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LA SAGOMA di Daniela Carmosino (recensione e intervista)

dicembre 1, 2020

“La sagoma (favola crudele)” di Daniela Carmosino (RP Libri)

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di Simona Lo Iacono

Cosa sia la fiaba sin dagli esordi del mondo è difficile da dire, narrazione, memoria, ricerca di senso. Ma forse, l’uomo che racconta favole ha un obiettivo più alto, che non è solo quello di incantare, o di suggerire sotterranei segreti, che sempre presiedono alla affabulazione (la cosiddetta “morale della favola”).
Forse l’uomo che racconta favole tenta di proporre la fiaba come strumento fondatore di un nuovo ordine di rapporti che è, in altre parole, il tentativo di portare allo statuto visibile l’invisibile. Come se ciò che non è, o ciò che non appare, avesse la forza di far deragliare ciò che è, e quindi la legge di necessità.
Lo diceva meravigliosamente Cristina Campo: “La caparbia, inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra”.
La favola ci insegna quindi la lezione più importante, che non è una semplice regola di comportamento o di vita, ma è la vita, o meglio la vera vita, quella che si agita in profondità inaccessibili, e che la favola riesce a far affiorare, elargendo a chi legge una vera e propria rivelazione.
A questa prospettiva altissima si ispira la favola di Daniela Carmosino: “La sagoma” (favola crudele). Come già il titolo ci avverte la favola non offre una visione consolatoria, è anzi fin dall’inizio un viaggio che comincia con la più misteriosa delle avventure. La nascita. Il luogo in cui si nasce. La famiglia in cui questo evento accade. Un evento che molto ha a che fare con l’anima, con la luce e con l’attraversamento del buio.
La protagonista non è solo una bambina, è anche un colore, Celeste, e già da questo primo indizio il ribaltamento tra il visibile e l’invisibile ha inizio, perché mentre il celeste farebbe pensare alla vastità, alla liberazione, alla leggerezza, la piccola vita di questa bambina nasce stretta, prigioniera, pesante. E mentre la narrazione dei suoi pensieri procede con picchi di innocenza e sconcertante verità, alternandosi ai suoi disegni infantili dove il nascosto assurge più dell’evidente, ecco che la forza della fiaba prorompe e ce la fa vedere dal suo interno, e quindi dal suo, personale, invisibile.

– Daniela, chiedo alla bravissima autrice, Celeste si muove in uno scenario che nulla ha di favoloso. Viene al mondo senza essere accolta da un padre. La madre, che pure è presente, manca ancora di più, proprio perché in apparenza c’è. I fratelli sono litigiosi, la zia Elsa tenta di farne uno strumento di consolazione della sua vita e più che amarla la strumentalizza. Nascere sembra la più dura delle condanne, eppure Celeste splende per il suo sguardo, per la sua capacità di cogliere le cose anche là dove c’è una negazione. Parlaci della “tua” bambina…
Mi chiedi di parlare della ‘mia’ bambina. Non è facile, perché Celeste ha una storia molto ‘forte’ ma non ha affatto una forte e precisa identità, al tempo, hai ragione, il modo in cui posa il suo sguardo sul mondo ‘splende’ sulla pagina, a contrasto con l’opacità vischiosa dell’ambiente in cui nasce.
Peccato che Celeste nasca al momento sbagliato nel posto sbagliato. Tutti lo sanno, tranne lei. Lo sa la sua mamma, che avrebbe voluto un maschio; lo sa zia Elsa, che avrebbe voluto fosse sua figlia; lo sa suo padre, che «non la vuole nemmeno vedere». E lo sa la voce narrante – Celeste adulta – che ‘regredisce’ all’infanzia, ritrovandone le parole, le priorità, l’istinto di sopravvivenza, le goffe logiche interpretative.
C’è di più: in un ambiente familiare saturo di narcisismo, come in un gioco di specchi Celeste cresce vedendo la realtà attraverso gli occhi degli adulti, traendone da ciascuno una differente versione; gli adulti, a loro, volta, hanno bisogno che Celeste li guardi, per trovare il proprio ruolo identitario. Ambiguità e narcisismo: sono questi alcuni dei temi centrali, espressi l’uno sul piano linguistico, l’altro nel continuo gioco di sguardi che percorrono la storia. Insomma, la condanna del nascere, di cui tu parli, si traduce nella condanna di cui parla Tiresia a proposito del Narciso ovidiano: quella di non potersi conoscere, pena la morte.

