenti di turno e poi lasciati sprofondare nell’oblio di decenni e di secoli; esito rovinoso e purtroppo recidivo di abusi perpetrati da cattiva politica e da mala giustizia.
Iniziò presto, già nel 1979, pubblicando nelle edizioni palermitane di Sintesi un opuscolo intitolato “I pugnalatori” di Sciascia, il rapporto Raeli e l’arciprete Carnemolla, con il quale confutava alcune imprecisioni in cui Leonardo Sciascia era incappato nel suo pamphlet I pugnalatori, uscito da Einaudi nel 1976. Già allora, accompagnando il dattiloscritto dell’opuscolo, scriveva allo scrittore di Racalmuto che progettava di dedicarsi a un altro lavoro in margine al quale questo è nato, annotava Sciascia nella lettera di risposta. E in realtà venne fuori il lavoro, stavolta sotto forma di romanzo storico, nel libro La città dei fratelli, edito per la prima volta nel 1983 e poi ristampato, nel 1989, con una Introduzione di Antonio Di Grado, ancora poi nel 2011, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, con una prefazione di Vincenzo Consolo, e infine da Bonanno nel 2020, con il testo di Consolo a mo’ di introduzione e quello di Di Grado in postfazione; come si vede, quarant’anni di attenzione al tema del disinganno della storia, al male del trasformismo socio-politico imperante in Italia, e di passione per la scrittura di denuncia.
Romanzo storico è La città dei fratelli, in cui trovano contemperamento e armonica sintesi i due versanti della poetica di Papa: l’indagine storica, da una parte, e il culto della parola e dell’invenzione linguistica, dall’altra. Sono i due versanti che mi hanno sempre fatto vedere Enzo Papa come degno allievo di Sciascia, quanto al gusto per l’affaire, da un lato, e di Consolo per il pastiche, dall’altro, come del resto ebbe opportunamente ad osservare Antonio Di Grado in occasione della seconda edizione del romanzo. Acribia nella cura investigativa, ricchezza documentale e sperimentazione linguistica connotano il romanzo, il cui successo editoriale è stato evidente, stante la serie delle sue riedizioni, a conferma del rigore creativo con cui l’autore ha saputo armonizzare contenuti storici documentalmente riportati e attenta cura da cesellatore della parola, ora tendente allo sperimentalismo linguistico, come proprio nel caso di La città dei fratelli, ora invece, altrove, più propriamente vicino a uno stile asciutto e a una lingua “delle cose” e non “della parola”, che lo avvicina a quello tipico dei pamphlet di Sciascia.
Una sorta di omaggio memoriale al Maestro di Regalpetra, sotto questo profilo, così come su quello del rigore applicato alla ricerca e allo studio dei documenti, è l’ultimo lavoro ascrivibile al versante dell’impegno civile dello scrittore Papa: il volume Nel nome dell’Italia. Il delitto Mirmina, recentemente edito da Bonanno Editore. Tale continuità memoriale è, del resto, esplicitamente dichiarata dall’autore stesso nella Postilla acclusa a conclusione del volume, laddove, con riferimento alle osservazioni avanzate da Papa in merito ai Pugnalatori, Sciascia lo incoraggiava alla pubblicazione della sua nota, scrivendogli: Perché la verità bisogna sempre portarla avanti. In visita a Noto poi, davanti alla lapide dedicata a Paolo Mirmina, gli disse: Conosco quella storia di mala giustizia, meriterebbe di essere scritta.
Enzo Papa ha fatto tesoro di quelle parole di Sciascia e ha raccolto quell’auspicio, scrivendo ora pagine intense sull’uccisione “senza responsabili” del giovane notigiano Paolo Mirmina, avvenuta il 3 ottobre del 1920. Esplicitamente dichiara: Ed è alla memoria di Leonardo Sciascia, al suo cruccio per la giustizia che dedico questo libretto, scritto alla sua maniera, ma certamente non con la sua acutezza.
Sono pagine animate da passione civile e sostenute da assoluto rigore documentale, che evidenziano come, in determinati contesti socio-ambientali e in certi momenti storici, l’uso e l’abuso della giustizia siano asserviti ad operazioni impunemente gestite con “disinvoltura” giuridica.
