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I SEMI DEL CUNTO di Tea Ranno

novembre 24, 2020

Tea Ranno“I semi del Cunto” di Tea Ranno

[La recensione del nuovo romanzo di Tea Ranno, “Terramarina” (Mondadori) è disponibile qui]

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Il senso umano del trasmettere/narrare come generare

di Tea Ranno

Vengo da una famiglia di cuntatrici: mia madre, le mie zie, le nonne, le prozie hanno fatto del racconto l’alveo di quel grande fiume d’amore e di conoscenza all’interno del quale sono cresciuta. Ho imparato la vita attraverso le storie che hanno inventato allo scopo di divertirmi, insegnarmi la gentilezza e l’umanità, il riserbo e il pudore, l’educazione soprattutto, ma anche per dotarmi degli strumenti spicci di sopravvivenza: quello non si mangia perché è velenoso, quello non si tocca perché ti ustiona, quello ti punge, il coltello taglia, le schegge di vetro pure, non ci si arrampica sulle ringhiere, non si sale sulla credenza, non ci si incastra le dita tra le porte: il tutto messo in scena, quasi sempre, attraverso Giufà – il sempliciotto della tradizione sicula – che si ustiona, si taglia, si punge, risponde in maniera inadeguata e combina pasticci così eclatanti da strappare risate e rendere indelebili i messaggi del viver civile resi evidenti da quelle avventure.
Ma non solo Giufà. Tutto il repertorio delle fiabe classiche e delle favole è stato messo in scena per insegnarmi la vita (naturalmente con interpretazioni di volta in volta adeguate all’età e alla capacità di comprensione), e tutto un repertorio di invenzioni casalinghe che hanno tramandato l’epopea della famiglia.
Una famiglia come tante, la mia, di quelle che non lasciano tracce negli annali perché non hanno eroi che il popolo può celebrare o prendere a modello, e tuttavia composta di eroi: uomini e donne che hanno compiuto imprese memorabili nella quotidianità, la cui storia, raccontata con innumerevoli varianti, mi ha dato il senso di un continuum, di una identità forte all’interno di una comunità che riconosco come mia, sebbene io viva fuori dalla Sicilia da molti anni.
Ma è stato soprattutto con cunti e canti (nenie, canzoni della tradizione popolare) che quelle donne mi hanno portato dentro il mistero dell’esserci, di una salvazione per mezzo di un Bambinello venuto nel mondo per cancellare le colpe e innalzarci a un cielo di luce, senza dimenticare l’inferno, dove finivi ad arrostire eternamente se ti fossi comportato male. Certo, c’era pure il luogo deputato alla purificazione, un lavatoio dell’anima in cui sfregare con un gran pezzo di sapone quel cencio sporco ch’era l’anima dopo essere passata per i fanghi del mondo. E c’era pure il limbo, il posto dei bambini morti prima del battesimo e finiti in quel luogo di sospensione di cui molto poco si sapeva.
Ecco, è stata “limbo” la prima parola d’inciampo. Fino ad allora tutto scorreva come un fiume lucente che abbeverava le mie curiosità, la creazione di mondi in sovrapposizione – fiaba/realtà/fede – in cui la vita e la morte si succedevano come lo sbocciare delle foglie sugli alberi e il loro seccarsi con conseguente distacco.
Limbo fu prima parola che non volli capire, comprendere nell’essenza di trapasso incompiuto e attesa a tempo indeterminato che insistevano a insegnarmi.
Ed è stata la parola che poi, divenuta adulta e dotata di penna – dunque di uno strumento di responsabilità per mezzo del quale genero mondi e metto in scena la vita e la morte, le cadute e i riscatti – mi ha dato contezza del potere generativo delle parole.
Non che allora non lo fosse. Mia nonna diceva “limbo” e io vedevo una nebbiolina verde in cui fluttuavano bambini sperduti, privi di mamma e di papà, che stavano ad aspettare la fine del mondo che non si sapeva quando sarebbe arrivata. Sarebbero mai diventati grandi? Avrebbero mai mangiato un gelato? Nel limbo ci sono i gelati? Le caramelle? Gli abbracci delle nonne, i sorrisi delle zie?
