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AL PASSATO SI TORNA DA LONTANO di Claudio Panzavolta: incontro con l’autore

dicembre 7, 2020

“Al passato si torna da lontano. Una storia italiana” di Claudio Panzavolta (Rizzoli): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Claudio Panzavolta è nato a Faenza nel 1982. Dopo essersi laureato in Storia, ha studiato Sceneggiatura cinematografica e televisiva. Vive a Venezia, dove lavora come editor per la casa editrice Marsilio. Insegna al Master in Editoria dell’Università degli Studi di Verona. Nel 2014 ha pubblicato il romanzo L’ultima estate al Bagno Delfino.

Per Rizzoli ha appena pubblicato il romanzo Al passato si torna da lontano. Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Nel 2014 mio nonno materno era morto da nove anni», ha detto Claudio Panzavolta a Letteratitudine, «e spesso pensavo al fatto che ormai, quando rievocavo episodi di scene vissute insieme a lui, non ricordavo il suono delle sue parole, non riuscivo più a materializzare la sua voce nella mia mente. Fu per questo che proposi a mia nonna materna di raccontarmi in una serie di interviste la sua vita di ragazza in un paesino della Romagna tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
All’inizio c’è stata solo questa esigenza: trattenere la voce di mia nonna su un supporto che mi permettesse di riascoltarla nel momento in cui lei non ci sarebbe stata più. Durante quelle lunghe conversazioni a distanza (io a Milano e poi a Venezia, lei a Faenza), ore e ore di registrazioni, mi resi presto conto – con sorpresa – che il suo passato era disseminato di aneddoti e episodi dai quali sarebbero potute scaturire storie, e insieme alle storie materializzarsi un intero universo narrativo al quale attingere. È da queste interviste che è nato Al passato si torna da lontano, ed è grazie ai racconti di mia nonna che hanno preso corpo Anita e tutti gli altri personaggi del romanzo, che ho costruito adattando, sviluppando e rimaneggiando le sue testimonianze, ovviamente ricamandoci sopra e arricchendole con la giusta dose d’invenzione, pur rimanendo sempre aderente alla realtà.
Claudio PanzavoltaQuelle storie ho deciso di raccontarle attraverso un romanzo corale, servendomi però anche di altri linguaggi e strumenti narrativi che si avviluppano intorno ai nove capitoli principali: i ricordi in presa diretta di Anita (la protagonista principale), gli stralci diaristici di suo padre di ritorno da un campo di prigionia tedesco, una lettera inviata dalla zia Ada all’amministrazione comunale, una collezione di fotografie ritraenti i miei parenti a cavallo degli anni Cinquanta, articoli di cronaca estrapolati dai quotidiani dell’epoca, e poi un polittico di mappe narrative che racconta la storia di uno dei personaggi secondari (Ersilia) attraverso i suoi spostamenti sulla piantina di una città. Ne è scaturita una trama fitta e densa di figure, raccordi e colpi di scena, dove tutti i pezzi della narrazione si tengono insieme rimandando l’uno all’altro in un continuo gioco di specchi.
Con questa storia polifonica che procede per accumulo e stratificazione, ho voluto narrare un periodo decisivo della nostra storia nazionale, il ventennio della ricostruzione dopo la catastrofe del fascismo e della Seconda guerra mondiale; soprattutto, però, seguendo le orme degli autori neorealisti che tanto ho amato da ragazzo (Fenoglio, Pavese, Viganò, Primo e Carlo Levi), ho voluto rievocare quegli anni attraverso le vite di personaggi umili e semplici, donne e uomini che si sono ritrovati gettati, più o meno consapevolmente, nel turbinio della Storia. Credo infatti che ogni persona, anche quella in apparenza più insignificante, abbia qualcosa da dire, e che sempre la sua storia possa essere attraversata da una vena d’avventura: basta saperla ascoltare, farle le giuste domande, scavare, scavare e scavare, proprio come ho fatto io con mia nonna. Ricordo che quando il libro è uscito, durante una telefonata, lei mi ha detto: «Adesso sono a posto. Ora che mi hai immortalato per l’eternità, non ho più paura di niente.» Ecco, se c’è una cosa che oggi mi fa sentire bene è sapere che con queste pagine ho contribuito a mantenere viva la memoria di ciò che è stato (e anche – in alcuni casi – di ciò che avrebbe potuto essere)».