– La tua favola è anche una indagine sulle dinamiche familiari, sulla malattia che spesso colpisce i rapporti. Celeste è sola perché le persone che la circondano non fanno capo mai a una vera “relazione”, a uno scambio di profonda umanità, di progetti e di amore, ma piuttosto a una autoreferenzialità esasperata, che è il vero male del nostro tempo. E’ in quest’ottica che si spiega il titolo, “La sagoma”?
Sì, esattamente. Non a caso prima parlavo di ambiguità semantica. Dietro la sagoma intesa come persona spiritosa, si nasconde il più insidioso significato di oggetto da ‘sagomare’ o persino di bersaglio. E non a caso parlavo anche di narcisismo – o meglio, di disturbo narcisistico di personalità – un male, come tu dici, del nostro tempo. Chi soffre di questo disturbo considera gli individui con cui si relaziona alla stregua di ‘cose’, oggetti da utilizzare. Cos’altro è Celeste se non una ‘cosa’ che tutti manipolano in base alle proprie esigenze?

– La sagoma è più che una maschera, è forse più scarna e meno misteriosa, soprattutto è priva di connotati, e mette d’accordo tutti. La sagoma è, in definitiva, un modo per sopravvivere al dolore e alla solitudine, due condizioni che non dovrebbero essere del bambino e che invece, sembri suggerire, ne colorano fin dall’inizio la vicenda umana. Quale potrebbe essere l’antidoto?
Hai toccato il cuore del problema. Celeste non ha l’età, né gli strumenti psicologici, per gestire ed elaborare uno dei dolori più laceranti per chi è piccolo: vedere che le persone che ama non si amano. Così come non è in grado di sopportare la malinconia, assistendo al quotidiano sfiorire dell’adolescenza di Bea, la sorella anoressica; né riuscirebbe a tollerare la nostalgia per il fratello, da cui è stata separata. Il primo ‘antidoto’, quindi, cui fa ricorso, consiste nell’anestetizzare le proprie emozioni per non sentire il dolore: se non sente non deve soffrire. È la strategia di sopravvivenza più comune: ed è anche la soluzione che peggiora il problema. Non sentire le proprie emozioni equivale a non sentirsi, a non vedersi, a non comprendersi e a non comprendere chi abbiamo di fronte, ci rende «più esposti agli attacchi improvvisi. O agli inganni». Insomma, una vita vissuta ‘di spalle’.
Un antidoto ‘sano’? Parafrasando il titolo di un noto film sul narcisismo, mi viene da rispondere: chiamami col ‘mio’ nome. Non a caso Celeste, in famiglia, viene chiamata con tanti nomi tranne che col suo. Ecco, l’antidoto può essere allora una nuova cultura del mondo dell’infanzia e della genitorialità, anzi, della bigenitorialità, come prescrive la legge. Una cultura che si esprima in un ‘amare rispettoso’ e si traduca nella pratica dell’ascolto e in una pedagogia basata sull’esempio e non sulle ingiunzioni. I nostri figli non sono una nostra proprietà, non sono un’estensione della nostra personalità, non possono realizzare i sogni che non abbiamo saputo realizzare, né devono colmare vuoti affettivi o identitari: non sono sagome da ritagliare. Certo, sulla carta siamo tutti d’accordo, ma tanti danni, in buona fede, continuiamo a farne.

