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LA VERA STORIA DI MARTIA BASILE di Maurizio Ponticello: incontro con l’autore

novembre 23, 2020

La vera storia di Martia Basile“La vera storia di Martia Basile” di Maurizio Ponticello (Mondadori): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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[Considerato che Martia Basile è uno dei simboli della condizione femminile tra Rinascimento ed età barocca, ne approfittiamo per ricordare che il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne]

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Maurizio Ponticello, giornalista e scrittore, è stato corrispondente di testate radiofoniche e televisive, redattore di vari quotidiani e cronista de “Il Mattino”. È autore di diversi libri, tra i quali: La nona ora (Bietti, 2013) e I Pilastri dell’anno. Il significato occulto del Calendario (Edizioni Mediterranee, 2013). Per la Newton Compton ha pubblicato: Misteri, segreti e storie insolite di Napoli (con Agnese Palumbo, 2012),Forse non tutti sanno che a Napoli… (2015), Un giorno a Napoli con san Gennaro. Misteri, segreti, storie insolite e tesori (2016) – dal quale è stato tratto un documentario – e Napoli velata e sconosciuta (2018). Ha avuto vari riconoscimenti tra cui il premio Domenico Rea. È presidente della storica associazione di giallisti Napolinoir.

Di recente, per Mondadori, Maurizio Ponticello ha pubblicato il romanzo La vera storia di Martia Basile. Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Una cascata di capelli biondi le copriva quasi tutto il viso», ha raccontato Maurizio Ponticello a Letteratitudine. «Forse, chissà, anche le lacrime. Era notte fonda, venne a trovarmi mentre dormivo, e la riconobbi senza nemmeno conoscerla. Prestai ascolto alla sua voce, tutt’altro che piagnucolante. «Devo vivere» diceva, una frase che ripeté tre o quattro volte di seguito con intensità crescente. Voleva pace e giustizia, che si riparasse al fango gettato sul suo nome. Lo pretendeva, per sé e per tutte le donne vittime di soprusi. E lo chiedeva a me.
Maurizio PonticelloCosì, in questo strano modo, m’imbattei in Martia Basile, donna tragica ed eroina della fine del Rinascimento: in un sogno. La sua vicenda, tuttavia, non era affatto onirica come potrebbe sembrare ma più che reale: un’amarissima favola dark di carne e sangue. Ma, per quale diavolo avevo sognato proprio lei? Quando la mattina dopo mi risvegliai, la mia pelle vibrava. Avevo ancora la percezione della sua presenza e, con quell’inquietante sensazione addosso, mi misi a indagare meglio su un cantastorie dell’epoca e sul suo poemetto che, per circa tre secoli, aveva riscosso in tutta Italia un successo strabiliante. Erano stati i versi di Giovanni della Carrettola a suggestionarmi, o l’anima tormentata di Martia era venuta veramente a trovarmi? La protagonista era lei, senza dubbio, una bellissima giovane nel fiore degli anni stritolata dalle ipocrite maglie della giustizia dei primi del XVII secolo. Appurai che Martia aveva subito due volte la condanna, una dalla politica e dalla Curia, l’altra dalla censura conformista che la classificò come una puttana meritevole della pena capitale. Fu ciò che fecero pure nomi altisonanti del calibro di Charles Dickens e Benedetto Croce i quali liquidarono la sua cronaca come «robaccia», e ne depennarono il nome.
Il patto tra me e Martia fu immediatamente chiaro, avrei dovuto sfrondare l’ipocrisia e tirar fuori la sua storia “vera”. Per questo, ho cercato di essere rigoroso nel ricostruire l’ambientazione storica (il principale teatro degli eventi è una città opulenta finanche nella disperazione, ed è essa stessa una protagonista), e poi di toccare con ogni mezzo letterario possibile le corde più profonde dei lettori per farli immedesimare nella psicologia dell’eroina, nelle disavventure e nelle sue gioie vissute. Può apparire banale ma, per raccontare emozioni, occorrono emozioni e atmosfera.
L’agone di Martia inizia con il proprio matrimonio: non aveva ancora compiuto dodici anni quando fu ceduta in sposa a un mercante che intratteneva affari, spesso loschi, con la corte del viceré. La sua prima notte di nozze, quindi, fu l’abuso di una bambina, una violenza pedofila da far accapponare la pelle, una bestialità piuttosto comune all’epoca ma che non è poi così distante da ciò che ancora accade nel mondo di oggi: episodi raccapriccianti sui quali spesso si passa con superficialità come se nulla fosse. Il romanzo narra della crescita di Martia depredata della propria infanzia, della sua maturazione fisica e spirituale e di quella ferita perpetua che la spingerà a risolvere nel sangue i ripetuti abusi del marito; tuttavia, è anche il racconto delle sue relazioni con il poeta girovago Giovanni e con un amore straniero, e dell’amicizia con uno sconosciuto e arcano universo di donne che, nascoste nell’ombra, si adopereranno per curarle membra e anima sofferenti. Sarà soprattutto questo, il confronto con il mistero del mondo femminile, a condurla alla consapevolezza che essere donna è un valore in sé. Martia, infatti, muove i primi passi nel mondo da fanciulla spaventata e umiliata ma, alla fine, sarà capace di guardare negli occhi l’universo maschile che la circonda, la ferisce, la condanna e la tradisce costringendola ad abbassare lo sguardo.
“La vera storia di Martia Basile” non è soltanto la biografia della formazione della protagonista, è un romanzo storico corale e un affresco del primissimo Seicento in cui i bianchi marmi michelangioleschi erano soltanto un ricordo, e il presente era ottenebrato dai fumi dell’Inquisizione. Martia Basile è un modello di caparbietà e di coraggio: un simbolo valido per tutte le epoche. Conoscere Martia è l’unico modo per renderle ciò che le è stato sottratto: vita, onore e libertà».

