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QUEL TIPO DI DONNA di Valeria Parrella (recensione)

dicembre 9, 2020

“Quel tipo di donna” di Valeria Parrella (HarperCollins Italia)

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di Emma Di Rao

L’universo femminile viene ricreato in una singolare “configurazione a quattro”, quattro amiche ‘sorelle’, in “Quel tipo di donna”, il nuovo romanzo di Valeria Parrella, edito da HarperCollins. La negazione risoluta e perentoria contenuta nell’incipit, “No: noi non siamo quel tipo di donne lì, o quel tipo di uomini, dico quelli che stendono una tovaglietta sotto il piatto per mangiare da soli”, si coniuga con la constatazione di una solitudine quasi abituale: “Abbiamo mangiato da sole tante volte, che l’avessimo scelto o no, che ci sia piaciuto o no”. La voce che dà avvio al romanzo appartiene all’io narrante che, peraltro, coincide con l’io personaggio o, meglio, con una delle quattro protagoniste della vicenda al centro del dispositivo narrativo. Ed è lei che tratteggia con sguardo lucido la propria personalità, nonché quella di Carola, Camilla e Dolores, attribuendo le differenze di carattere alle costellazioni sotto il cui segno ciascuna di loro era nata: solari ed allegre, in quanto ‘gemelli’, Carola e Dolores, “donne di spettacolo e cultura”, al contrario, “monolitiche e riottose” le altre due, in quanto ‘capricorno’. Si comprende subito che non si tratta di una diversità che separa, ma che, al contrario, arricchisce e vivifica il rapporto amicale, come si affretta a precisare la voce narrante: “noi abbiamo salvato le gemelli dai casini, loro ci hanno salvato dalla noia”. Se l’io narrante – personaggio, “impiegata in un ufficio della Regione e amante”, dichiara di essere affetta da una singolare malattia, ovvero la mancanza assoluta di autostima, che la rende “sempre seconda di qualcun’altra” e single perennemente libera, sulla sua sorella ‘capricorno’, Camilla, apprendiamo che è ordinata, puntuale nelle consegne ed estremamente organizzata, salvo poi a cercare rifugio nel sesso, nel vino e nel sonno, “che hanno molto a che fare con l’oblio, e quindi con la morte”. Anche sulla figura di Carola l’io narrante posa il suo sguardo indagatore ed analitico: amante dei libri e della letteratura, l’amica gemelli abita in una casa molto grande, con i soffitti alti e senza porte, divelte dall’usura o scardinate appositamente per qualche ragione, una mancanza, comunque, che per Carola, sempre “molto positiva”, non rappresentava alcun problema. In ciò potrebbe forse cogliersi il segno di una personalità incline a rifiutare chiusure e linee di demarcazione, nonché  ad  ampliare il proprio io con la continua ricerca di donne per i suoi spettacoli, “attraverso cui vivere altre se stesse, nuove identità”. Con Carola, sorella più che amica, Dolores aveva condiviso fidanzati, giovinezza, “dolori e bambine” e soprattutto, nell’essere madri, la speranza che la vita fosse una promessa possibile. Fino a quando su di lei, che “nella vita aveva scelto le cose più difficili”, come rinunciare agli agi di una famiglia benestante, non si era abbattuta una tragedia molto più grande della solitudine che condivideva con le tre amiche: la morte di Saciko, la figlia diciottenne.
Una triste necessità si profila adesso per le quattro donne, la necessità di abitare il dolore e una diversa solitudine ben oltre lo spazio angusto e carico di memorie di un palazzo antico, dall’androne scrostato e senza ascensore, che non aveva più senso chiamare ‘nido’. Ed è questo dolore che le amiche decidono di riporre in valigia al pari di un abito che si indossa abitualmente o che può essere talora dismesso nei rari momenti di oblio, ma che mai si potrà abbandonare in qualche camera d’albergo. Dunque, il viaggio. E non per sfuggire al lutto, non per sottrarsi al ricordo di Saciko,  “perché Saciko oramai era in noi…e dovevamo solo decidere dove portarla in giro, dove evocare il suo nome o dove distrarci dalla sua assenza”. La scelta, comune alle quattro amiche, di vivere in modo sempre consono all’esigenza di libertà si declina, in questo caso, come modalità inconsueta, ma profonda ed autentica, di vivere il rituale del lutto. E per nessuna di loro rappresenta un ostacolo il caldo afoso del mese di agosto in Turchia o l’aver messo tra parentesi un figlio, una relazione appena nata, un lavoro iniziato.
