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COMPLETAMENTE FALSO, PRATICAMENTE VERO di Aldo Mantineo

dicembre 16, 2020

“Completamente falso, praticamente vero. Le fake news e il racconto dell’emergenza coronavirus” di Aldo Mantineo (Mediabooks)

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Aldo Mantineo (Siracusa, 1960), giornalista professionista, per oltre trent’anni alla Gazzetta del Sud (dove, da ultimo, è stato caposervizio della redazione di Reggio Calabria), è anche autore di numerose pubblicazioni e saggi. Molti di questi sono legati a vicende di cronaca relative al territorio nel quale ha operato – occupandosi di “nera” e “giudiziaria” – e seguendo i principali avvenimenti di rilievo nazionale essendo stato anche corrispondente da Siracusa, per oltre vent’anni, dell’agenzia ANSA.  Ha collaborato con diverse trasmissioni televisive di infotainment sia per la Rai che per Mediaset.

La nuova pubblicazione di Mantineo di intitola “Completamente falso, praticamente vero” (Mediabooks). Si tratta di un testo attualissimo sulla questione delle fake news, come d’altra parte si evince dal sottotitolo: “Le fake news e il racconto dell’emergenza coronavirus”.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Con l’editore avevamo scelto un percorso», ha detto Aldo Mantineo a Letteratitudine: «essere in libreria in autunno con un volume – anche cartaceo – che riprendesse largamente alcune delle considerazioni e degli autorevoli contributi contenuti in “Fakecrazia. L’informazione e le sfide del coronavirus” (instant book uscito soltanto in versione digitale) solamente se la pandemia, anche dopo l’estate, non avesse allentato la sua morsa angosciosa. Diciamo che in quel momento – eravamo alla fine di aprile e da lì a pochi giorni l’Italia avrebbe assaporato l’inebriante sapore della riapertura, anche se graduale, dopo le lunghissime settimane di chiusura – quella scelta voleva essere più un esorcismo o qualcosa di simile: lo faremo ma con il reale obiettivo di non farlo!

imageQuesto, infatti avrebbe rappresentato la riprova che, tutto sommato, l’Italia la sua partita l’avrebbe vinta: non quella col virus che va ancora combattuta su scala planetaria, ma quella con… se stessa, con le nostre abitudini quotidiane. D’altra parte, tra marzo e aprile i nostri balconi di casa non erano forse diventati altrettanti piccoli palcoscenici dal quale applaudire, cantare, fare musica in genere, a volte anche giocare a tennis da terrazzo a terrazzo, tutto in nome di quegli hashtag #andràtuttobene o #nientesaràpiùcomeprima che rimbalzavano di chat in chat? Come avremo potuto dimenticare quella devastante “lezione” che ci era costata, sino a quel momento, circa 30mila morti (e oggi sono già più del doppio!)?
Poi é arrivata l’estate e la voglia di riprenderci, ad ogni costo, la nostra “vecchia” vita é stata più forte di ogni paura. Il termine “divieto” associato alla parola “assembramento” è stato oggetto delle più disinvolte e fantasiose interpretazioni, le mascherine – nei mesi dell’isolamento praticamente introvabili – sono restate a lungo sugli scaffali, la voglia di una debordante socialità ha preso il posto del distanziamento interpersonale… Insomma, come nel più classico dei giochi da tavola, siamo arretrati di diverse caselle e abbiamo rischiato davvero di tornare a quella di partenza!
In questo panorama, che giorno dopo giorno si è andato facendo purtroppo sempre più cupo, le fake news non hanno cessato un solo istante di girare alimentando quel sistema della disinformazione nel quale complottiamo, pressappochismo e negazionismo si fondono in maniera pericolosa. Così hanno ripreso a circolare, con sempre maggiore vigore, accanto alle tante vecchie fake anche molte altre nuove legate, in maniera particolare, al tema dei vaccini».

