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GIANLUCA MOROZZI racconta ANDROMEDA

dicembre 1, 2020

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GIANLUCA MOROZZI racconta il suo romanzo ANDROMEDA (Perrone)

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https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/6/6c/GianlucaMorozzi.jpgdi Gianluca Morozzi

Il conte di Montecristo. È la risposta automatica, no? Ti chiedono “qual è il più grande romanzo sul tema della vendetta?  “Ma Il conte di Montecristo, non è ovvio?”.
Però, prima di addentrarmi nelle pagine degli autori francesi dell’Ottocento, da bambino leggevo gli Urania. Quella bella fantascienza da edicola, con il bianco a evidenziare le straordinarie, evocative illustrazioni di Karel Thole racchiuse in un cerchio. E quegli altri romanzi dell’Editrice Nord, le copertine della Serie Oro…
Destinazione stelle di Alfred Bester, Serie Oro, fu il mio primo balzo (o jaunto?) nell’affascinante, intrigante, irresistibile mondo della vendetta. Mi piacque così tanto che comprai anche un Urania firmato Bester, La tigre della notte, solo per scoprire… che era sempre Destinazione stelle (quei bizzarri equivoci tipo La svastica sul sole / L’uomo nell’alto castello). Siccome ho ricomprato anche l’edizione più recente, posso dire di possederlo in triplice copia.
I miei occhi e il mio cervello fiammeggiavano leggendo dell’ossessione vendicativa di Gully Foyle, un mediocre individuo, una bestia in forma umana, nei confronti di chi l’aveva lasciato a morire. E per riuscire a portare a termine il proprio obiettivo, si superava. Diventava un altro, un anti-eroe così determinato da diventare una creatura semidivina, destinata a guidare l’umanità verso nuovi traguardi. Lui, l’umile meccanico che si aggirava nello scheletro dell’astronave Nomade! “Stava morendo da centosettanta giorni e non era ancora morto…”
Non sapevo, allora, che Bester si fosse ispirato proprio a Il conte di Montecristo. Non sapevo nemmeno che esistesse, da bambino, Il conte di Montecristo.
Ma conoscevo Douglas Adams, la Guida galattica per gli autostoppisti, e i suoi seguiti. Andromeda, che non è certo un romanzo di fantascienza né tantomeno umoristico, nasce da un capitolo esilarante di questa straordinaria saga di fantascienza umoristica (anche se è riduttivo definirla così!)
Il libro ispiratore è il terzo della serie La vita, l’universo e tutto quanto. Arthur Dent si ritrova in una caverna misteriosa, che sembra una cattedrale all’odio nei suoi confronti, con tanto di caricaturale statua a rappresentarlo come creatura mostruosa. Ma davvero mostruosa è l’entità che gli si para davanti, con ali sbrindellate, tre occhi, denti irregolari: si chiama Agrajag, e si presenta con uno studiato, attesissimo “Scommetto che non ti aspettavi di rivedermi”. Arthur Dent non capisce di cosa stia parlando, non avendolo mai visto in vita sua, ma il mostro subito spiega perché lo ha attirato lì e perché lo odia. Agrajag si è reincarnato più volte in forme diverse, un coniglio preistorico, una mosca, un pesce, un’ostrica, e in ogni vita, in qualche modo, è stato ucciso da Dent: calpestato per sbaglio, mangiato, pescato. Persino in un’incarnazione da tranquillo spettatore di una partita da cricket ha visto finire la propria vita in presenza di Dent. Per quello ha programmato lungamente e con cura la vendetta nei confronti del suo multiassassino, vendetta che finirà ovviamente nel più tragicomico e ridicolo dei modi.
Ora, ovviamente, quando ho letto quel capitolo ho riso com’era giusto che ridessi: nel passaggio in cui Dent uccide la mosca/Agrajag con la sacca ricavata dalla pelle del coniglio/Agrajag, o quando Agrajag si lacera la faccia da solo con le zanne, o quando rinasce in forma di vaso di petunie, ma a cinquecento chilometri di altezza…
A volte una lettura (o una visione) ti rimane piantata nella mente per decenni, finché non ne togli la sovrastruttura e il tono e ti rimane solo il nucleo: un soggetto A che progetta lungamente una sospirata vendetta verso un soggetto B che neppure conosce la sua esistenza. Che non sa di avergli fatto qualcosa di terribile.
Ed ecco la scena d’apertura di Andromeda, nata mescolando tutto questo a una storica copertina degli X-Men: quella in cui i Reavers, per vendicarsi (già!) di Wolverine, lo crocifiggono a una simbolica croce a X.
Il mio Agrajag non è ridicolo, non fa ridere, non ha un corpo mostruoso. O meglio: forse ce l’ha, perché sotto i vestiti, si intuisce, è devastato da orribili ferite. Qualcuno in passato lo ha soprannominato Borg, come il tennista.
E il mio Dent, come Wolverine, è legato a una croce a X, è impotente, e non può che ascoltare le tante, studiate, meditate parole di colui che lo tiene prigioniero. Che ha una sega elettrica, che ha sparso tutto intorno dei misteriosi secchi dalla misteriosa utilità, e che gli chiede soltanto una cosa: dimmi come mi chiamo. Pronuncia il mio nome, e ti giuro che sarai libero. Non userò la sega elettrica per mutilarti, non scoprirai mai a cosa sarebbero serviti i secchi. Sarai libero. Pronuncia il mio nome.
E se questo è un passaggio che forse ho rubato a Game of Thrones, subito dopo, per bocca di Borg, il possessore dell’unica voce che sentiremo in tutto il romanzo spiega: mi hai fatto una cosa orribile, qualcosa di così orribile da avermi devastato il corpo e la psiche, lo hai fatto trent’anni fa, ti ricordi, almeno, chi sono? O mi hai annientato l’esistenza per poi dimenticarmi per sempre?
Per aiutarlo a ricordare, gli racconta una storia. Una storia di ragazzini ricchi nella Bologna degli anni Ottanta, una storia di quindicenni, in quel periodo in cui, magari, c’era qualcuno che decideva di essere il tuo migliore amico, e che decideva che anche tu, volente o nolente, eri il suo migliore amico. Li avete conosciuti anche voi? Quelli che si ritenevano legati a voi da un solidissimo codice d’onore, fratelli di sangue solo per aver disertato l’interrogazione di latino. Li conoscevo solo io, tra i ragazzi affatto ricchi del proletario quartiere Bolognina in cui sono cresciuto? Ai tempi di compagni di classe con nomi come Tania, Igor, Natascia, Dimitri?
Così inizia il racconto di Borg. Così comincia Andromeda.
“Pronuncia il mio nome, Dimitri.”
“Pronuncia il mio nome.”

