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STORIA DEL GIALLO ITALIANO: intervista a Luca Crovi

novembre 26, 2020

“Storia del giallo italiano” di Luca Crovi (Marsilio): intervista all’autore

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di Massimo Maugeri

Se parliamo di giallo e di letteratura di genere (e non solo, in verità), e se siamo alla ricerca di uno dei massimi esperti sul tema, il primo nome che viene in mente è senz’altro quello di Luca Crovi (peraltro figlio d’arte del grande Raffaele).

Luca Crovi lavora per Sergio Bonelli Editore, dove dal 1993 si occupa della collana Almanacchi. Ha collaborato con «Italia Oggi», «Il Giornale» e «Max» occupandosi di musica. È autore di saggi e romanzi, da ultimi Noir. Istruzioni per l’uso (2013) e L’ombra del campione (2018), L’ultima canzone del Naviglio (2020). Ha sceneggiato fumetti ispirati alle opere di Andrea G. Pinketts, Joe R. Lansdale e Massimo Carlotto. Per Marsilio è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) che ha inspirato l’omonima trasmissione radiofonica andata in onda su Radio 2, con cui ha vinto il Premio Flaiano nel 2005.

Di recente, per Marsilio, Luca Crovi ha pubblicato un libro che può essere considerato come un vero e proprio faro con riferimento al giallo italiano e alla sua storia. Si intitola, per l’appunto, “Storia del giallo italiano“. Un libro di cui gli amanti del giallo, della letteratura di genere (e non solo, in verità), farebbero bene ad accaparrarsi.

Ho avuto il piacere di conversare con Luca Crovi sul giallo italiano e sulla sua storia…

– Luca, partiamo dall’inizio. Come nasce questo libro? Quand’è che hai sentito l’esigenza di scrivere un testo che potesse ripercorrere in maniera completa ed esaustiva, come poi sei riuscito a fare, la storia del giallo italiano?
Questo volume nasce dall’idea di riprendere le ricerche sul giallo italiano che avevo intrapreso con “Delitti di carta nostra” e proseguito con “Tutti i colori del giallo”. Nel mezzo ci sono stati 9 anni di trasmissioni di Radiodue che ho condotto sulla narrativa di genere e centinaia di interviste, recensioni, dossier, presentazioni fatte a fianco dei grandi protagonisti della letteratura di suspense mondiale. Tutte queste esperienze sono finite nel libro. Volevo che i lettori comprendessero l’evoluzione di questo genere narrativo che a partire dalla letteratura ha anche raggiunto la radio, i giornali, il cinema, i fumetti, i videogiochi dando vita a un immaginario speciale che ha da sempre amato la sperimentazione e la contaminazione. Il libro è stato concepito in un periodo di 17 anni durante i quali ho messo da parte materiali e poi nei due mesi del primo lockdown a Milano l’ho concluso e riassemblato. Avere un periodo così breve di montaggio mi ha aiutato a scremare, eliminare, rielaborare a freddo certi temi. Ovviamente ho dovuto togliere molto e sono rimasti fuori anche capitoli che potevano starci nell’opera ma avevo anche una richiesta specifica di pagine datami dall’editore dalla quale non potevo sforare. L’idea era di proporre ai lettori un testo che avesse un approccio popolare e che si potesse leggere come una vera e propria storia a puntate. L’avere pubblicato prima di quest’opera due romanzi come “L’ombra del campione” e “L’ultima canzone del Naviglio” in cui riaccostavo la Milano degli Anni Venti-Trenta del commissario De Vincenzi di De Angelis mi ha sicuramente aiutato a rendere “Storia del giallo italiano” ancora più pop.

