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ODIODIO di Andrea Salonia: incontro con l’autore

novembre 23, 2020

“Odiodio” di Andrea Salonia (La nave di Teseo): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Andrea Salonia (Como, 1971) è professore ordinario di Urologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Il suo romanzo d’esordio, Domani, chiameranno domani (2017), candidato al premio Strega e vincitore del premio Letterario Brianza 2018, è stato una sorpresa, per la critica e per i lettori.

Per La nave di Teseo è uscito il nuovo ormanzo di Andrea Salonia: si intitola “Odiodio

Abbiamo chiesto all’autore di raccontarci come è nato questo libro, di fornirci qualche riferimento sul contesto e sull’ambientazione, di spiegarci come ha sviluppato la narrazione…

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«Faustino sono io, così avrebbe scritto Flaubert», ha detto Andrea Salonia a Letteratitudine, «e odiodio è il racconto della mia vita. Tremendo e affascinante al tempo, ma non è così; soprattutto perché uno scrittore venderebbe l’anima per essere Flaubert, per saper mettere le parole una in fila all’altra con tanta grazia ed efficacia. Decisamente no. Ma il mio Faustino è ciascuno di noi; è il mio studente all’Università; Faustino è il malato che mi racconta del suo disagio e dei tormenti del corpo; è il prete, il macellaio, l’uomo che stende l’asfalto e chi l’osserva mentre lo stende; Faustino è il credente e pure chi non crede, chi ama e chi odia, chi ode e chi non è ascoltato. Faustino è sopra ogni cosa chi cerca di dar battaglia a un destino, forse addirittura al Destino, che è Dio o un dio. Faustino è chiunque sia in attesa, senza esserlo davvero mai.
Ecco, odiodio nasce da tutto questo, e dalla necessità forte di raccontare la storia di un ragazzino qualunque – no, non qualunque, Faustino nato a Como, appassionato di Inter, di parole su parole e di Felice il bibliotecario – che un bel giorno incontra Dio sulla sua strada, e ne è travolto in un’estasi mistica, come forse soltanto una creatura naïve può essere, cera da incidere. E il romanzo diventa sempre più un romanzo di formazione, il racconto del ragazzo che diventa uomo e che diventerà missionario. E il mio Faustino è un missionario che cammina nei piedi di Gesù Cristo per le strade, un prete della parola e dell’ascolto, una parola per tutti, un buon orecchio per ognuno. Un prete fuori dagli schemi, fin riottoso alle regole, che nei primissimi anni novanta arriva in Togo, golfo di Guinea, Africa, Africa nera. L’Africa degli uomini e degli dei tradizionali, potenti, di cui ogni cosa è pregna, e di Mawu, che tutto conosce e tutto ha deciso. E nel pieno delle difficoltà del rapporto con una fede profonda come il nero degli occhi della gente d’Africa, una fede che mai è stata religiosità dogmatica, è lì che Faustino incontra la sua Nives, bella come solo la bellezza sa essere, e tutto cambia.
Faustino e Nives verranno in Italia, a Primaluna in Valsassina, terre laboriose tra il cielo e il lago di Como, dove far crescere i figli, e dove la battaglia di Faustino al destino riprende vigore, con dolore, ma per necessità.»

«Il romanzo ha per titolo odiodio, una parola che non c’è ed è perfino più parole insieme; mi è sembrato perfetto per descrive l’ambivalente rapporto che ciascuno ha con il proprio fato, che si può leggere in vari modi, proprio come questo nuovo termine, che è quasi palindromo. La narrazione abbraccia molti dei miei luoghi: Como, dove io stesso sono nato e cresciuto, Parigi, città del cuore, e l’Africa a sud del Sahara, l’Africa delle genti, improbabile quanto magica. E poi il romanzo accoglie tanti dei miei libri, dei colori e dell’arte che adoro e che ben rappresentano il mio di percorso di formazione, e il racconto di come sono oggi: uomo; medico; ricercatore; docente, e sempre discente in ascolto dell’intorno. In attesa.»

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Brani estratti da “Odiodio” di Andrea Salonia (La nave di Teseo)

Sono nato il 20 di aprile, appena smesso di piovere.
L’Inter perse coi Gobbi quella domenica, e per la prima volta in panchina c’era Frank Pedersen, sostituiva Giuseppe Bigogno, esatto esatto da quella giornata del campionato. Deve essere che la transitorietà delle cose mi fosse entrata nel sangue da allora, insieme all’inquietudine. In squadra i nerazzurri erano ancora più italiani che gente di fuori. In porta: Matteucci. C’era anche l’argentino, Antonio Valentín Angelillo, arrivato dal Boca Juniors, il miglior marcatore. Era nato a Baires, come tanti figli di italiani emigrati perché il denaro per riempiere le bocche non bastava mai, e il cibo era così poco che non faceva neppure in tempo a cader giù nello stomaco. Angelo Moratti era il nostro presidente.

