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PANE E SALINE di Rita Caramma (recensione)

novembre 19, 2020

“Pane e saline” di Rita Caramma (Casta editore)

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di Simona Lo Iacono

Il nome – Natalino – è quello di chi ha dimestichezza con le nascite, e le celebra innanzi alla paglia che contiene un neonato. Il destino è quello di chi affida il percorso non solo alla sorte, ma anche alla saggezza di un patrono accondiscendente, che mostra benevolenza a coloro che devono partire. Il bastone non ce l’ha, ma potrebbe essere quello di Rocco, il santo pellegrino. E la faccia è quella di tutti gli scampati, tumida ed essenziale, macinata dal sale e dal mastichìo delle stagioni avverse.
Il viaggio, poi, è quello che vola oltre i confini, e spinge con la forza di una predestinazione. La meta, chi può dire quale sia veramente. Il Venezuela? No, forse solo la voglia di farcela, di ribaltare le stagioni guaste, di recuperare un frammento di agiatezza.
Natalino è così, elementare e profondo, umilissimo e coraggioso, vincente e perdente. Quando lascia la Sicilia e la seconda guerra lo incalza, imbraccia la forza di tutti i suoi predecessori e di tutti coloro che verranno, esuli come lui che sfidano la paura pur di conquistare una spanna di felicità.
E allora, eccolo il vero viaggio.
Quello, appunto, verso la felicità.
ritaglio-rita-caramma -In “Pane e saline” (Casta editore), Rita Caramma –  giornalista, poetessa, scrittrice – ci consegna la storia di Natalino, che lascia la sua terra per emigrare in cerca di fortuna.  Lo fa con una scrittura tersa, purissima, che sa evocare atmosfere e abbandoni, e che sa piangere, con Natalino, non tanto la necessità del suo emigrare, quanto la fragilissima sostanza della sua esistenza.
Natalino assurge allora a metafora di ogni precarietà, e sfugge all’aggancio con la sua epoca – la guerra – per narrare invece la condizione dell’uomo, la sua veste tutta adorna di ferite, lasciti, cose perdute.
Rita Caramma è cantrice non del viaggio, ma del senso del viaggio, non del solo Natalino, ma di tutti i Natalini nascosti tra le pieghe della storia, affaticati da ingiustizie e povertà, da paesi amati da cui scappare.
Natalino cerca opportunità per sé e per i suoi, pensa che varcare l’oceano gli regalerà qualche brandello di bene, di avvenire, di sogno. Ma scopre che quella sua avventura, e con essa quella di tutti, è rischiosa non tanto per il pericolo che si cela nelle acque da attraversare, quanto per il carico di nostalgie che semina, per il destino che segna: essere non di altri e non di se stessi, esule sia nella terra propria che in quella straniera, perché l’emigrante spezza legami non solo con il passato, ma in fondo anche con il futuro.
Natalino diventa personaggio modernissimo, supplice, tutto disorientato tra due terre che ambisce e che lo slegano, che lo attirano e che lo respingono.
Niente più che il simbolo dell’uomo di oggi, senza vera radice, senza saldi approdi o boe a cui aggrapparsi.
Ed è qui che la narrazione di Rita Caramma commuove. Perché è proprio quando il mondo sembra disarcionare, che la letteratura pietosamente raccoglie, e si fa essa stessa terra, essa stessa strada, essa stessa compartecipe celebrazione della precarietà.
Rita Caramma innalza un terso e magnifico salmo di lode, con il suo Natalino che vive del poco (giusto il pane quotidiano e la polvere delle saline, da cui il bellissimo titolo). A ciò che resta invisibile, più che afferrabile. A ciò che esige un altro e più profondo viaggio. Non orizzontale, tra sponda e sponda, ma verticale, nel centro, nell’abisso che siamo, nell’azzurro a cui tendiamo.
Bravissima, Rita.

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La scheda del libro: “Pane e saline” di Rita Caramma (Casta editore)

Il romanzo è ambientato in Sicilia, nel periodo che precede la Seconda Guerra mondiale fino agli inizi degli anni Settanta e racconta la storia di un uomo, Natalino. Attraverso la vicenda del protagonista prende vita una narrazione che attinge al bagaglio prezioso della memoria.

 

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