– Il libro è dedicato a tuo padre, Raffaele Crovi, a Tecla Dozio e a Cesare De Michelis. Parliamo di tuo padre (lo chiamavano il “Padrino del giallo italiano”): in che modo è riuscito a trasmetterti la passione per la letteratura di genere?
Tecla per anni è stata una vera e propria centralina per tutti i giallisti che transitavano dalla sua Sherlockiana. De Michelis è stato un editore illuminato che ha scommesso tantissimo sulla saggistica ma anche sulla narrativa di genere. Entrambi sono state due persone che mi sono state complici nel mio debutto con studioso del giallo.
Mio padre ovviamente fin da quando ero piccolo mi ha stupito per il suo rapporto con il mondo dei libri e con gli scrittori. Sono stato un bimbo fortunato che ha incontrato Moravia e Liala accompagnandolo, e che passava i week end con lui nella casa sui Navigli di Ginetta Varisco, la compagna di Elio Vittorini.  Mio padre ha sempre vissuto per la letteratura. E i gialli avevano un posto davvero speciale nella sua vita. Ne aveva ereditati tantissimi da ragazzo da un suo zio, dopo la guerra, e per questo io ho oggi in casa adesso edizioni originali di Varaldo, D’Errico, De Angelis, Vasco Mariotti.  Aveva delle passioni specifiche per De Marchi, Chesterton e Simenon. Andava fiero di esser stato uno di pochi giornalisti che aveva intervistato P. D. James e si pavoneggiava di avere accompagnato al Premio Strega “Il nome della Rosa” di Umberto Eco ed essersi occupato nel tempo della vendita dei diritti internazionali di quell’opera. Ma era anche orgoglioso di avere costruito per Rusconi l’antologia “Buon sangue italiano” e di avere scoperto autori come Macchiavelli, Bonura, Pederiali, Sclavi, Anselmi, Olivieri, Varesi. Dal 1968 al 1972 ha diretto per Rizzoli «Il Rigogolo», nel 1973 e nel 1974 ha inventato per Fabbri «Sotto accusa», destinata all’edicola e alla libreria, proponendo autori come Enrico Vaime, Giuseppe Pederiali, Guido Gerosa, G. F. Venè, Inisero Cremaschi, Walter Tobagi. Fra il 1974 e nel 1975 ha diretto per Campironi la collana di thriller italiani «Calibro 90» poi per Passigli ha ideato «Le maschere del mistero». E’ stato membro delle giurie del Mystfest di Cattolica e del Noir In Festival, giurato del Premio Alberto Tedeschi e collaboratore del volume “Il Giallo” (Mondadori) di Benvenuti e Rizzoni  e ha ideato il primo Festival del Giallo Italiano a San Pellegrino Terme assieme a Tecla Dozio. Insomma, con un background del genere, dove in ogni situazione editoriale mio padre ha coltivato con passione la letteratura gialla italiana e internazionale mi potevano accadere due cose: o ignoravo del tutto la cosa o anche io diventavo un appassionato di misteri. Il poter leggere nelle sue biblioteche (una a Milano, una Diano Marina e l’altra Cola) Poe, Stevenson, Doyle e la Christie oltre che Scerbanenco e Macchiavelli mi ha trasformato in un appassionato di letteratura del mistero. E poi sentirlo raccontarmi sulla spiaggia d’estate tutti i film di suspense e paura che andava a vedere mi ha sempre affascinato. Mi ricordo ancora oggi con un brivido i suoi racconti delle visioni di “Profondo rosso”, “Assassinio sull’Oriente Express” e “Invito a cena con delitto”.

– Quando e come nasce il giallo italiano?
Il giallo italiano nasce dal nero. Nasce dalla letteratura d’appendice dell’Ottocento che raccontava i misteri delle città e si alternava alla narrativa giudiziaria e che a partire da “I misteri di Parigi” di Eugene Sue (studiati ed analizzati da Umberto Eco) decolla definitivamente. Sull’onda di quel grande successo nacquero i misteri di Napoli, di Genova, di Palermo, di Milano, e narratori come Carlo Lorenzini (Collodi) che si assunse l’onere di scrivere anche “I misteri di Firenze” (riedito qualche anno fa da Giunti con una prefazione di Andrea Camilleri). Queste opere avevano un forte impianto sociale e analizzavano la situazione criminale territoriale dei paesi e delle città che raccontavano. L’intento verista di queste opere che nascono a partire dalla cronaca è fondamentale e autori come De Marchi, Mastriani, Carolina Invernizio, Matilde Serao ne sono fra i primi fortunati interpreti. Un autore come Iarro (alias di Giulio Piccini) anticipa persino Sherlock Holmes con la creazione del suo commissario Lucertolo. E il successo di queste opere sarà sia nazionale che internazionale. Questi narratori vogliono essere realistici e popolari, sociali e morali e riescono a farlo usando la letteratura di genere.