No. Nel limbo non c’è niente. E quel niente lo rifiutavo. Però era un niente più che generativo: una parola che, per elusione, creava un’alterità che non affondava nel sapere di mia madre o di mia nonna o delle zie. Il limbo, come lo vedevo io, come lo desideravo io, era creato dalla mia fantasia con le parole che le cuntatrici mi avevano seminato dentro, e che adesso prendevano una strada loro, fruttavano per conto loro per cui, nel teatrino della mente, i bambini del limbo – che non avevano la mamma e il papà e neppure le caramelle e i libri illustrati – compivano imprese straordinarie alla ricerca di un mondo in cui ci fosse tutto ciò di cui erano privi. E ogni racconto, di carattere divino o umano di cui le donne mi graziavano, andava ad arricchire l’armamentario di concretezza che dava consistenza di realtà alla nebbiolina dei bimbi sperduti, per cui essi si ritrovavano a mangiare il pane buono di Vastianedda, i gelati di zio Giovanni (che aveva la miglior pasticceria del paese), a calzare le scarpe della Pipina (non si sa perché chiamata così), a usare i francobolli della Tabbacchera, a indossare i vestiti cuciti dalla signorina Santostefano, e via dicendo.
Ero giunta, insomma, al tempo in cui, possedendo l’abbecedario della fantasia, usavo segni e simboli per generare il mondo mio. Lo stesso che mi capita di fare adesso quando scrivo un romanzo che rappresenta un tempo e un luogo, ma soprattutto le persone che lo abitano e i sentimenti che muovono quelle persone, le occasioni di scontro, di risoluzione del conflitto, il senso di mistero che permea la vita di chi, tra le mie pagine, va cercando il senso di sé.
Ma torniamo al cunto di cui le mie cuntatrici erano impregnate e di cui, parlando e cantando, mi hanno intriso.
Risultato immagini per tea ranno letteratitudineIl cunto era il lungo raccontare intorno alla conca piena di carboni ardenti che rischiarava il buio delle sere d’inverno. Un buio odoroso di patate e di ulive che venivano messe a cuocere nella brace, di uova sode, fave e ceci abbrustoliti che il pubblico degli ascoltatori andava sgranocchiando via via che il più anziano della famiglia – la più anziana, a casa mia – andava raccontando. Un racconto istruttivo che veniva dalla somma di racconti che il narratore, a sua volta, aveva ascoltato da chi, prima di lui, era andato per il mondo – anche solo nella vicina città – e aveva visto cose che gli altri non avrebbero mai visto, e aveva mangiato cibi mai assaggiati prima, e incontrato genti di un altro colore di pelle, e ascoltato il resoconto di fatti di cui i paesani non avrebbero mai potuto sapere alcunché; oppure aveva vissuto sulla sua pelle la Guerra.
“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio, dei primi fanti il ventiquattro maggio…” cominciava a cantare mia nonna.
Eravamo io e lei. Io seduta sul tavolo della cucina, lei sulla sedia davanti a me, le sue braccia a circondarmi la vita perché non cadessi. Non c’erano i carboni, non c’era la candela a rischiarare la stanza, lei sapeva leggere e scrivere e avevamo la televisione che ci rendeva edotti dei fatti del mondo. E tuttavia, mi sembrava di essere in quell’altro tempo perché lei – socchiudendo gli occhi e intonando la canzone del Piave – cantava con la voce roca di chi – prima di lei, e per averlo vissuto – aveva cantato nelle sere d’inverno il Piave che mormorava al passaggio dei fanti il ventiquattro maggio, e aveva tono di pianto, e il mormorio del Piave diventava l’epica del Piave, di quelli che l’avevano oltrepassato, di quelli che erano andati e non erano più tornati, di quelli che avevano combattuto per fermare lo straniero, di quelli che, partiti da così tanto lontano, erano andati a tingere del loro sangue le acque di quel fiume.
Poi, finito il canto, lei restava con gli occhi fissi nel vuoto e io in silenzio, mentre la canzone del Piave mi scavava dentro il senso di ineluttabilità, di quell’andare per non tornare, di quell’essere carne da macello perché la rabbia dei popoli trovasse di che ammazzare per sfamarsi.
Ero bambina. E il Piave mi mormorava dentro. E le acque rosse del Piave tingevano di rosso il pannello della mente mia che sempre avrebbe rifiutato la guerra e sempre la rifiuta, che sempre avrebbe rispettato l’umanità e sempre la rispetta, che sempre avrebbe guardato all’anima e sempre l’avrebbe rispettata.
“Perché è l’anima, gioia mia” diceva mia nonna Anna “che ci distingue dalle bestie”.
E io aggiungevo la parola “anima” alla parola “limbo” e tutte e due mi parevano fatte della stessa inconsistenza, solo che l’anima, poi – che un pezzo di sapone di Marsiglia avrebbe lavato in Purgatorio – s’inguainava nel corpo, e dunque ne potevo avere contezza, perché toccava a me di mantenerla candida evitando fanghi e lordure, dotandola di quella bontà che mi avrebbe fatto diversa.
