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BORGO SUD di Donatella Di Pietrantonio (recensione)

novembre 21, 2020

“Borgo Sud” di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi)

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di Daniela Sessa

Un capello “tinto castano, capricciosamente attorcigliato intorno a una tagliatella” fa schifo. Donatella Di Pietrantonio lo mette dentro il piatto di Piero, lo attorciglia alla vita di Adriana e di Rafael, lo avviluppa alle esistenze abrase dei pescatori di una borgata abruzzese, lo fa cadere nella vita di una donna, sorella figlia zia moglie, cui affida la voce narrante del suo ultimo romanzo “Borgo Sud”.  Quel capello, Thomas Eliot lo avrebbe chiamato correlativo oggettivo, la scaturigine lirica delle esperienze sensoriali; Di Pietrantonio lo vuole oggetto antilirico. Quel capello è più dell’aringa affumicata della madre di Elio Vittorini: è scorticatura sulla pelle delle vite. “Borgo Sud” fa lo stesso rumore della carta vetrata. Per la prosa: asciutta, tagliente, impudica. Per la storia di due sorelle, ancora dopo “Bella mia” e “L’Arminuta”, in balìa di un passato implacabile. Da cui non si scappa perché non si scappa dalle proprie origini. Non si abbandonano, per citare il tema centrale della ricerca narrativa di Di Pietrantonio, famiglie e luoghi. Soprattutto se sono pesanti come pietre, se sono macerie mai rimosse. Bisogna tornare e provare a spostarle. Come la scrittrice impone di fare alla sua protagonista, fuggita a Grenoble (appartamento nuovo, lavoro importante, gatto in condominio con un vicino, serenità, oblio) e riportata nel suo paese, ingurgitata dal quartiere di Borgo Sud, puzzolente di pesce e tribale nei sentimenti. Lì vive Adriana, la sorella scapestrata e vinta. Ogni epica ha il suo viaggio e le due sorelle lo compiono senza indulgere alla nostalgia. Un mondo reificato dove contano le ossa rotte, le botte, le urla, i silenzi. Raramente i sorrisi, le tenerezze: i sentimenti sono incapsulati dentro le privazioni e il rancore. Ma sono sentimenti forti: appartengono all’istinto. Adriana e l’amore per la famiglia che la rifiutava e per il fratello morto il cui nome passerà al suo bambino. Il padre e la madre: un ammasso di ignoranza, superstizione, paure che li rende incapaci di esprimere affetto per i cinque figli. E Piero, la figura più riuscita del romanzo, nonostante la scarsa originalità di costruzione: l’omosessualità negata prima a se stesso, poi alla famiglia e alla moglie ne fa un personaggio complesso. talvolta fuori luogo, nella sua essenza quasi moraviana dentro un mondo invaso dai brutti. E’ tutto il romanzo a vivere di contraddizioni e di obliqui rispecchiamenti. Ogni personaggio incrocia due parti di sé e le mette in gioco nel rapporto con l’altro. Romanzo della sorellanza – più degli altri due di Di Pietrantonio – “Borgo Sud” è un catalogo di umanità scomposta, a partire proprio dalle due protagoniste. La voce narrante, arminuta pure lei, colta e ben educata, resa forte da una laurea, un dottorato e un buon matrimonio. Adriana è invece la creatura di un’ingenua suburra. Ricorda lo squallore indifeso di Italia, il personaggio femminile del romanzo di Margaret Mazzantini “Non ti muovere” interpretato poi nella versione cinematografica da Penelope Cruz: anche lei vittima di un amore maledetto e barbaro, fatale. Pur senza raggiungere le vette di “L’Arminuta”, questa terza prova narrativa di Donatella Di Pietrantonio chiede di nuovo al lettore di mettersi scomodo. Perché sarà costretto a muoversi tra esseri umani sciancati chi nel corpo chi nell’anima, ai quali la speranza lascia l’amaro in bocca. “Borgo Sud” racconta una storia stringata eppure ricca di personaggi, ognuno con una propria urgenza narrativa, anche quelli assenti. L’assenza abita le pagine di “Borgo Sud” e si manifesta come ellissi con gli altri fratelli (uno segregatosi in campagna, l’altro segregato in un istituto “dove si prendevano cura di lui”) a significare l’emarginazione del diverso che emerge in quelle stesse periferie ricettacolo di ogni diversità. Assente per lungo tempo è Rafael, il pescatore di cui Adriana è innamorata e padre di suo figlio: quando torna è violento e patetico, squallido e indifeso al pari di Adriana, più di Adriana. La scena della sua casa infestata dai gatti fa il paio di nausea con il capello trovato da Piero in mezzo alle tagliatelle ai funghi: “Si alza e agguanta il sacco, i gatti gli si stringono addosso, miagolano impazziti. Ignora le ciotole, versa i croccantini direttamente a terra, loro puliranno tutto. Continua a parlargli, a vezzeggiarli, piano, piano, gli dice, non vi strozzate. Non so cosa mi trattiene qui, allo spettacolo della follia”. Assente, nel finale aperto, è pure la conciliazione. In “Borgo Sud” la scrittrice gira, grazie a un lessico dalle sonorità stridenti, il coltello nella piaga di un’umanità primitiva in cui tutti credono alle maledizioni, ai segni, alle tare. Eppure si sforzano di riunirsi intorno a una tomba o un letto d’ospedale magari con gli occhi asciutti o di darsi una mano. Amicizia, affetti, violenza, esclusione: un poker di antitesi esistenziali dà vita a “Borgo Sud”. Romanzo che indaga dentro le famiglie, come tanto si usa adesso, e che si inserisce dentro un filone letterario, erede della lezione del neorealismo italiano (Anna Maria Ortese è l’epigona e qui nel buio timidamente fa capolino) si connette al contemporaneo realismo d’oltreoceano. Tanto più che, a proposito di ambientazioni americane, la voce narrante a ben leggere potrebbe essere contesa tra la protagonista e il borgo. Questo, non solo sfondo antidillico e milieu irredimibile, ma agente della storia: senza quelle case dirupate e misere, quelle soglie ostruite dalle cassette vuote di pesce le due sorelle e le loro storie non esisterebbero neppure. Se si fosse dentro una favola, il borgo avrebbe occhi per vedere, orecchie per sentire e bocca per narrare, ma a “Borgo Sud” per le favole non c’è spazio: lo spazio è invaso dai gatti.

