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E QUALCOSA RIMANE di Nicoletta Bortolotti (recensione)

dicembre 16, 2020

“E qualcosa rimane” di Nicoletta Bortolotti (Besa muci)

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di Virginio Colmegna

Ho letto con piacere questo libro, la storia di Viola e Margherita, il loro legame stretto da sorelle cresciute nella Milano degli anni 70, la storia della loro crescita, di come le esperienze della vita le abbiano segnate in maniera diversa e allontanate e del loro ritrovarsi poi da adulte.
Si legge tutta di un fiato la storia di questa famiglia dove si affacciano quattro generazioni: dai nonni, ai genitori, alle due sorelle ora adulte fino ai bimbi di Margherita;  ma leggendolo si ritrova  anche un pezzo della storia dell’Italia degli ultimi 60 anni con le fatiche dei nonni nell’Italia del dopoguerra, con la spinta verso il cambiamento dei genitori di Viola e Margherita, negli anni particolari dell’esplosione del ’68 e con le due ragazze che crescono nel boom degli anni 80.
Una frase mi ha colpito e segna l’intensità di questo momento storico:  “noi siamo nate sulla riga del tempo, nel punto esatto in cui c’era la fantasia al potere e le porte chiuse si aprivano: carceri, manicomi, scuole
Questo ritrovare parti comuni di vita vissuta attraverso gli eventi che hanno segnato quegli anni è ben tracciato da Nicoletta Bortolotti che alterna capitoli in cui la storia si svolge nel presente a capitoli in cui la storia viene recuperata nella memoria ed ogni capitolo ha il nome dell’anno e degli eventi significativi che lì sono successi: il primo capitolo parte dal 1973,  gli anni del compromesso, gli anni di piombo, di una Milano che ricordo bene, quando allora ero un giovane prete in Bovisa.
Ci sono alcune considerazioni che sono nate leggendo questo libro e che vorrei condividere: “E qualcosa rimane” è un libro che si legge piacevolmente, per l’ironia, per lo stile lieve ma è anche un libro che ha a che fare con il dolore e la malinconia, con la fragilità della nostra psiche di fronte all’angoscia dell’abbandono.
Mi ha molto colpito l’immagine ricorrente che Margherita, la sorella maggiore che parla in prima persona come in un dialogo continuo con la sorella minore Viola, ripropone spesso: l’immagine è quella della “casa di Lego”.
E’ un gioco che facevano da bambine insieme al loro papà, quello di costruire una casetta fatta con i mattoncini Lego, ma è anche l’immagine della stabilità, della famiglia unita, del calore e della sicurezza che verranno poi persi, come se  crescere volesse dire uscire dalla  “casa di Lego”, per poi continuare a cercarla, idea di un porto sicuro dove potersi riposare e dove poter essere accudite.
La famiglia di Viola e Margherita è segnata dall’uscita di casa del padre, prima spesso lontano per i viaggi, poi deciso a costruirsi una nuova vita, e forse una nuova famiglia, in Brasile.  (papà, espulso dalla casa di Lego che, mattoncino dopo mattoncino, aveva contribuito a costruire, andò a stare in un residence. Mia madre ingrassò. Poi dimagrì. Tu cominciasti a farti qualche canna. Io pensai di farmi suora. Immaginai la calma immobile di un convento come un frangiflutti che teneva lontane le onde nere del caos” )

Nicoletta Bortolotti parla con finezza psicologica del dolore, con una competenza acuta e sensibile che si intravede in un passaggio che vorrei citare
“No, niente era normale nella nostra famiglia, ma le famiglie strane, Viola, quelle che nessuno prende a modello, insegnano ad amare più in profondità, come gli abeti nei terreni con poca acqua sviluppano radici più lunghe e sensibili per andare a cercarla.
Qualcuno l’ha chiamata resilienza. Una forma particolare di reazione al dolore che invece di distruggere chi subisce violenza, prigionia o esclusione ricopre le ferite di cicatrici spesse. Di arnica e aloe. E rende speciali. Invincibili. Come te.”