Rispetto alla dolorosa motivazione che ha dato origine al viaggio, quest’ultimo accenderà via via nelle protagoniste nuove percezioni emotive e, nel contempo, traccerà inusitati percorsi interiori. Fin dall’inizio, infatti, l’io narrante afferma di aver compreso non solo che “quel tratto d’aereo segnava un discrimine; non so dire se fu il mio ultimo viaggio da ragazza o il primo da adulta”, ma anche che le epoche della vita, lungi dal doversi considerare concluse, “Forse si alternano dentro di noi a velocità variabile e mai costante”. A tali considerazioni si aggiungono l’orgogliosa felicità di avere accanto tre donne a lei simili e la rassicurante consapevolezza che, pur avendo sofferto e pur continuando a soffrire, si può comunque “salire su un aereo, o vestirsi e truccarsi, o andarsi a sedere a un tavolino per un aperitivo”. Evidente testimonianza dell’ineludibile permanere del nostro attaccamento alla vita.
Le profonde emozioni che si agitano nell’animo dell’io narrante- personaggio, e che per estremo pudore non vengono dichiarate alle amiche, richiamano alla sua mente il ricordo della nonna dal nome “faticoso”, Humanitas Elettra, coraggiosa a tal punto da lasciare il suo piccolissimo paese in cerca di libertà e da separarsi poi dal marito per vivere una nuova relazione amorosa. “A lei – confessa l’io narrante – devo la mia passione per il teatro,….sbirciava Tribuna politica lavorando a maglia, leggeva l’Unità. Mia nonna era capricorno. Mi diceva che ero il suo occhio destro”. Affiora qui un ulteriore elemento di sorellanza amicale tra le quattro donne, accomunate da una lunga, indissolubile catena i cui anelli erano costituiti dagli slanci generosi e dai gesti altruistici di madri e nonne, pronte a battersi perché figlie e nipoti avessero la libertà e quanto era stato loro negato. Soprattutto il viaggio. Era così accaduto che Camilla, divenuta inviata speciale del quotidiano cittadino, viaggiasse continuamente grazie all’amore di sua nonna che “non aveva fatto manco il viaggio di nozze”, ma “aveva aiutato sua figlia a studiare proprio per poter viaggiare”. E per questa catena, che aveva avuto inizio tanto tempo prima, la mamma di Camilla aveva accettato di tenere con sé la nipotina, consentendo alla figlia di partire in pieno Ramadan.
Lo scenario in cui si dispiega la parte iniziale del viaggio è la città di Istanbul, che appare “aperta ed enorme”, varia e composita al pari della vita, anche per “l’intrecciarsi nello stesso sguardo, di minigonne e chador”, indossati da donne libere e felici. Squarci paesaggistici ed elementi architettonici assumono, dinanzi allo sguardo ammirato della quattro visitatrici, tratti decisamente fiabeschi che si caricano di suggestive allusioni, come le guglie e le cupole maiolicate delle moschee che, sorgendo dall’acqua, evocano con la loro prospettiva verticale  quanto di divino esiste nell’essere umano. Allo stesso modo, la Moschea Blu, definita “un ricamo nella pietra”, svela un innegabile tendere verso l’altrove, al di là dei confini della terra, e sembra, inoltre, indurre alla  preghiera. Una preghiera del tutto insolita, che somiglia maggiormente ad uno stupore e provoca un soave senso di smarrimento, attenuato dalla certezza che ci si rivedrà dopo aver lasciato la Moschea, come osserva l’io narrante: “…e fu bello perdersi. E’ bello perdersi quando ci si rivedrà all’uscita”, affermazione poco dopo ribadita in “Anche mettersi a pensare ad altro è perdersi, e anche in questo modo, è bello perdersi se sai che poi ti ritroverai”. Indefinito, e dunque molto poetico, risulta il senso da attribuire a tali passi, che potrebbero alludere alla gioia di ritrovare il confortante sostegno dell’amicizia dopo essersi, per qualche ragione, smarriti o potrebbero far riferimento al recupero del proprio io dopo il “perdersi” dinanzi a una bellezza che induce alla religiosità.
