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ADDIO A JOHN LE CARRÈ

dicembre 14, 2020

È scomparso lo scrittore britannico John le Carré, pseudonimo di David John Moore Cornwell (Poole, 19 ottobre 1931 – Truro, 12 dicembre 2020), celeberrimo autore di romanzi di spionaggio divenuti bestseller internazionali, nonché ex agente segreto del Secret Intelligence Service. Di seguito, l’articolo di Gianni Bonina

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di Gianni Bonina

Solo poco più di un anno fa, a 88 anni suonati e in bella forma, John Le Carrè sfilava a Londra contro la Brexit e aveva appena pubblicato La spia corre sul campo dove Ed Shannon, un giovane anticonformista interprete della Generazione zero, pronunciava parole di fuoco contro il disimpegno Ue della Gran Bretagna e la politica di Trump. L’ultimo romanzo dello scrittore inglese scomparso il 12 dicembre è invero l’equivalente di un manifesto politico mentre l’elemento spionistico, connaturato nell’intera opera di Le Carré, appare una guazza di fondo, rispondendo a uno sviluppo tematico che testimonia ancora una volta lo stretto legame sempre mantenuto dall’autore con il suo presente, tale da riuscire cronotopo preciso e puntuale, nonché caustico e impietoso, del nostro tempo.
Le Carré non ha mai perso il quadrante puntato sulla realtà e, come negli anni Sessanta denunciava le trame oscure dietro le cospirazioni tra i Blocchi contrapposti, ergendosi così a maestro indiscusso della spy-story, cessata la Guerra fredda si è addetto a mettere a nudo nuove storture sul crinale tra politica e società, dalla globalizzazione al riciclaggio del denaro sporco, dall’immigrazione clandestina ai torbidi delle case farmaceutiche: da un lato non perdendo mai l’orizzonte internazionale e la presa olistica delle sue storie, che pur se tentate via via dal thriller sono rimaste sempre ancorate allo spirito della politica deviata e delle ideologie divergenti, e da un altro lato ponendosi come osservatore e censore di ogni spregiudicata iniziativa di governo che fosse antisociale e liberticida, in Inghilterra come nell’intera Europa, senza alcuna riserva nazionalistica né di schieramento idealistico.
Con Frederick Forsyth, suo coetaneo e connazionale, ha ereditato dal padre nobile del genere spionistico inglese, Ian Fleming, il gusto per l’eroe protagonista anticonvenzionale, ma distinguendosi dall’autore del Giorno dello sciacallo per un carico maggiore di introspezione psicologica e di ricadute sociali laddove il rivale e confrére londinese si distingue per un senso più spiccato dell’avventura e una più specialistica preparazione tecnica, sebbene il vero agente segreto lungamente in attività sia stato Le Carré e non il giornalista Forsyth. Quanto a Fleming, il George Smiley di Le Carré è un fratello d’inchiostro di James Bond, altrettanto arguto ma meno rocambolesco, anche perché basso e tozzo, dotato di poco senso dell’ironia e con un fascino piuttosto moderato. Nondimeno in La spia che venne dal freddo, che segnò al terzo romanzo il successo dell’autore consacrandosi come il suo capolavoro, Le Carré introdusse nella spy-story un tipo à rebours rispetto a Bond, che dovesse non piacere al pubblico perché il mondo delle spie inglesi, in fondo il suo, non apparisse seducente e di qualche fascino come quello proposto da Fleming. E pur non immaginando che Smiley avrebbe invece conquistato ogni platea disputando a Bond il trono, anche proprio per il suo aspetto e i suoi modi, Le Carré ottenne di far valere la storia e non la spia, rallentando il ritmo e richiamando il lettore più sull’intreccio che sugli effetti. Nello stesso tempo, oltre che a Fleming volle guardare a Chandler e Hammett, gli americani dell’hardboiled i cui risultati sul piano della suspence in qualche modo provò a innestare nella spy-story cambiando il teatro e i fondali ma lasciando pressoché inalterati i caratteri saturnini di Marlowe e Spade.
Ma è a Graham Greene, coevo di Fleming, che occorre meglio riferire Le Carré, quantomeno il secondo Le Carrè; quello di Il sarto di Panama, commedia brillantemente ricalcata sul Nostro agente all’Avana, ma con più comicità e originalità, mentre sarebbe da farsi uno studio particolare sugli influssi di opere di Greene come Il fattore umano su quelle del Le Carré del nuovo secolo come Il giardiniere tenace, Yssa il buono, Il nostro traditore tipo.
Un’eccezione, gravida di significati, è costituita dal suo penultimo titolo, Un passato da spia, che è del 2018: una sorta di spin-off di La spia venuta dal freddo che ripesca George Smiley cogliendolo in un atteggiamento nostalgico e rimemorativo, certamente decadente e ben lontano dalle regole della spy-story, nel quale non è difficile riconoscere il vecchio autore approdato a lidi del tutto nuovi, eppure intrisi dell’originario retaggio. Caparbio fino alla fine Le Carré non ha voluto lasciare insomma la presa con il suo mondo, narrativo ma anche personale, dello spionaggio, sicché in ogni nuovo romanzo ha conservato lembi di quella sfera e lombi dei suoi personaggi, finendo più volte però per creare dei pastiche di generi antitetici e di trasferire a uno il carattere di un personaggio recuperato in soffitta.
Forse perché legato alla stagione dei suoi maggiori successi, La casa Russia, La talpa, La tamburina, Il visitatore segreto, tutti del secolo scorso, Le Carré si è trovato fuori tempo nel nuovo e qualche volta ha stancamente ripetuto vecchi stilemi ed evocato splendori trascorsi intestardendosi a rinverdirli. Tuttavia non gli è mai mancato il favore del pubblico soprattutto anglosassone, in particolare televisivo per via di alcune sue serie, e ne ha beneficiato anche quando ha indossato il laticlavio del moralista e fatto quello che non aveva mai nemmeno pensato, cioè politica. Dopo Greene e Flaming viene lui in materia di spy-story, anche oggi che il genere sembra aver perso sia attualità che interesse.

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