Il ventitreenne Paolo Mirmina, reduce dalla prima guerra mondiale, fu ucciso a Noto durante un comizio tenuto dal deputato Vincenzo Vacirca, davanti alla Camera del Lavoro. Il delitto avvenne, sotto gli occhi di tutti, nel clima torbido e violento che in città si era instaurato nel cosiddetto biennio rosso, che tanta paura mise in corpo alla ricca borghesia e ai proprietari terrieri, fino allo sbocco nell’avvento del fascismo. L’affermazione, nel 1919, del Partito Socialista mise in crisi gli equilibri socio-economici della società del tempo, sicché borghesia e nobili s’affrettarono a correre ai ripari, in una convergenza di interessi e di paura. Era il clima di violenza che ancora nel gennaio del 1924 avrebbe costretto, dietro atti di violenza personale e minacce di morte, il deputato socialista avolese Antonino D’Agata a fuggire in esilio in Svizzera. Aveva dato fastidio, infatti, ai ricchi agrari di allora, con la costituzione, nel gennaio del 1921, della Cooperativa agricola “Paolo Mirmina”, intitolata proprio al giovane ucciso, appena tre mesi prima, a Noto, grazie alla quale circa seicento braccianti avolesi ebbero in concessione terre da coltivare dalla Marchesa di Cassibile. Era troppo lo sconquasso che i rossi minacciavano di provocare nell’ordine costituito. Pericoloso precedente quello “scippato” dal ricco cavaliere on. D’Agata alla marchesa di Cassibile, Emanuela Pulejo, pagando di tasca propria l’estaglio e le quote dei soci più poveri. Occorrevano perciò tempestivi interventi intimidatori, che scoraggiassero fermamente l’avanzata dei socialisti e l’entusiasmo delle classi popolari, che ne erano attratte. E gli interventi, nel giro di pochi anni, furono multipli in tutta la provincia di Siracusa, che allora comprendeva anche Ragusa. Eloquente, da questo punto di vista, è l’elenco degli assassini consumati nelle pubbliche piazze: In piazza San Giovanni a Ragusa, il 9 aprile del 1919, anche lì, come successivamente a Noto, in occasione di un comizio di Vincenzo Vacirca, furono uccise tre persone, Rosario Occhipinti, Carmelo Vitale e Rosario Gurrieri; a Vittoria, il primo maggio del 1922, fu assassinato l’operaio Orazio Sortino; ad Avola, nel clima arroventato all’interno dei gruppi fascisti cittadini, il 24 maggio del 1925 venne ucciso Sebastiano Sirugo.
Bisognava dare segnali forti di violenta intimidazione, per arrestare la minaccia galoppante del socialismo. Il delitto Mirmina, con la sua plateale carica intimidatoria, stanti il teatro e le modalità della sua consumazione, fu una sorta di “dilettantesca” ma pericolosa prova generale del successivo scenario messo in atto in tutto il Siracusano. Delitti, questi, quasi tutti rimasti impuniti, ogni volta nel nome dell’Italia, pronunciato nelle aule di giustizia. Così anche per il delitto Mirmina, e bene ha fatto Enzo Papa a dare questo titolo al suo libro, stabilendo la cifra dell’intero contenuto e, quindi, dello spirito dell’opera, col riportare, ad apertura del volume, il brano tratto dal numero unico “I martiri nostri” del primo maggio 1922: Nel nome dell’Italia gli fu spaccato il cuore senza che avesse pronunziato una sola parola che suonasse provocazione od offesa a chiunque: nel nome dell’Italia la giuria dei corrotti e dei corruttori ha mandato liberi dei comuni e volgari criminali dalle mani lorde di sangue proletario.

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Nel nome dell'Italia. Il delitto Mirmina - Enzo Papa - copertinaLa scheda del libro: “Nel nome dell’Italia. Il delitto Mirmina” di Enzo Papa (Bonanno)

Tra il 1919 e il 1920, gli anni del “biennio rosso”, anche in Sicilia, come in tutta Italia, ebbero luogo le grandi lotte contadine per la conquista della terra e per ottenere aumenti salariali, miglioramenti delle condizioni di lavoro e riduzione dell’orario lavorativo a otto ore giornaliere. Scioperi, occupazioni, manifestazioni, cortei di protesta, alimentati dalla vittoria ottenuta dal Partito Socialista nelle elezioni politiche del 1919, si verificarono un po’ ovunque, mettendo in discussione l’assetto economico e politico della borghesia e del notabilato. A Noto, dove il misero salario giornaliero veniva arrotondato con un piatto di minestra e con un litro di vino, si fece ricorso al già sperimentato sistema di decapitazione del movimento di lotta, e un giovane sindacalista, Paolo Mirmina, venne ucciso durante un comizio socialista. Un delitto rimasto impunito, come altri del resto, nelle cui pieghe Enzo Papa si addentra per capire, per farne memoria.

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