Appare quasi superfluo sottolineare la rilevanza attribuita all’io narrante, che svolge la funzione di raccontare il succedersi degli eventi, con frequenti incursioni nel passato delle protagoniste, e di comunicare stati d’animo e mutamenti relativi a se stesso, in quanto personaggio. Né va dimenticato il suo atteggiamento interlocutorio nei confronti di chi legge, come si evince da “prima di perdermi nel mio pensiero e dirvelo” e “Ma ci tocca tornare a me”. Ciò è ascrivibile ad un’ottica di coinvolgimento immediato del lettore, ma risulta soprattutto un espediente narrativo per richiamare l’attenzione sulla centralità dell’io nella risemantizzazione delle esperienze vissute.
Unitamente alla felicità derivante dalla sorellanza e dall’aver lasciato ogni cosa “in un altrove distante un continente e un mare”, l’io narrante chiarisce la natura del viaggio, che “non riguardava la superficie degli avvenimenti, la crosta della terra, bensì il suo rimosso sotterraneo: ciò che viene custodito nel suo cuore, nelle sue viscere, sotto, dentro, più dentro ancora”. L’immagine del proseguimento del viaggio verso la Turchia interna non può non essere posta in rapporto metaforico – d’altronde, è noto che il lettore moltiplica spesso i significati – con il discendere delle protagoniste nei  meandri più nascosti dell’io per acquisire consapevolezza di sé, soprattutto in un momento in cui un dramma personale rischia di creare attorno a loro un vuoto desolante e permanente.
Il cambiamento che viene riferito dalla voce narrante è sicuramente uno dei benefici effetti di un viaggio che solo apparentemente si compie “andando per andare”: una sensazione insperata e appagante di riposo comincia a pervadere l’io personaggio in un mondo diviso dagli uomini e percorso soltanto in compagnia di donne, “senza nessuno da rincorrere o aspettare”. Ed è una sensazione che dalla sfera personale si estende ad una più ampia, fino a coinvolgere gli anelli precedenti della lunga catena: “Forse mi riposavo… dalla morte di Saciko che ci aveva messe di fronte a una profondità che non conoscevamo, dal perpetuarsi per secoli del Ramadan. Smaltivo la fatica delle generazioni che ci precedevano e preparavo le forze per quelle a venire”. Una serenità fino a quel momento sconosciuta si profila dunque all’orizzonte interiore, come si evince dal brano in cui l’elemento più bello del Ramadan viene individuato nel giungere “alla destinazione della giornata,… intanto annotta, il sole scende bistrando di rosso il cielo,… e da lontano cominciano a comparire i camini delle fate”. Ci piace ipotizzare che qui sia presente un supplemento di senso: come nel Ramadan ciò che conta è raggiungere la destinazione della giornata e assistere al subentrare della sera, così, nella nostra esistenza, ciò che appare irrinunciabile è saper attraversare il dolore o la fatica per arrivare a destinazione, magari sperando nella visione finale di un luogo quasi magico come i camini delle fate, “la parte aerea di un altrove”. E poiché essi sono “ciò che si poteva ottenere scavando la superficie e decidendosi a entrare nella terra”, vi si potrebbe intravedere ancora un’allusione alla necessità di addentrarsi  in profondità  per poter conquistare l’altezza. Sempre più, l’esperienza del viaggio diviene, a nostro avviso,  una sorprendente metafora della condizione umana che, faticosa e spesso infernale, come “il viaggio infero” che attendeva le visitatrici dei camini delle fate, può ritrovare comunque la via per rivedere la luce del giorno.
Mentre lo scenario si sposta dalla Cappadocia alle coste splendide di Antalya, qualcos’altro cambia:  sebbene il viaggio continuasse ad essere bello, “iniziava a sembrare dolce pure il ritorno a casa”, e non  soltanto per l’insorgere della nostalgia o per riprendere un incontro interrotto sul nascere, ma per la ricomposizione esistenziale che le quattro amiche ‘sorelle’ hanno effettuato intorno alla gravissima perdita che ha avviato il viaggio. Tra le molte cose apprese, l’io narrante menziona anche la lentezza, colta in una tartaruga che, al centro della strada fra dune e argilla, sembra ricordare “che ogni cosa ha un suo tempo, e non bisogna avere fretta”. Non sarà di certo casuale che perfino questo animale venga percepito come un anello della catena, come “sorella giunta da un’era lontana a raccontarci la perseveranza”.  E la sorellanza la si avverte anche nei confronti delle “signore dell’origano”, incontrate in una minuscola pensione, alle quali le protagoniste, consapevoli di una solidale comunanza, non esitano ad offrire il proprio aiuto.