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Un brano estratto da “La vera storia di Martia Basile” di Maurizio Ponticello (Mondadori)

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La prima pioggia d’autunno aveva bagnato la sposa: l’abito si era avvinghiato alla pelle facendola apparire di corporatura ancora più minuta. Sotto la compressione delle stecche metalliche del corsetto, il seno immaturo era sparito del tutto e la veste sostenuta dal guardinfante alla spagnola pareva, invece, un gonfalone smisurato con il vento in piena. Martia aveva sollevato il velo sul capo e sorrideva, gli occhi le brillavano per la felicità e spandevano risolini come se fosse ad andar su e giù sopra un’altalena innocente: da sotto la coroncina di fiori innervata con primizie di stagione e tralci d’uva, spartiva occhiate ingenue con lampi di giubilo.
Il viso del padre che l’accompagnava verso l’altare offriva la medesima sensazione di compiacenza: dal momento in cui i suoi traffici erano stati risucchiati dai debiti, quella cerimonia nuziale era la prima boccata d’ossigeno. Il resto non contava. E poi, piazzare una figlia a quelle condizioni, e scrollarsela dal groppone delle spese così anzitempo, non erano cose che capitavano ogni giorno della settimana. Aveva pure pensato di fare entrare Martia in un monastero ma, alla fine, questa soluzione l’aveva considerata sterile se non addirittura controproducente per le proprie tasche: Belisario Basile aveva investito nella sua piccola, l’aveva affidata alle cure di una suora orsolina che le aveva insegnato a cucire, a leggere e a scrivere, la religione e le buone maniere. Ora che però la fanciulla era diventata una personcina dabbene, non aveva più bisogno di mandarla a vestire da monaca: benché acerba, era un tozzo di pane promettente, sufficiente per avere in cambio una succulenta focaccia ripiena. Era stato risparmiato pure della dote: se l’era cavata con fusi e conocchia, un letto matrimoniale, un materasso di lana cardata e un modesto corredo di lenzuola ricamate con merletti e frange, di coperte, di tovaglie di tela d’Olanda e di biancheria che aveva racchiuso in una cassa di abete dipinta per l’occorrenza. Belisario non provava alcun pentimento per aver ceduto la figlia in cambio di censo e ducati: era un uomo concreto, di origini e mentalità contadine, amava sentire crocchiare le zolle sotto i piedi e, secondo il suo ragionamento di campagnolo votato al commercio, non c’era nulla di più solido di un buon affare in famiglia.
Nonostante l’occasione e l’aria festaiola, certa gente del borgo Capuana mugugnava e ricambiava la letizia di Martia con sguardi incupiti. Belisario camminava tronfio lungo l’unica navata della parrocchia, convinto che in quei pochi musi accigliati che lo scrutavano si nascondesse una ruga d’invidia. Veronica, la madre della sposa, tre falcate dietro il marito, dal canto suo cercava di nascondersi il viso con una mano, e comunque lo teneva basso a fissare il mosaico per terra e le pianelle infangate dei convenuti.
Stretta nella guaina chiara aspersa dal cielo uggioso, Martia scavalcò non senza difficoltà una scopa messa di traverso per impedirle il passaggio e abbracciò un bimbo in lacrime che le offriva una donna del popolo quale segno delle afflizioni cui sarebbe andata incontro una buona madre durante la vita coniugale. Nei pressi della tavola liturgica, fiancheggiato dai testimoni, incontrò l’uomo con cui si stava ingaudiando, ma non ci badò, e lo guardò come se fosse stato un vecchio zio. E vecchio lo era senz’altro, il futuro consorte: vedovo, cinquant’anni a dicembre, una pancia bitorzoluta che pareva una botticella di castagno presa a calci, un paio di baffi impomatati con cera finissima girati maldestramente all’insù e il collo lungo che gli usciva dalla gorgiera a girandola come un grosso fungo dalla terra. Un omone, qualcuno commentò, l’abbondanza fatta persona o ancora di più: una montagna, specie rispetto alla coniuge che non aveva neanche due stitiche collinette da esporre sul davanzale. Veronica De Passaro coniugata Basile, esperta di sopravvivenza, conoscendo il punto debole della figlia, le aveva acconciato i capelli biondi a ciocche rotonde facendole cascare sullo sterno, e perciò le coprivano d’oro i seni mancanti e il busto gocciolando stille di temporale fin sulle scarpette inzaccherate di limo.
Osservato dall’Assunta raffigurata sulla pala incorniciata della stessa tinta dorata sopra l’altare maggiore, il parroco, vestito con cotta e stola d’ordinanza, accolse – così per dire – i due pastorelli con le braccia aperte, e cercò di stringere uno sbadiglio in un sorriso di circostanza.
«Venite al Signore, figlioli» disse prendendo le mani di entrambi.