“Diversa dai cani arraggiati, gioia mia, ché ci sono uomini come canazzi che non sanno che vuole dire amurusanza e attossicano col veleno del loro comportamento l’anima loro e la vita di chi vuole campare in santissima pace”, così diceva lei, e “canazzi” erano i prepotenti che soverchiavano di tirannia la libertà degli umili, i padroni che costringevano i braccianti a spaccarsi la schiena dal sorgere del sole al suo tramonto, i ricchi che mangiavano a bocca piena davanti al viso esangue dei poveri che non avevano manco un pezzo di pane duro per stagnare la fame.
“Un’indecenza di umanità” diceva lei, che aveva una bottega sempre in perdita perché regalava il pane e la pasta, le buatte di salsa a quelli che non potevano pagarli, e pure le caramelle ai bambini che, come le mosche, le stavano intorno e costituivano la banda avventurosa con cui spartivo i miei giochi e le ginocchia sbucciate.
Le anime… Bianche, nere, rosse, splendenti e lucenti, intostate di carbone… Aveva un ventaglio ricco di anime, mia nonna, che all’occorrenza faceva scendere in campo insieme a Orlando e Rinaldo e Angelica, e pure ai brigati (“Animazze nere che certe volte, però, si cambiano in santi che aiutano il prossimo e lo salvano dalla fame, gioia mia”).
Ma anche “anima” era diventata ormai parola mia, che sfantasiava altre scene, in cui l’amurusanza era la gioia di aprire un fazzoletto annodato per le cocche e trovarci un frutto, un giocattolo, uno stacco di stoffa da portare alla signorina Santostefano per un vestitino: “Come ti piace a te, giuiuzza”.  Ma anche fumo, che di notte piglia forma di fantasma che ti viene a bussare sulla spalla e ti dice: “Morii di dolore e vago senza pace” e allora corri nel letto della mamma e ti avvinghi a lei, che pensa a un brutto sogno e divide il suo spazio con te, in silenzio, per non svegliare papà, che non comprende gli spaventi notturni e pretende di educarti a un comportamento adulto, che una bambina come te, per quanto sveglia e ubbidiente, non può avere.
Comincia, così, il tempo in cui le parole figliano altre parole, che nei racconti ci stanno solo di sguincio, che non abitano i castelli delle fate e neppure il Piave che mormora la sua lontanissima canzone di battaglia e di morte.
Sono parole che esprimono una realtà di spavento che viene dalla vita di tutti i giorni: Ernesto che cade per le scale con un sacchetto pieno di bottiglie di vetro e si taglia tutto: tutto sangue, tutto una ferita questo bambino abbrustolito dal sole che già lavora come caruso nella muratura e fa il garzone per qualche lira; il cielo che si fa giallo perché nel petrolchimico poco lontano c’è stato un incidente e l’aria è irrespirabile, e dal terrazzo si vedono le fiamme, e quel giallume d’aria terrorizza forse più delle fiamme perché la puzza è insopportabile e non si riesce a respirare; e l’incidente con la macchina per cui la ragazza che ci sta davanti sul motorino cade e si rompe una gamba, e la gita al mare si trasforma in un disastro per cui torniamo a casa e papà porta in ospedale la ragazza che per fortuna ha solo la gamba rotta.
Parole che non sono nuove – ferite, sangue, incidente, petrolchimico, ospedale – che usate nel cunto hanno un senso favoloso e ora però ne prendono un altro, perché il sentito s’arricchisce del vissuto, e il vissuto è tutto intriso dell’emozione che il fatto tradotto in parola suscita, per cui il mondo generato dalle parole note si cambia in un altro, intessuto di altri colori e altre atmosfere; un mondo che negli anni è diventato quello a cui attingo quando rappresento, nelle storie che scrivo, l’emozione prima ancora che il fatto, l’umanità prima ancora che il dettaglio del luogo.
Le parole dello spavento, dunque, ma anche quelle della felicità: “Che la felicità è un battito di ciglia” diceva la nonna “la devi acchiappare subito, ché ora è qui e tra un minuto non c’è più”. Lo diceva intanto che impastava il pane: acqua e farina amalgamate a forza di pugni, le maniche rivoltate, i capelli legati, la bocca che mormorava mentre gli altri dormivano.
Mattiniere io e mia nonna: la giornata andava vissuta tutta, con le sue pause di silenzio – “Senza il silenzio saremmo nella Babele. Te l’immagini il frastorno di una giornata tutta parlata?” – e le sue tarantelle, le bolle di sapone, il tempo intrecciato al tempo che ormai appartiene ai ricordi. Ma è un tempo vivo, che germoglia in continuazione, perché i semi del cunto che le cuntatrici mi hanno sparso per il cuore hanno in sé qualcosa di quel Verbo che continua a ricrearci ogni volta che, raccontando, diffondiamo per il mondo spore di noi.