Il dolore e la malinconia sono anche il tema di sottofondo al precoce allontanamento di casa di Viola, sorella più estroversa, più libera negli affetti ma forse anche più sofferente, che preferisce una sera andarsene e dormire sulla panchina del parco, vivendo per diverso tempo in condizioni sicuramente difficili perché non riesce ad integrarsi nella vita di casa, ormai senza la presenza del padre, con la sorella Margherita e la madre troppo avvolte nei dolore della loro perdita. Questa sofferenza psichica traspare dalle parole del libro, dove spesso c’è la citazione delle sedute dall’analista, degli attacchi di panico di Margherita, della depressione della loro mamma ed un capitolo stesso ha come titolo “Xanax”.
Viola, paragonata alla famosa Bocca di Rosa di De André, (viene così descritta “adulta quando i grandi ti volevano bambina e bambina quando ti volevano grande”) scompare da casa, non vuole essere raggiunta da notizie, non lascia suoi indirizzi, non sa neanche che sono nati i suoi nipoti, per poi tornare a farsi viva dopo quasi dieci anni per proporre alla sorella un fine settimana al mare per raccontarle un segreto mai detto.
Questo week end trascorso dalle due sorelle a Sestri Levante, attraversa tutto il racconto ed è intenso, fatto di ricordi, di rabbie per gli abbandoni, di tenerezze, di malinconie (c’è nel libro questa bellissima figura della signora anziana, vicina di stanza  nella pensione sul mare, un po’ matta, vecchia artista bizzarra ormai abbandonata dai figli che viene trovata morta un pomeriggio al ritorno dal mare delle due sorelle)
Si rimane con il fiato sospeso, in attesa di questo  segreto terribile, di un motivo veramente grave che deve aver spinto Viola a farsi risentire. E così, con un magistrale colpo di teatro, Viola scompare una seconda volta, una mattina al risveglio, lasciando Margherita, alla sua vita più quotidiana e “normale”.

L’ultima osservazione che vorrei fare è come, tra i temi più lievi dell’affetto, della diversità tra le due sorelle, le persone conosciute e le esperienze di vita, nel libro però torni spesso l’accenno alla problematica del tema del lavoro, partendo dal valore del lavoro per i nonni :

Lo studio del nonno odorava di timbri, medicine, carte, sapeva di lavoro, di noi che giocavamo al lavoro perché il gioco dei bambini è un lavoro e il lavoro dei grandi è un gioco.”,
passando agli accenni dei diritti del lavoro e dei diritti in particolare delle donne-madri-lavoratrici
mamma non scelse di avermi, Viola, perché allora la maternità non era una scelta programmata, ma una necessità. Neanche da mettere in discussione. Il lavoro, quello sì, era una scelta di libertà che stavano compiendo le donne.
E oggi? Mi sembra il contrario. La maternità è diventata una scelta di libertà che pare un lusso, e il lavoro è l’unica necessità.”
fino al dramma molto attuale della perdita del lavoro caratterizzata dalla figura di Matteo, compagno di Margherita che è rimasto disoccupato, con due figli piccoli e che alla fine non sarà assunto, dopo il colloquio di lavoro tanto atteso.

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La scheda del libro: “E qualcosa rimane” di Nicoletta Bortolotti (Besa muci)

E qualcosa rimane - Nicoletta Bortolotti - copertinaMilano, anni Settanta. Viola e Margherita sono due sorelle che non potrebbero essere più diverse, ma segnate entrambe dal vivere in una famiglia fuori dagli schemi. Sono gli anni di Fabrizio De André e Ornella Vanoni, gli anni dell’infanzia, quando si vagheggiano un mondo e una casa perfette, come la casa di Lego che papà costruisce per loro la sera, un edificio dalla planimetria irrequieta dei sogni. Trascorrono undici anni e Viola non dà più notizie di sé, fino al giorno in cui telefona a Margherita e le chiede di partire con lei per un weekend al mare, solo loro due, perché ha un segreto da confessarle. In viaggio nei ricordi, fra passato e presente, Viola e Margherita si racconteranno, scoprendo cosa è cambiato e cosa invece non potrà mai cambiare nel loro legame…

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