– Ripercorrendo la storia del giallo italiano, dagli albori a oggi, quali sono state, a tuo avviso, le “pietre miliari”?
Consideriamo che io debba consigliare dieci pietre miliari ai lettori, eccole:
“Il cappello del prete” di Emilio De Marchi
“Il mio cadavere” di Francesco  Mastriani
“Nina la poliziotta dilettante” di Carolina Invernizio
“Il banchiere assassinato” di Augusto de Angelis
“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda
“I giovedì della signora Giulia” di Piero Chiara
“Venere privata” di Giorgio Scerbanenco
“il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia
“La mazzetta” di Attilio Veraldi
“Il nome della rosa” di Umberto Eco

– Nel tempo le differenze tra giallo, noir, thriller, ecc., sono andate affievolendosi in un’ottica di “contaminazione” (anche oltre i limiti della cosiddetta letteratura di genere). Cosa puoi dirci da questo punto di vista?
Posso dirvi che la contaminazione ha permesso al genere di non cronicizzarsi e di non invecchiare ma di restare dinamico nel suo racconto. Se a un certo punto non si fosse sconfinato le storie avrebbero rischiato di essere troppo a cliché e troppo stereotipate.

– In che modo il giallo italiano ha contribuito a raccontare la storia del nostro Paese e della nostra società?
imageL’essere romanzo sociale e allo stesso tempo territoriale ha permesso alla letteratura di suspense di raccontare la giustizia e l’ingiustizia presenti nel nostro paese. Giallisti e noiristi partono dalla realtà e dalla cronaca nera e per inventare le loro storie si basano su reportages e inchieste, non improvvisano. Alcuni di loro hanno potuto raccontare eventi con occhi speciali pensate a “Romanzo criminale” che rielabora i fatti della banda della Magliana, a Dino Buzzati che con le sue storie di nera sul Corriere illumina alcuni dei maggiori delitti della sua epoca, a Veraldi che con “Il vomerese” anticipa il sequestro Dozier, a Varese che in “Ultime notizie di una fuga” ridocumenta il caso Carretta, a Carlotto e Abate che in “Mi fido di te” danno voce ad alcune inchieste sulla sofisticazione alimentare dei Nars, a Sciascia che usa la gabbia della letteratura di genere per affrontare i temi della corruzione politica e della connivenza fra stato e criminalità mafiosa. Il giallo e il noir hanno fotografato la civiltà e l’inciviltà presente nel nostro paese passando per la letteratura popolare.

– Perché il giallo ha riscontrato così tanto successo in termini di numero di lettori?
La gente ama l’effetto catartico del giallo che porta a vivere una forte sensazione di paura ma ama anche la sicurezza che quegli eventi criminali narrati restino chiusi in un libro. Un caso risolto rassicura, ci rappacifica con la realtà dove troppi casi rimangono aperti. La gente ama commentare i casi di cronaca e quotidianamente si trasforma spesso in giudice, avvocato, detective. La letteratura di genere permette di vivere sensazioni di pericolo e di disagio ma restando al sicuro, il fascino della paura non tramonterà mai.