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La scheda del libro: “Borgo Sud” di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi)

Adriana è come un vento, irrompe sempre nella vita di sua sorella con la forza di una rivelazione. Sono state bambine riottose e complici, figlie di nessuna madre. Ora sono donne cariche di slanci e di sbagli, di delusioni e possibilità, con un’eredità di parole non dette e attenzioni intermittenti. Vivono due grandi amori, sacri e un po’ storti, irreparabili come sono a volte gli amori incontrati da giovani. Ma per chi non conosce la lingua dell’affetto è molto difficile aprire il cuore. Con la sapienza e la naturalezza dei grandi scrittori, Donatella Di Pietrantonio ci regala in queste pagine un’emozione calda e sussurrata, che rimarrà con noi a lungo.

È il momento piú buio della notte, quello che precede l’alba, quando Adriana tempesta alla porta con un neonato tra le braccia. Non si vedevano da un po’, e sua sorella nemmeno sapeva che lei aspettasse un figlio. Ma da chi sta scappando? È davvero in pericolo? Adriana porta sempre uno scompiglio vitale, impudente, ma soprattutto una spinta risoluta a guardare in faccia la verità. Anche quella piú scomoda, o troppo amara. Cosí tutt’a un tratto le stanze si riempiono di voci, di dubbi, di domande. Entrando nell’appartamento della sorella e di suo marito, Adriana, arruffata e in fuga, apparente portatrice di disordine, indicherà la crepa su cui poggia quel ma-trimonio: le assenze di Piero, la sua tenerezza, la sua eleganza distaccata, assumono piano piano una valenza tutta diversa. Anni dopo, una telefonata improvvisa costringe la narratrice di questa storia a partire di corsa dalla città francese in cui ha deciso di vivere. Inizia una notte in-terminabile di viaggio – in cui mettere insieme i ricordi –, che la riporterà a Pescara, e precisamente a Borgo Sud, la zona marinara della città. È lí, in quel microcosmo cosí impenetrabile eppure cosí accogliente, con le sue leggi indiscutibili e la sua gente ospitale e rude, che potrà scoprire cos’è realmente successo, e forse fare pace col passato. Donatella Di Pietrantonio torna dopo L’Arminuta con un romanzo teso e intimo, intenso a ogni pagina, capace di tenere insieme emozione e profondità di sguardo.

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Donatella Di Pietrantonio vive a Penne, in Abruzzo, dove esercita la professione di dentista pediatrico. Con L’Arminuta (Einaudi 2017, tradotto in piú di 25 paesi) ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio Campiello, il Premio Napoli e il Premio Alassio. Per Einaudi ha pubblicato anche Bella mia (prima edizione Elliot 2014), con cui ha partecipato al Premio Strega 2014 e ha vinto il Premio Brancati, e Borgo Sud (2020).

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