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Un brano estratto dal libro

«Non ce n’è coviddi…»

Ovviamente è poco più che un giochetto. Ma se dovessi
provare a dare un nome, a trovare un volto, a pensare
ad uno slogan secco nel quale condensare – nell’ottica
del rapporto tra “peso” delle fake news ed emergenza
coronavirus – tutto ciò che questa estate così complicata appena
trascorsa ha rappresentato, non avrei grossi dubbi. La mia scelta
sarebbe presto fatta: il “mio” volto e la voce dell’estate 2020 “targata”
coronavirus è quello di Angela Chianello da Mondello. È lei
a mettere la firma con quel dirompente «Non ce n’è coviddi!» che
– consapevolmente o meno – ha rappresentato il paradigma della
crossmedialità più spinta. Quella frase – possiamo dirlo? Un vero e
proprio tormentone estivo – è stata infatti pronunciata in spiaggia,
ai microfoni della tv, è poi rimbalzata sui social e quindi approdata
sulle pagine dei giornali e sdoganata alla grande nei salotti televisivi
nazionali. Da ultimo è tornata sui social ma in maniera decisamente
più strutturata, con un’Angela alla quale è stato frattanto
riconosciuto il ruolo di influencer: a settembre, in soli due giorni,
il suo nuovo profilo Instagram – rigorosamente “real” come quello
di chi vuol mettersi al riparo da tentativi di imitazione – ha raggiunto
i 174mila follower… Un successo che la diretta interessata
ha comunque pagato con la “moneta” prediletta da molti frequentatori
del web, a suon di insulti.
Ma quel “Non ce n’è coviddi!” fino a che punto va considerata
solo una colorita battuta e non, piuttosto, una tessera di quel mosaico
della disinformazione attorno al quale negazionisti e complottisti,
in particolare, lavorano con costante impegno? In uno dei suoi
passaggi televisivi Angela Chianello ha voluto spiegare che quella
sua frase non andava intesa in senso negazionista. “Non intendevo
che non esiste il coronavirus, ma che a Palermo non avevamo tutti
questi casi gravi”, ha detto, anche se è stato fatto notare che alcuni
suoi comportamenti in spiaggia sembravano improntati davvero a
scarsa prudenza. Insomma, sommando quella frase-tormentone ai
suoi comportamenti nella quotidianità, ne veniva fuori (magari a
sua insaputa) una sorta di… icona per chi manifestava intolleranza
per le (residue) restrizioni imposte e l’uso delle mascherine, così
come insofferenza per il distanziamento interpersonale.
Un’estate non poco complicata nella quale la voglia di stare assieme
ha decisamente avuto la meglio sui ripetuti inviti alla prudenza
in nome dei quali, già da prima che la bella stagione facesse
irruzione, era stata fatta chiarezza su un’altra ipotesi di studio circolata
quasi subito, e cioè che il virus in estate soccombesse per via
delle temperature elevate. Il fatto che la curva dei contagi, già ben
prima della temuta “ripresa” autunnale – pur messa in conto –,
abbia ripreso a salire sembrerebbe dire che il gran caldo non abbia
poi messo più di tanto alle corde il Covid-19. D’altra parte il rischio
di semplificare i risultati che arrivano dalla ricerca, magari ancora
soltanto in fase preliminare e come tale in attesa di validazione, è
sempre alto. Per cui, quando sentiamo dire che la luce del sole e
i raggi ultravioletti possono combattere il coronavirus ciò – con
buona pace per chi è riuscito a fare incetta di like e condivisioni –
non vuol dire che un’abbronzatura perfetta ci fornisca una qualche
protezione! E non è certamente un caso che anche l’Organizzazione
mondiale della sanità metta questa voce fra i più comuni miti
da sfatare.
Ma gettare la croce addosso al sistema dei social media oltre
sbagliato sarebbe dannoso. Quella contro le fake news è una battaglia
che va combattuta nella quotidianità su tutti i terreni. Emblematica
la vicenda, rimbalzata sui giornali e sulle tv di tutto il modo
(oltre che, ovviamente, dei social), dei cosiddetti Covid party scoperti
tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate dalla polizia
della contea di Walla Walla, nello stato di Washington negli Stati
Uniti. In pratica – secondo alcune ricostruzioni – delle feste con
la partecipazione di numerosi soggetti già positivi al Covid-19 organizzate
allo scopo di agevolare la diffusione del contagio in maniera
tale da “favorire” il raggiungimento delle soglie minime per
far scattare la così detta immunità di gregge. Una notizia che dagli
Stati Uniti è volata ovunque nel mondo finendo anche sulle pagine
– pure in Italia – di alcuni dei più autorevoli quotidiani, sui giornali
online più diffusi e sui notiziari delle tv nazionali. Mentre questa
notizia, che risultava fosse stata fornita e confermata in questi termini
dalla polizia della Contea, faceva il giro del mondo, la stessa
polizia rettificava meglio tutto spiegando che quelle che avevano
scoperto erano sì feste alle quali era stata accertata la presenza di
soggetti contagiati, ma non risultava che fossero state organizzate