– Che ruolo occupa, a tuo avviso, il giallo italiano nell’ambito della letteratura di genere europea e internazionale?
Ha un suo ruolo originale. Abbiamo creato una voce nostra mediterranea specifica che ci permette di raccontare il nostro paese. Autori come De Marchi, Mastriani, la Invernizio, De Angelis, Scerbanenco sono stati subito apprezzati all’estero cosi come Eco è stato un apripista per il giallo medievale con “Il nome della Rosa” e cosi come Fruttero e Lucentini e Camilleri sono diventati una cifra imprescindibile per raccontare all’estero Torino e la Sicilia. Scrittori come Carlotto e Morchio sono affini al noir mediterraneo di Izzo, Montalban, Markaris, Heinichen. Un inventore di thriller con non-luoghi come Carrisi è amatissimo in Francia così come i romanzi storici neri di Luca Di Fulvio hanno venduto milioni di copie in Germania.

– Una domanda/gioco: hai la possibilità di entrare nella storia di uno dei gialli che hai più amato. In quale storia entreresti? E perché?
Mi piacerebbe fare una partita a scopa con il maresciallo Arnaudi di Mario Soldati e sentirlo raccontare una delle sue inchieste.

– Di certo ci saranno tanti giovani aspiranti giallisti che stanno leggendo questa intervista. Cosa vorresti dire loro?
Leggete, leggete, leggete. E ascoltate, ascoltate, ascoltate. Prima di scrivere bisogna documentarsi. Non si può improvvisare, soprattutto se si scrive un giallo. Lo studio e l’osservazione della realtà è fondamentale, così come la curiosità. D’altra parte gli appassionati di gialli sono un pubblico esigente e chi vuole scrivere per loro non può disilluderli.

– Un’ultima domanda: come immagini il futuro del giallo italiano?
Credo che la contaminazione continuerà nel tempo e che il giallo continuerà a raccontare le evoluzioni o le involuzioni del nostro paese.

– Caro Luca, grazie mille per il tuo tempo e la tua disponibilità. E… viva il giallo italiano (e la sua storia)!

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Storia del giallo italiano La scheda del libro: “Storia del giallo italiano” di Luca Crovi (Marsilio)

Il giallo è il genere letterario in cui più di tutti si rispecchiano desideri nascosti e paure inconfssabili di una società- Analizzandone il percorso, che cosa è possibile capire delle vicende passate e presenti del nostro Paese? Esiste una «grammatica minima» specifica per il giallo tricolore? Dalla voce critica più autorevole in materia, un appassionante viaggio attraverso trame, autori e personaggi che diventa il romanzo di una nazione.

Il fatto che la crime fiction in Italia non abbia mai subito cali di popolarità o di consenso si può considerare una prova del suo legame indissolubile col modo di raccontare e di raccontarsi nel Belpaese. Luca Crovi ne rilegge la storia da un punto di vista inedito, utilizzandola come sensore delle aspirazioni e delle paure, dei sogni e dei peggiori incubi di un’intera nazione. Il risultato è una brillante cartografia dell’inferno del Novecento e del primo ventennio del Duemila, dalla Milano di Augusto De Angelis e Giorgio Scerbanenco, alla Roma di Giancarlo De Cataldo, dal boom degli anni Sessanta al grande successo di Andrea Camilleri, dai noir di Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Antonio Manzini e Maurizio de Giovanni ai legal thriller di Gianrico Carofiglio, fino ai gialli con humour di Marco Malvaldi e Francesco Recami, passando per i thriller di Giorgio Faletti e Donato Carrisi. Costruendo un percorso avvincente attraverso successi editoriali e repêchage di autori, più o meno noti, che hanno lasciato un segno nel panorama italiano e internazionale, Crovi mette in rilievo differenze e analogie fra trame e personaggi, ambientazioni e schemi narrativi del giallo, il «frutto rosso sangue della nostra epoca». Davanti a un universo narrativo che parla dei lettori e ai lettori, terrorizza e affascina nello stesso tempo perché sembra esorcizzare, con il rigore razionale di un’indagine brillante e intuitiva, la paura dell’ignoto, non si può fare a meno di chiedersi: è forse un caso che in tempi di feroce incertezza, come quelli che stiamo vivendo, il giallo sia ancora il genere più amato dagli italiani?

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