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Un brano estratto da “Al passato si torna da lontano” di Claudio Panzavolta (Rizzoli)

Dalla tasca del paltò estrae il coccio che ha portato con sé.
Osserva la pennellata di nero, quella fessura che ne attraversa la superficie, e la memoria la riporta al pomeriggio di un anno prima.
Era fine novembre. Teresa aveva accompagnato lei e Edda al castagneto, dall’altra parte del Monte dell’Orologio, per raccogliere un po’ di marroni. Se ne stavano ingobbite sull’umidità del sottobosco, i cesti di vimini appesi a un braccio, quando la madre fece loro un cenno, schioccando la lingua contro il palato. «Vedete?» sussurrò. «Là, sul crinale, tra i cipressi.» La bambina fissò il punto indicato dal dito materno, ma non vide nulla. «Dove?» domandò. Teresa si abbassò alla sua altezza. «Guarda meglio. Là. Li vedi?» Tra il fitto dei cespugli e i faggi non ancora aggrediti dall’autunno, baluginavano dei riverberi argentati. «Sì» rispose la bambina. La madre le passò una mano tra i capelli. «Sono i riflessi delle loro armi» sussurrò. «C’è anche vostro zio, là.»
Anita ora stringe il frammento di terracotta nel palmo della mano. Si solleva sulle punte, e con la parte più acuminata gratta via gli occhi della nuova statuetta.
Li incide con foga, li intacca, fino a consumarli.
Quello che resta è una Madonnina cieca, insieme al ricordo di un luccichio tra il verde cinereo dei cespugli e i faggi dalle foglie color paglierino. Un baluginio di fulgori argentei, come quelli riflessi dall’ago di sua madre, nelle sere d’inverno in cui, seduta davanti al focolare, lo faceva saettare con una dolce voluta intorno a un orlo da cucire, un buco da rattoppare.
Tanti piccoli aghi.
Tante piccole, minuscole crune.

(Riproduzione riservata)

© Rizzoli

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Copertina di: Al passato si torna da lontanoLa scheda del libro: “Al passato si torna da lontano. Una storia italiana” di Claudio Panzavolta (Rizzoli)

È il 1944, il cacciabombardiere Pippo vola sui cieli della Romagna e Anita è appena una bambina. Ma non dimenticherà mai il momento in cui l’hanno strappata dalle braccia della madre, fucilata dai fascisti. E neanche quando il padre Armando, deperito e irriconoscibile, ritorna dalla Germania dopo un lungo viaggio in sella a una bici di fortuna. A guerra finita, insieme al padre ritrovato e alla zia Ada, che si è presa cura di lei e di sua sorella Edda, Anita proverà a lasciarsi gli anni più difficili alle spalle e a costruirsi un futuro. Armando otterrà un impiego alla Società anonima elettrificazione, viaggiando tra Italia, Grecia, Turchia e Nord Africa. E intanto Anita attraverserà l’adolescenza e la giovinezza con testardaggine e alla costante ricerca di giustizia, vivendo in prima persona i movimenti di emancipazione femminile e i dibattiti interni alla sinistra italiana, spesso in conflitto con Edda, più schiva e conservatrice. Amori, matrimoni, rivelazioni, delusioni e invidie scandiscono la vita della famiglia Castellari, mentre lontano dal piccolo paese romagnolo – nel ventennio della caduta e della risalita, dell’orrore e della speranza – il mondo va avanti, tra tensioni politiche, scoperte scientifiche, conquiste civili, esplosione del jazz e cronache del jet set. A unire le due sorelle, però, resterà sempre il ricordo della madre, e la ricerca dell’uomo che l’ha uccisa.

Attraverso una narrazione inarrestabile, arricchita da fotografie e mappe narrative, e capace di dare profondità a ciascuna delle numerose figure che occupano la scena, Claudio Panzavolta ci racconta l’epopea di una famiglia italiana. Sullo sfondo, la piccola e la grande Storia si intrecciano tra loro, diventando le altre protagoniste di questo romanzo strepitoso.

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