(Riproduzione riservata)

© Mondadori

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La scheda del libro: “La vera storia di Martia Basile” di Maurizio Ponticello (Mondadori)

Tra luci e ombre quasi surreali, sensualità, tempeste, epiche battaglie contro i turchi e spionaggio internazionale, il romanzo è ispirato alle vere vicende di Martia Basile, e si cala nelle pagine più autentiche della città di Napoli che già si stava preparando alla rivolta di Masaniello. Martia è uno dei simboli della condizione femminile tra Rinascimento ed età barocca, eppure è di un’attualità sconvolgente.

In una inconsueta Napoli, capitale del viceregno spagnolo a cavallo tra Cinquecento e Seicento, si compie un atroce delitto. Ne è vittima Martia Basile, una giovane donna, una sposa bambina che si scontra con l’aspra realtà dei suoi tempi fin dall’adolescenza, quando il padre la cede in moglie a un commerciante che traffica con la corte: don Muzio Guarnieri. Pian piano la ragazza inizierà a prendere coscienza di sé, ma la sua maturazione sarà compiuta soltanto dopo che lo stesso consorte avrà barattato con dei potenti il suo fisico avvenente. Nel frattempo, la donna è ammaliata da una comunità femminile che pratica sortilegi e l’aiuta a curarsi le ferite del corpo e dell’anima. Fra stregonerie, fughe rocambolesche e violenze, avrà inizio una nuova fase della vita di Martia la quale, riuscendo a sopravvivere a ogni angheria, troverà finalmente l’amore. Ma, proprio mentre a Roma finisce sul rogo Giordano Bruno, Martia viene incolpata di aver ucciso il marito, e nelle spaventose carceri della Vicaria subirà un processo esemplare in cui sarà coinvolto pure il Santo Officio che le imputerà di aver stretto un patto con il Diavolo in persona. Che fine farà la protagonista accusata di aver commesso un viricidio? E perché Martia, per tutto il Seicento, fu considerata un’eroina? E per quale motivo, poi, questa vicenda scabrosa fu invece censurata?

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