con l’intento di agevolare la diffusione del coronavirus. Una nuova
versione che, com’è evidente, offre una differente “lettura” di
quanto accaduto ma che ha finito con il generare una fake news
– per scoprire la quale si è messa in moto la macchina del fact
checking internazionale – e che ha comunque mietuto vittime illustri.
Tra queste proprio il sistema dei media più strutturato, dotato
di professionalità e strumenti di ricerca (condotta effettivamente e
con scrupolo?), che ha dovuto alzare bandiera bianca…
Tornando sulle sponde del nostro Paese, c’è poi un altro capitolo
sul quale vale la pena di ragionare ancora un po’ a proposito
di questa estate vissuta tra voglia di tornare a vivere come se il coronavirus
non fosse mai esistito e inquietudine per un futuro che
si presenta drammaticamente incerto e pieno di incognite ad ogni
livello. È un capitolo legato ai flussi migratori. Qui la miscela tra
Covid-19, paura dell’altro, insofferenza di alcune aree della popolazione
residente e un uso a fini “politici” quanto mai disinvolto
di fatti e accadimenti ha dato nuovo propellente per far viaggiare
le fake news a velocità siderale in lungo e in largo per il pianeta.
Su avvenire.it scrive Nello Scavo analizzando la realtà siciliana:
“La macchina della paura non ha fatto cilecca. L’untore dalla pelle
scura, però, non basta più agli sceneggiatori dietro le quinte. Ora
si cerca il vero colpo di scena. (…) La Chiesa siciliana ha cercato di
riportare tutti alla ragione.
«Non si giustifica un agire di alcuni politici, tendente a usare
la paura per un facile, immediato, consenso», aveva messo in
guardia Antonio Staglianò, vescovo di Noto e Delegato della Conferenza
episcopale siciliana per le Migrazioni. «Chi governa – aveva
aggiunto con parole scelte non a caso – deve piuttosto aiutare
la comunità a fronteggiare pericoli e paure con senso di grande
prudenza e proporre soluzioni ispirate ai grandi valori della nostra
Costituzione». Per giorni la falsa notizia, non l’unica, dei cani
mangiati dai migranti a Lampedusa aveva tenuto banco. È stato
l’innesco per i gruppi sui social network che in tutta la Sicilia alternano
paura a xenofobia. Nel Catanese c’è chi ha invitato a dare
fuoco alla tendopoli che il Viminale avrebbe intenzione di allestire
in una base dismessa dell’Aeronautica. Nell’Agrigentino il fuoco
è stato appiccato per davvero a un barcone simbolo d’accoglienza
posto all’interno di un convento a Favara. E non è che la punta visibile.
Quando invece «la realtà di queste ore ci parla di controlli disorganizzati
nei porti e negli aeroporti dell’Isola, di casi di contagio
generati dalla promiscuità sui mezzi del trasporto pubblico. Capiamo
– dice ad esempio Claudio Fava, presidente della commissione
antimafia isolana – come sia molto più facile spostare l’attenzione
sul comodo tema dei migranti, piuttosto che spiegare dove siano
finiti i milioni promessi e mai arrivati per il sostegno alle attività
produttive dell’isola» (…).
Un clima difficile, arroventato (e non è soltanto questione di
temperatura), nel quale anche solo provare ad individuare il bandolo
della matassa risulta operazione complicata. Come sempre
per provare a smontare affermazioni iperboliche, roboanti, annunci
apocalittici, verità assolute (come quella secondo la quale a Lampedusa
i migranti positivi al Covid-19 andassero in giro per strada
tra turisti e isolani, affermazione seccamente smentita dalla Prefettura
di Agrigento) la strada maestra rimane quella della puntuale
verifica attraverso dati e fonti ufficiali. Così, quando a metà agosto
giornali e tg dell’intero Paese rilanciavano l’allarme circa l’esistenza
di un gran numero di migranti infetti ecco che next.it, dando
conto di un servizio di Valeria Pacelli sul Fatto Quotidiano, afferma
che “Secondo i dati (finora inediti) del ministero dell’Interno,
da inizio pandemia e fino al 14 agosto, nelle strutture di accoglienza
sono in totale 1.218 i migranti positivi (di cui 710 in quarantena
alla data del 14 agosto). Un numero che se paragonato agli oltre
265 mila casi che ci sono stati in Italia, rappresentano poco più dello
0,4 per cento. Ma vediamo i dati alla luce anche degli sbarchi. Da
inizio anno sono arrivati 17.985 migranti, 6.950 nei primi sei mesi
del 2020. Fino al 30 giugno si contavano 603 positivi nei centri di
accoglienza. A luglio e agosto gli sbarchi sono raddoppiati (11.035),
mentre il contagio ha colpito altri 615 migranti. Una cifra che non
spaventa la comunità scientifica, con Franco Locatelli, presidente
del Consiglio superiore di Sanità: a seconda delle Regioni, “il 25-
40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi
o da stranieri residenti in Italia. Il contributo dei migranti è minimale,
non oltre il 3-5% è positivo e una parte si infetta nei centri
di accoglienza”, ha detto il 17 agosto. “Nessun migrante positivo
– spiegano dal Viminale – è attualmente in carico a presidi ospedalieri
regionali”.