Si percepiscono, in tal modo, e sempre più chiaramente, antichi legami, si incontrano volti e luoghi con cui interagire risulta piacevole ed assume il sapore della libertà, mentre si consolida la crescita identitaria delle protagoniste, che accanto alla vicinanza sapranno prevedere d’ora in poi anche il dividersi, dato che l’amicizia è un alternarsi di unità e divisione, di gruppo e di solitudine.
Non stupisce, che, giunte in un piccolo villaggio sul mare e noleggiata una barca, le protagoniste, “dal mare che si faceva metallico a mano a mano che il sole si abbassava”, vedano a prua Saciko: “…accendeva una canna a sua madre che aveva le mani bagnate dalla cima. Così non siamo tornate subito a bordo, bensì abbiamo continuato a nuotare. E tutto intorno a noi, come isole emergenti, affioravano enormi tartarughe”. In un contesto quasi irreale e fantastico, è l’amore a restituire la visione di chi è assente, ma  è anche un miracolo donato da quell’immaginazione che, poco prima, Carola, citando un passo dello Zibaldone, aveva elogiato.
Mentre il Ramadan finisce, le quattro donne vedono “sorgere il ritorno”, ma non sarà simile a un movimento circolare, non sarà un filo che si riavvolge su se stesso, se l’io narrante dichiara che “da quella stagione sono nate tante cose”, fra cui un reportage di Camilla dal Senegal, un Otello inventato da Dolores su una barca, una Medea di Carola, ma è nato soprattutto lo stupore che qualcuno sia venuto ad attendere all’aeroporto e che una relazione amorosa si nutra di continuità, facendo così sperare in un mondo non  più diviso dagli uomini.
Accanto ad una trama di profondo spessore umano in cui ognuno di noi può specchiarsi o riscoprirsi, il romanzo di Valeria Parrella si avvale anche di un’originale cifra stilistica che, da una parte, aspira ad una rappresentazione oggettiva del reale, senza nulla concedere all’enfatizzazione dei sentimenti, dall’altra, non rinuncia a far vibrare le nostre emozioni, anche in virtù delle numerose immagini di indubbia poeticità e dei  sovrasensi  che si celano in non pochi ‘luoghi’ della narrazione. Efficace risulta inoltre, nell’ambito linguistico, il coniugare sapientemente termini appartenenti ad un lessico comune con espressioni di chiara matrice letteraria o con citazioni di opere poetiche. Cosi, se un capitolo è addirittura intitolato “Infiniti mondi di là da quello”, con puntuale richiamo a Leopardi, all’interno di esso si coglie una sorprendente mescolanza di elementi quotidiani con altri, sicuramente ‘alti’: “io ci avevo messo il cellulare e le chiavi dell’auto, Camilla le gocce di ansiolitico e i tappi per le orecchie, Dolores il juzu, e Camilla la Medea di Seneca, quella di Euripide, di Christa Wolf e di Antonio Tarantino”. Una scelta che potrebbe scaturire dall’intenzione di Valeria Parrella di evidenziare nel testo gli interessi letterari di alcune delle protagoniste al fine di connotare meglio queste ultime, ma anche dal suo proposito di accogliere ogni elemento dell’esistenza, da quello più comune a quello più elevato,  perché tutti gli aspetti hanno pari importanza e trovano pari dignità in letteratura. Il tema che tuttavia crediamo stia maggiormente a cuore all’autrice  riguarda sicuramente l’amicizia, “l’amore nella sua prima forma”, a cui sono state attribuite la consistenza reale di una vicenda e la levità di una scrittura che a quella vicenda conferisce respiro universale. Ed è grazie alla scrittura che un certo tipo di donna  diventa ogni donna per la quale “la libertà delle proprie scelte.. è la striscia verde dell’aurora boreale intravista dalla finestra mentre stai stendendo una maglietta”.