Il giorno che son nato nonno Aurelio era ubriaco, cosa che si è poi ripetuta anche per il mio battesimo; così l’aveva sostituito in tutta fretta zio Ottorino, zio per parte di mamma, che non aveva bevuto.
A nonno Aurelio piaceva il rum, come ai pirati. Aveva una donna nuda tatuata sul braccio destro, e la sua donnina pittata si piegava per far cose sporche ogni volta che nonno contraeva i muscoli. Era una donna a grana grossa, puntinata in fucsia, nero e blu, il blu solo negli occhi. Nonno se l’era fatta nel porto di Santos, in uno dei tanti transiti tra l’Argentina e il Brasile, e da qui a Cartagena delle Indie. Era partito per mare a diciotto anni e due settimane, imbarcato sulle navi mercantili, per cercar fortuna – diceva – e scappare dalle cinghiate del padre. Non parlava portoghese, e non si sapeva certo ben spiegare; l’artista aveva parecchio rum in corpo – l’avevano bevuto insieme, lui e nonno – e saranno state le poche spiegazioni ricevute, la sensualità del profilo femminino o i fumi dell’alcool, tant’è che il nostro si era lasciato prendere la mano nel disegnargli l’avambraccio e in mezzo alla signora aveva messo tanto di quel nero che sembrava proprio un buco, e fin profondo.
Nonno faceva il falegname, prima di essere mangiato dalla pancia delle navi. Amava il legno, forse più di ogni altra cosa. Non era andato a scuola, ma sapeva scrivere il suo nome: a lui i conti quadravano sempre.
Era il padre di mio padre, e nel ‘36 aveva fatto ritorno dalla campagna d’Africa con una scimmia sulla spalla. Guendalina, così si chiamava. Deve essere che la stranezza mi è venuta da lì, almeno in parte.

[brano estratto dal cap. 1]

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Scendeva da una di quelle case morte una donna. Dei muri rimaneva solo il profilo dell’uscio, marrone di terra pregna, e alcuni gradini alti, di pietra grigia. Aveva capelli lunghi che le coprivano parte del viso, rossi come la ruggine, bagnati. Indossava un cappotto ferrigno, ci navigava dentro perché le stava largo. Non sapevo dire quanti anni avesse e teneva nella sinistra un maglione a rombi, blu e beige. Aveva mani grandi.
“Non so dove metterlo, era del mio Cosimo.”
Mi aveva fermato, come se ci conoscessimo da anni, appoggiandomi la destra sulla spalla, con un che d’intimità. Ho spesso provato quella sensazione in momenti di forte comunione, non un’intimità sporca, ma un condividere che per me ogni volta è stato più facile nelle occasioni difficili che non negli attimi di gioia. Quelli è come se li dovessi vivere da solo, come fossero solo cosa mia.
“Cosimo non lo trovo più e non so a chi dare questo suo maglione. Sa, ci eravamo sposati di febbraio, perché a noi il freddo piaceva. Il diciannove di febbraio. Glielo aveva regalato Tino. Tino era il suo testimone, era il suo regalo di nozze.”
Così mi aveva detto, la sua voce intrisa d’acqua. Si chiamava Anita, ed era senz’occhi ormai, una faccia come un deserto, l’ultima cena col Cristo solo nel mezzo, nessuno attorno, abbandonato dai suoi discepoli, soltanto il figlio dell’uomo. Era così, gli occhi infossati come crateri dopo giorni e notti senza che mai potessero chiudersi per il timore che la terra ricominciasse quei novanta secondi.
“È un maglione caldo, sa, magari può servire a qualcuno.”
“Ho fame.”

[brano estratto dal cap. 15]