(Riproduzione riservata)

© Gianluca Morozzi

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La scheda del libro: “Andromeda” di Gianluca Morozzi (Perrone)

Bologna, 2019. Nel salone insonorizzato di una villa sui colli, c’è un uomo legato a una croce. Si chiama Dimitri. Di fronte a lui c’è Borg, come il tennista. Borg ha con sé una motosega e dei secchi di cemento. Quel che dice a Dimitri è semplice e terribile: “Io ti libererò senza farti niente, se solo ti ricorderai il mio vero nome. Pronuncialo, e non ti accadrà nulla. Altrimenti, ti farò a pezzi poco alla volta.” Per aiutare la memoria del terrorizzato Dimitri, l’uomo chiamato Borg comincia a raccontare. Gianluca Morozzi, con una lingua vivida, dà vita a una favola oscura di uomini e bestie, in cui lascia intravedere la dolorosa e feroce solitudine dell’esistenza nella Bologna dei colletti bianchi degli anni novanta.

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Gianluca Morozzi è nato a Bologna nel 1971. Ha esordito nel 2001 con Despero (Fernandel), al quale hanno fatto seguito 34 romanzi e più di duecentocinquanta racconti. Tra le sue uscite Blackout, (Guanda), dal quale è stato tratto il film omonimo. Gli ultimi titoli sono la graphic novel Il vangelo del coyote (Mondadori) e i romanzi Gli annientatori, Dracula ed io (TEA), L’ultima notte del carnevale estivo (Bacchilega).

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