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PER UN’ALTRA STRADA di Mimmo Muolo (recensione)

dicembre 14, 2020

“Per un’altra strada. La leggenda del Quarto Magio” di Mimmo Muolo (Edizioni Paoline)

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di Nicoletta Bortolotti

Come sovente le grandi narrazioni, anche questo incantevole romanzo è molte scritture e differenti “strade” e porte d’accesso ai mondi che dischiude. Si può leggerlo in forma di racconto storico, per quanto l’autore dichiari una non cogente e assoluta pretesa di veridicità, ma piuttosto un misto “di storia e invenzione”; si può leggerlo come un racconto di viaggio o perfino di avventura. E vi si può camminare attraverso, lasciandosi condurre da una penna matura e avvolgente fra le dune, ora stondate ora ingannevoli, di una meditazione.
Del quarto magio scrissero Henry Van Dyke, pastore della Chiesa presbiteriana, nel 1907, e Michel Tournier. Artaban sarebbe dovuto partire insieme a Baldassarre, Melchiorre e Gasparre, i cui nomi risalgono a una tradizione cristiana più recente, con alcune pietre preziose da recare in dono a Gesù, ma una serie di ritardi e deviazioni lo avrebbero allontanato dalla meta. E tuttavia, questa, in modo sorprendente, gli si sarebbe avvicinata sempre più, la strada mutata in un paradosso dell’impossibile dove la distanza, a mano a mano che aumenta, diminuisce.
Mimmo Muolo, vaticanista e vicecapo della redazione romana di “Avvenire”, pregiatissimo saggista, romanziere e drammaturgo, si accosta a questo affascinante ed enigmatico personaggio della tradizione extra-evangelica, come chi penetra nel luogo sacro di un incontro umano drammatico ed epifanico. E similmente al magio che insegue il chiarore di una stella apparsa a Oriente, metafora di un senso più attuale e autentico dell’essere e dell’esserci, anche l’autore insegue un uomo nel deserto, scenario onirico, fisico e metafisico, e miraggio del proprio sé.
Ce ne restituisce la pacata e sottile magia dell’infanzia, nella casa paterna di Ecbatana, terra dei Medi e dei Parti, già assorta a contemplare il firmamento nella “quiete dell’ombra, che cancella il paesaggio all’intorno e permette di spingere lo sguardo più in là, alle tenui luci del cielo”. Un’infanzia intenta a domandare. Artaban trova infatti, per caso, fra le pergamene del padre Tigrane, il frammento di un salmo biblico dove si nomina Elohim.
E sarà sempre il caso a guidare, non guidando, il suo percorso verso Gerusalemme che, solo al termine, rivelerà la sua natura di fatum, nel senso etimologico di “ciò che è stato detto” secondo la profezia. Brevi passi della Bibbia si sovrascrivono ai passi nella sabbia di Artaban e li punteggiano come un intertesto che ne illumina e svela il significato profondo, scavando nei molteplici strati archeologici della sua ricerca.
Artaban ha pochi anni quando si chiede: “Chi è Elohim? Forse un demiurgo? Forse un demone?”. Procedendo da queste righe, che richiamano i dubbi definitivi posti da Ivan ad Aljosha nei Fratelli Karamazov, il racconto assume la piega incalzante di un’investigazione che non lascia scampo. L’inquieta modernità del protagonista vibra nell’ansia escatologica, nell’incessante interrogare, in principio con gli strumenti della sapienza e della razionalità propri di un’intellettuale dell’epoca e poi con il pulsare del cuore, sul fine ultimo di tutte le cose e sulla realtà di un Messia, atteso e cercato, ma non crocefisso dai chiodi di risposte facili o banalmente rassicuranti. Artaban, che il padre conduce alla scuola dei magi, casta sacerdotale di astronomi, filosofi e matematici, per la sua capacità di interpretare i sogni, impasto di spiritualità e scienza codificata in seguito dalla psicanalisi, sogna un bambino che distribuisce un pane inesauribile.
Il mondo onirico, notturno, commuove e muove il mondo fisico, diurno, che origina sempre, fin dalle tradizioni omerica e platonica, nella parallela sceneggiatura di una realtà altra, vero motore invisibile delle azioni visibili.
Dice Artaban / Muolo: “Mi sovviene che errante è vocabolo strettamente imparentato con errore. E allora dove ho sbagliato? In quale luogo e in quale giorno l’errare è diventato errore?”.
L’erranza / errore del quarto magio, eterno straniero che proprio da un’ontologica estraneità ai fatti e ai luoghi trova espedienti di guarigione, diviene migrazione (chi erano i Magi se non migranti?), redistribuzione della ricchezza, liberazione dalla prigionia; la brillantanza delle sue pietre balugina fino al nostro tempo, così timoroso del diverso e insieme assetato dei doni che solo il diverso, “chi viene da fuori”, talvolta può recare.
Nell’esergo di apertura, l’autore riporta il messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Abbiamo bisogno di una narrazione che ci parli di noi e del bello che ci abita”. Per un’altra strada è davvero la narrazione di cui abbiamo bisogno, poiché non solo parla di noi e a noi oggi, ai nostri corpi oppressi e assediati dalla malattia e alla nostra psyché ammalata della nostalgia di Dio, ma utilizza come strumento la bellezza, compito precipuo della letteratura e in cui se ne esaurisce il valore etico. Proprio nel segno, nello stile, nella lingua ora sontuosa, ora sussurrata ed evanescente come seta, nelle epiche inquadrature paesaggistiche (“gli ulivi che pure affollavano lo spazio del mio sguardo”) e negli intimi, struggenti silenzi (“‘Non capisco’ risposi. ‘Come può il dolore salvarci?’ La domanda restò a fluttuare nella notte.”) Muolo ritma la cronaca di una traversata interiore dall’andamento di un classico e la intaglia con una scrittura ampia, raffinata, sinfonica, incandescente, che ci consegna, pagina dopo pagina, una voce indimenticabile.