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Monsieur Sylvain era stato cameriere per anni a Carcassonne, e certo aveva trovato un buon lavoro anche grazie alle sue mani grandi che mai si stancavano. Poi, però, la nostalgia di casa si era fatta forte, coi soldi messi uno sull’altro per una vita intera era salito sull’aereo, la sua prima e ultima volta in cielo, e l’altra parte del suo piccolo gruzzolo l’aveva investita per costruire il campo da bocce, ma vero, come di quelli che aveva amato in Francia, lassù dove aveva imparato a far rotolare la solitudine.
“Il gioco delle bocce non è popolare qui. Voi avete in mente il calcio, bucare la rete e correre avanti e indietro per il campo. Il gioco delle bocce è fatto di altro. Astuzia. Meditazione. Pazienza. Abilità. Grazia. Ecco, soprattutto ci vuole grazia, movimenti sia lenti che rapidi con le mani, e molta eleganza nel lanciare. La mia specialità è il pétanque, che si gioca con le bocce piccole.”
“Siete voi a decidere cosa volete essere,” continuava monsieur Sylvain, ero affascinato. “Meglio: potete decidere almeno che ruolo avere nel gioco della pétanque. Potete bocciare, facendo volare la sfera, imprimendole la giusta forza per andare a colpirne una o più del vostro avversario, così da allontanarle dal boccino che vedete là nel mezzo. Allora sareste specialisti nel volo: bocciatori. Oppure potreste diventare accostatori, giocatori di precisione, meticolosità in ogni scelta, perché la vostra boccia arrivi fin ad accarezzare il boccino. Per quello è fondamentale giocare di astuzia, che è un misto di grazia e di concentrazione; la boccia deve rotolare lungo il campo, da cima a fondo, per avvicinarsi senza sbavature alla sferetta, e a quel punto avrete messo in calmiere dei bei punti.
Mio nonno Zénobé non voleva conoscere una sola parola di francese, e si chiamava così soltanto perché lavorava a servizio, faceva il giardiniere qui a Lomé, in una casa di un ricco che non riusciva a pronunciarne il nome in Ewe. Soprattutto, era nonno che non gli rispondeva; gran furbo: nonno simulava di non capirlo e quindi di non sentirlo; meglio, spesse volte diceva è meglio estraniarsi dalle cose del mondo.
Nonno Zénobé credeva solo in Mawu e negli altri dei. Non scriveva. Non sapeva quando fosse nato, ma conosceva i nomi dei suoi tredici fratelli, delle sei sorelle, di suo padre e di sua madre. Conosceva il nome di cento uccelli, di tutte le piante, cosa fosse buono e cosa fosse cattivo. Soprattutto sapeva che io, suo primo nipote, sarei dovuto andare via da qui, in Francia diceva, senza ben sapere neppure dove fosse, se dietro le montagne o su una delle stelle che guardava la sera. E sapeva anche che avrei dovuto essere deciso nella vita, capire che tipo di uomo volessi diventare, rigoroso e serio, preciso e calmo, oppure un bocciatore, fatto più di forza e di tormenti.
A Carcassonne ho imparato il gioco delle bocce, ero perfino capace di fare il biberon al boccino, con la mia boccia che lenta, lenta arrivava sempre a non più di qualche millimetro dalla sfera, un discreto accostatore. E per riuscirci bisogna esercitare la pazienza, senza arroganza, e la finezza nei gesti.”
Mi aveva conquistato; ero senza parole, e i ragazzi con me.
Allora chiesi loro: “Cos’è per voi la grazia?” Rispose Cassandre, risposero i suoi occhi grandi come la pancia di una mucca, e neri neri, tanto che ti sembrava di vederci l’universo intero là dentro.
“Grazia vuole dire cortesia, buona educazione. Ma vuol dire anche bellezza.”
“Sì, poi vuol dire anche semplicità.”

[brano estratto dal cap. 33]

(Riproduzione riservata)

© La nave di Teseo

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La scheda del libro: “Odiodio” di Andrea Salonia (La nave di Teseo)

Faustino, da piccolo, è un bambino silenzioso e indipendente: nato a Como, da una famiglia laboriosa e di idee forti, coltiva una passione per l’Inter, che lo lega al padre, e un’altra, intima e infinita, per le parole. Le annota e le pesa, le rende significative, e attraverso di esse impara a conoscere l’intorno. Importante è il rapporto con il sagrestano del paese, Felice: esperto di piante e genuinamente saggio, Felice trasmette a Faustino un profondo interesse per la botanica, per ciò che è fragile, minuto, bisognoso d’acqua. Un giorno tutto cambia: Faustino sente Dio, vede Dio, e prende la decisione di farsi prete. Ma la sua non è una religiosità dottrinale, è una vocazione fatta di attenzione e cura del mondo. Quello con Dio è per lui un dialogo costante e una continua messa in discussione. Quando parte per una missione in Togo, la sua vita prende una nuova direzione: qui vivrà non soltanto la stagione della scoperta dell’altro, di una religiosità vivace e ancestrale, sperimentando il peso del suo credo e dell’ambiente culturale da cui proviene, ma scoprirà soprattutto l’amore, grazie a Nives. Nives è l’altra metà, Nives è la radice e il fiore di ogni pianta incontrata sul suo cammino, è l’esperienza, il futuro. Con lei, Faustino fa prova della gioia e del dolore, percorre strade inedite e insperate, fino a quando quella felicità inesprimibile non trova un ostacolo duro, violento, definitivo. Un romanzo non convenzionale e di grande bellezza, che ci restituisce il ritratto di un uomo pronto a rivedere ogni credo e ogni certezza, ma anche e soprattutto capace di scoprire il sacro in ogni più piccolo aspetto della vita, di decifrare la lingua dell’altro, di mettersi al servizio del destino e, ciononostante, continuare a combatterlo.

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