– E infine la lingua. Tutta la narrazione ha la forma di una ballata, una nenia che usa il ritmo tamburellante delle poesie, e gli “a capo” delle ninne nanne, ma che a dispetto dell’andamento ondulante nasconde rivelazioni via via più dure. Perché questa suggestiva scelta stilistica?
Hai fatto caso che quando un adulto ripete al bambino cose già dette, spesso il ritmo del discorso si fa cantilenante? Ebbene, ripetendoglielo quotidianamente, l’adulto scrive il ‘copione’ che il bambino reciterà nel corso della sua vita: “Ma non sei capace/di farne una giusta?“; “Possibile che/ non capisci mai niente?” Senti che begli endecasillabi? Senti come si imprimono bene nella memoria?
C’è poi un’altra ragione, che risiede nella ricerca di uno stile – e lo stile è sempre un’interfaccia critica tra l’io e il mondo – che possa esprimere qualcosa che non si può ‘raccontare’. Ad esempio, la natura ambigua e sfumata dei confini tra giusto e sbagliato, normale e anormale, cattivo e buono; o il potere  manipolatorio o distruttivo di parole o espressioni apparentemente innocue. L’ambiguità non si mostra e non si può dimostrare raccontandola: occorre farle terra bruciata, farla a uscire allo scoperto nelle pause, farla cadere nelle voragini degli spazi bianchi, negli ‘a capo’ apparentemente ingiustificati. Un altro esempio: come raccontare la progressiva rarefazione dell’identità di Celeste se non con una forma che mimi, ricalchi questo venir meno e lo esprima visivamente, sulla pagina, col dilagare del bianco, del silenzio, col ridursi della voce a versicolo, a balbettio? Guardando l’eloquente disegno che chiude la storia, si capisce come la parola possa ancora gareggiare in efficacia con l’immagine.
Ecco, sono arrivata a dirlo. La Sagoma è per me un atto d’amore nei confronti della parola, del suo originario, magico, terribile potere di dare o di togliere statuto di realtà.

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La scheda del libro: “La sagoma (favola crudele)” di Daniela Carmosino (RP Libri – illustrazioni a cura dell’Autrice)

La favola, quella che si distingue per le carinerie stereotipate e l’happy end del genere, stavolta non può che essere a contraggenio e quindi materiarsi e tingersi di crudeltà; e infatti Celeste, seguita in alcuni momenti apicali dei primi suoi anni di vita, si muove in una famiglia di mostri – beninteso i mostri piccoli piccoli e inconsapevoli di una quotidianità comune e diffusa: sagome di mostri. […] Nondimeno Daniela Carmosino conosce bene e spende al meglio il talento della leggerezza; e se la sua scrittura, come struccata, reca le evidenze cosali e ponderali di fatti, pure si praticano abili manovre di alleggerimento che conferiscono lucentezza e fascino alla struttura del linguaggio.
(dall’Introduzione di Marcello Carlino)

Va evidenziato come la sagoma di Celeste si stagli come un’ombra su tutta la sua vita, sagoma come sinonimo di ‘divertente e carina’ quando compiace, ma sagoma anche come tela bianca sulla quale proiettare desideri, frustrazioni, sottili vendette e incomprensioni da parte della famiglia, indifferenziata materia viva, pronta a essere plasmata, manipolata e definitivamente ingannata da chiunque.
(dalla Postfazione di Enrico Iraso)

Tu la parola sagoma non la conosci, / ma quel giorno la impari: / una sagoma tutti la guardano, / tutti l’ascoltano, anche la mamma, / sorride con gli occhi azzurrissimi / persino la nonna. / Una sagoma fa felici tutti.

 

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Daniela Carmosino è nata e vive a Roma. Insegna Critica letteraria e Letterature comparate presso l’Università della Campania “L. Vanvitelli”. Autrice di saggi critici e di racconti, studia da anni gli effetti del linguaggio sullo sviluppo della personalità e sul comportamento.

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