(Riproduzione riservata)

© Mediabooks

 

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La scheda del libro: “Completamente falso, praticamente vero. Le fake news e il racconto dell’emergenza coronavirus” di Aldo Mantineo (Mediabooks)

imageNon è solamente questione di (buona) informazione, il che già non è cosa da poco. E’ questione di salute. Quanto le fake news abbiano pesato, e continuino a farlo ancora oggi, sulla gestione della pandemia è davvero sotto gli occhi di tutti. In piena estate, mentre l’emergenza tornava a conquistare in maniera sempre più prepotente spazio e visibilità sui media, a ricordare – numeri alla mano – di cosa si stesse parlando ci ha pensato uno studio internazionale coordinato da esperti presso la University of New South Wales in Australia e pubblicato sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene secondo il quale sono state almeno tre – da gennaio ad aprile – le ondate infodemiche a colpi di affermazioni false o non verificate, frasi discriminatorie e complottismo. Questo libro analizza il racconto dell’emergenza coronavirus sui media e indica la strada per evitare e tenere lontana la disinformazione, soprattutto online.

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imageAldo MANTINEO (Siracusa, 1960), giornalista professionista, per oltre trent’anni alla Gazzetta del Sud (dove, da ultimo, è stato caposervizio della redazione di Reggio Calabria), è anche autore di numerose pubblicazioni e saggi. Molti di questi sono legati a vicende di cronaca relative al territorio nel quale ha operato – occupandosi di “nera” e “giudiziaria” – e seguendo i principali avvenimenti di rilievo nazionale essendo stato anche corrispondente da Siracusa, per oltre vent’anni, dell’agenzia ANSA.  Ha collaborato con diverse trasmissioni televisive di infotainment sia per la Rai che per Mediaset. Per la sua attività giornalistica e di scrittore ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra i quali una menzione d’onore nel 1994 al Premio cronista dell’anno, il Premio giornalismo 2006, sezione comunicazione non profit, per la realizzazione di una campagna di sensibilizzazione a sostegno delle attività delle associazioni antiracket, e una segnalazione speciale al Premio Saint Vincent di giornalismo nel 2000 (sezione libri).  Con Media&Books ha già pubblicato “DireFareComunic@re. Gestire un ufficio stampa nel tempo dei social” (aprile 2019) e l’instant book – edito solo in versione digitale – “Fakecrazia. L’informazione e le sfide del coronavirus” (maggio 2020) con il quale ha vinto il Premio nazionale di giornalismo e letteratura “Portopalo, più a sud di Tunisi” per la saggistica.

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