(Riproduzione riservata)

© Tea Ranno

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La scheda del nuovo libro di Tea Ranno: “Terramarina” (Mondadori)

Tea Ranno torna a percorrere i territori fiabeschi e solari dell’ Amurusanza con il suo stile che fonde dialetto siculo e poesia e si lascia contaminare dal realismo magico sudamericano. Il risultato è una narrazione corale ipnotica, un moderno presepe fatto di personaggi vitali e incandescenti, una generosa parabola di accoglienza e solidarietà.

TerramarinaA Terramarina vado abitando quando non sono sveglia e neppure dormo

È la sera della vigilia di Natale e Agata, che in paese tutti chiamano la Tabbacchera, guarda il suo borgo dall’alto: è un pugno di case arroccate sul mare che lei da qualche tempo s’è presa il compito di guidare, sovvertendo piano piano il sistema di connivenze che l’ha governato per decenni e inventandosi una piccola rivoluzione a colpi di poesia e legalità. Ma stasera sul cuore della sindaca è scesa una coltre nera di tristezza e “Lassitimi sula!” ha risposto agli inviti calorosi di quella cricca di amici che è ormai diventata la sua famiglia: è il suo quarto Natale senza il marito Costanzo, che oggi le manca più che mai. E, anche se fatica ad ammetterlo, non è il solo a mancarle: c’è infatti un certo maresciallo di Torino che, da quando ha lasciato la Sicilia, si è fatto largo tra i suoi pensieri. A irrompere nella vigilia solitaria di Agata è Don Bruno, il parroco del paese, con un fagotto inzaccherato tra le braccia: è una creatura che avrà sì e no qualche ora, che ha trovato abbandonata al freddo, a un angolo di strada. Sola, livida e affamata, ma urlante e viva. Dall’istante in cui Luce – come verrà battezzata dal gruppo di amici che subito si stringe attorno alla bimba, chi per visitarla, chi per allattarla, vestirla, ninnarla – entra in casa Tabbacchera, il dolore di Agata si cambia in gioia e il Natale di Toni e Violante, del dottor Grimaldi, di Sarino, di Lisabetta e di tutta quella stramba e generosa famiglia si trasforma in una giostra. Di risate, lacrime, amurusanze, tavole imbandite, ritorni, partenze e sorprese, ma anche di paure e dubbi: chi è la donna che è stata capace di abbandonare ai cani il sangue del suo sangue? Starà bene o le sarà successo qualcosa? Cosa fare di quella picciridda che ha già conquistato i cuori di almeno sette madri e cinque padri? Tea Ranno torna a percorrere i territori fiabeschi e solari dell’ Amurusanza con il suo stile che fonde dialetto siculo e poesia e si lascia contaminare dal realismo magico sudamericano. Il risultato è una narrazione corale ipnotica, un moderno presepe fatto di personaggi vitali e incandescenti, una generosa parabola di accoglienza e solidarietà.

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Tea Ranno è nata a Melilli, in provincia di Siracusa. Dal 1995 vive a Roma. È laureata in giurisprudenza e si occupa di diritto e letteratura. Ha pubblicato per e/o i romanzi Cenere (2006, finalista ai Premi Calvino e Berto, vincitore del Premio Chianti) e In una lingua che non so più dire (2007). Nel 2012 per Mondadori è uscita La sposa vermiglia, romanzo vincitore del Premio Rea, e nel 2014, sempre per Mondadori, Viola Fòscari. Nel 2018 ha pubblicato Sentimi (Frassinelli) e, per Curcio editore, i libri per bambini e ragazzi: Le ore della contentezza, I vestiti di Babbo Natale, La befana e il colpo della strega.
Nel 2019 sono usciti i romanzi L’amurusanza (Mondadori) e Saura. Le stanze del cuore (Risfoglia Editore).

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