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Per un'altra strada. La leggenda del Quarto Magio - Mimmo Muolo - copertinaLa scheda del libro: “Per un’altra strada. La leggenda del Quarto Magio” di Mimmo Muolo (Edizioni Paoline)

Secondo una leggenda, i magi venuti dall’Oriente per rendere omaggio a Gesù appena nato non erano tre (come vuole la tradizione), ma quattro. Il quarto saggio, Artaban, avrebbe dovuto portargli in dono alcune pietre preziose, ma, partito in ritardo, non riuscì a raggiungere i compagni e arrivò a Betlemme quando già la Sacra Famiglia era emigrata in Egitto per sfuggire alla persecuzione di Erode. Mimmo Muolo reinventa in queste pagine il girovagare del Quarto Magio sulle tracce del Nazareno fino a un sorprendente finale, in cui la somma dei ritardi accumulati dal protagonista si trasforma in un folgorante anticipo. Artaban diventa così un personaggio di straordinaria attualità.

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Mimmo Muolo, vaticanista e vicecapo della redazione romana del quotidiano Avvenire, ha se­guito per il suo giornale i pontificati di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e ora quello di Fran­cesco. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni, tra le quali: Generazione Gmg. La storia della Giornata mondiale della Gioventù (2011), Le feste scippate. Riscoprire il senso cristiano delle festività (2012), Il Papa del coraggio. Un profilo di Benedetto XVI (2017) e il romanzo Messaggio in bottiglia (2009). È anche autore di drammi teatrali: Bene comune e Il Papa e il Poeta. Percorso nella poesia di Giovanni Paolo II, rappresentati più volte in tutta Italia.
Con Paoline ha pubblicato: Don Ernest Si­moni. Dai lavori forzati all’incontro con Francesco (20185), tradotto in diverse lingue; L’enciclica dei gesti di papa Francesco (2017); I soldi della Chiesa. Ricchezze favolose e povertà evangelica (2019), clas­sificatosi al secondo posto all’edizione 2020 del Premio “Cardinale Giordano”.

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