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La scheda del libro: “Quel tipo di donna” di Valeria Parrella (HarperCollins Italia)

Quel tipo di donnaQuesta non è solo la storia di quattro amiche, ma di tutte le donne, o meglio quelle di un certo tipo. Quelle che sono cresciute con l’esempio delle altre che hanno combattuto, amato e vissuto prima di loro. Valeria Parrella, con il suo stile unico, scanzonato, malinconico e irriverente ce le racconta, accompagnandoci su una strada che porta alla riscoperta del nostro vero nucleo. E alla libertà.

L’amicizia è l’amore nella sua prima forma. Ed è questo primigenio tipo di amore, puro e resistente a ogni acciacco, a spingere quattro amiche in una vecchia Mercedes bianca su una strada assolata e polverosa durante un afoso agosto, attraverso una Turchia in pieno Ramadan. Sono partite da Napoli, radunate da una perdita troppo grande per essere affrontata in solitaria dentro un palazzo antico, con le mura scrostate e senza ascensore. E siccome l’amicizia, quella vera, non conosce ostacoli né vacanze, ognuna di loro ha lasciato in attesa un lavoro, un amore, un figlio e si è stretta intorno a quel vuoto, per colmarlo di strada e storie. E così in questo viaggio, che da una metropoli libera e moderna come Istanbul passa ai cunicoli sotterranei dei Camini delle fate in Cappadocia, fino ad arrivare alle coste selvatiche e lucenti di Antalya, le quattro amiche scoprono di non essere sole, perché in realtà di donne con loro ce ne sono molte di più, madri, nonne, figlie. Sono stratificate nell’anima delle protagoniste, scorrono come sangue vivo sotto la loro pelle, irrorandole, e la voce si fa nitida attraverso le loro gole. Perché questa non è solo la storia di quattro amiche, ma di tutte le donne, o meglio quelle di un certo tipo. Quelle che sono cresciute con l’esempio delle altre che hanno combattuto, amato e vissuto prima di loro. Valeria Parrella, con il suo stile unico, scanzonato, malinconico e irriverente ce le racconta, accompagnandoci su una strada che porta alla riscoperta del nostro vero nucleo. E alla libertà.

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Valera Parrella, si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Napoli con una tesi in glottologia. In seguito si è specializzata come interprete della Lingua Italiana dei Segni e ha lavorato all’E.N.S. di Napoli, dove vive.
Ha esordito nel 2003 con una raccolta di sei racconti intitolati Mosca più balena edita dalla casa editrice Minimum Fax con la quale ha vinto il Premio Campiello Opera Prima.
Diversi racconti della giovane autrice sono apparsi nell’antologia Pensa alla salute pubblicata da l’ancora del mediterraneo nel 2004. Sempre nel 2004 ha pubblicato nell’antologia La qualità dell’aria il suo racconto Verissimo e nel 2005 un’altra raccolta di racconti, Per grazia ricevuta, libro arrivato tra i cinque finalisti al Premio Strega dello stesso anno e vincitore del Premio Renato Fucini per la miglior raccolta di racconti. Nel 2007 pubblica con Bompiani Il Verdetto.
Nel 2008 pubblica con Einaudi il suo primo romanzo, Lo spazio bianco, da cui Francesca Comencini ha tratto l’omonimo film. Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), seguito da Lettera di dimissioni (Einaudi 2011) e Tempo di imparare (Einaudi 2014).
È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009), Antigone (Einaudi 2012), Euridice e Orfeo (Bompiani, 2015) e Dalla parte di Zeno (Teatro Nazionale di Napoli, 2016). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Da anni si occupa della rubrica dei libri di «Grazia» e collabora con «La Repubblica». Nel 2019 pubblica con Einaudi Almarina e l’anno dopo Quel tipo di donna (HarperCollins Italia, 2020).

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