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TULLIO AVOLEDO racconta NERO COME LA NOTTE

dicembre 18, 2020

Nero come la notte Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: TULLIO AVOLEDO racconta il suo romanzo NERO COME LA NOTTE (Marsilio), libro vincitore del Premio Scerbanenco 2020.

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LANCIARE FRECCE CONTRO GLI ELICOTTERI

di Tullio Avoledo

All’origine di ogni mio libro c’è un seme.
Può essere una frase, un ricordo, un’immagine.
Può essere, in realtà, qualsiasi cosa.
Tre sono le cose misteriose, per dire, è nato da un osso mezzo rosicchiato. Camminavo con mio figlio Francesco, allora molto piccolo, per un viale di una città di mare, e ho visto quest’osso spuntare da sotto una siepe. Perché Francesco non lo vedesse l’ho spinto col piede sotto i rami. Tornato a casa, mi sono messo a scrivere una storia che aveva come protagonista un giovane pubblico ministero in un tribunale internazionale per crimini di guerra.
Ossa e ruggine e orrore, quello che affiora dalla terra in quel libro, è germinato da quel mio gesto, dal mio nascondere l’osso a mio figlio. Vi si è unito il ricordo irreale dell’estate in cui, disteso al sole sulla spiaggia di Lignano Sabbiadoro, guardavo passare, fra l’indifferenza dei bagnanti, gli aerei USA in volo per bombardare la Bosnia. Poi sono venuti i testi di medicina legale, gli atti dei tribunali veri e le memorie di chi aveva lavorato per identificare i morti delle fosse comuni di Srebrenica e di altri luoghi dell’ex Jugoslavia in cui la pretesa civiltà europea era collassata in un buco nero d’orrore.
Ma all’origine c’era solo un osso spolpato.

L’ispirazione per La ragazza di Vajont sono stati invece la poesia Parole povere di Pierluigi Cappello e alcuni versi di Walther von der Vogelweide sull’inverno. Si può tranquillamente dire che l’ambientazione di quel romanzo freddo e cupo sono di fatto quelle due poesie, cui poi venne ad aggiungersi il quadro Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel il Vecchio, che quell’anno vidi, in un freddo pomeriggio di febbraio, al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Pierluigi (per inciso: non è lui lo “Storpio” del romanzo) mi ha prestato anche la passione per il modellismo aereo e per la numismatica romana.

Per Nero come la notte l’origine è l’incontro di tre letture: la prima è quella di un articolo, apparso su un quotidiano nazionale, che parlava di un complesso edilizio alla periferia di Porto Recanati nelle Marche, l’Hotel House, 500 appartamenti su 16 piani, che nel corso del tempo è stato occupato in buona parte da extracomunitari che si sono dati un’organizzazione e sono riusciti a sopravvivere in quell’ambiente scartato dalla società “normale”, supplendo alle carenze di servizi, organizzando ronde contro gli spacciatori e dandosi delle regole condivise; addirittura sviluppando una “lingua franca” comune.
La notizia apparsa sul quotidiano e che attirò la mia attenzione sull’Hotel House era quella del ritrovamento di resti umani in un terreno vicino al complesso, con l’inevitabile strascico di sospetti, illazioni e propaganda politica.
Mi sono chiesto come sarebbe stato guardare dalla finestra del mio salotto e vedere la sagoma lontana di quell’edificio mostruoso, gigantesco. Ho fatto, insomma, l’esercizio mentale di trasportarlo nei luoghi in cui vivo, e di inserirlo, come se fosse il pezzo di un plastico, nel contesto di fabbriche e complessi industriali e commerciali abbandonati che circondano Pordenone.
Le Zattere sono nate così. Sono spuntate nel corso di una notte, come per magia, su un terreno incolto alla periferia della mia città del Nordest.
La seconda lettura è quella di un vecchio libro di Jules Roy ormai fuori catalogo da decenni, La tigre e l’elefante, che mi ha portato, di traccia in traccia, a trovare sul web le memorie di un ufficiale francese della Legione Straniera che raccontavano le fasi finali dell’assedio di Dien-Bien-Phu in Indocina. Nel maggio del 1954, quando la resa della guarnigione francese era ormai questione di ore, quell’ufficiale si fece dimettere dall’ospedale militare, con le ferite ancora non guarite, e paracadutare sulla fortezza assediata. Era il suo primo lancio col paracadute. Non fu l’unico legionario a farlo.
Ecco che mi trovavo di fronte a un eroe non lontano, nella mia mente, dall’Ettore dell’Iliade. L’eroe di una causa persa. Attraverso quel diario di guerra venni anche a sapere di una certa divisione delle SS formata da volontari francesi, la Charlemagne, che fu l’ultima a difendere le rovine di Berlino dai sovietici nell’aprile del ’45. L’anello con lo stemma di quella divisione che Sergio Stokar porta al dito viene da lì.
La terza lettura è il ritaglio di un articolo di Repubblica che tenevo in tasca da tanto tempo. Parlava di un ragazzino russo che era stato allevato dai lupi. Il corto circuito tra quella notizia e, non so, il lancio dei razzi di Elon Musk, o l’algida e per me repellente perfezione di un iPad della Apple, mi ha dato l’impostazione del romanzo. Quando, in una certa scena di Nero come la notte, dei cacciatori delle Zattere armati di arco e frecce vanno a caccia nella boscaglia all’alba, e sopra di loro passano i jet militari decollati dalla base di Aviano, esprimo il mio stupore di tanti anni fa nel leggere del bambino di cui si sono presi cura i lupi.
In Giardini di pietra, un film di Francis Ford Coppola del 1987, a un personaggio che si chiede, sprezzante, come possano i vietcong sperare di vincere combattendo gli elicotteri con arco e frecce, il protagonista, uno splendido James Caan, risponde “e come si può vincere contro un nemico che combatte gli elicotteri con arco e frecce?”
Un po’ di James Caan è passato in Sergio Stokar, il protagonista di Nero come la notte. Anche se lui somiglia più a Tom Hardy.
La colpa è di una campagna elettorale e dello scrittore francese Pierre Lemaitre.
Anzi, le campagne elettorali erano due.
Storia lunga…
Sedetevi.
Nel 2018, dopo un lungo ricovero ospedaliero che mi aveva fatto toccare con mano lo stato della sanità regionale…
Apriamo una breve parentesi, e giuro che sarà l’ultima. Parliamo di una regione, la mia, che dovrebbe chiamarsi Friuli-Venezia Giulia col trattino (e infatti Wikipedia la chiama ancora così, col bislacco nome inventato nel 1863 dal glottologo goriziano Graziadio Ascoli), ma dal 2002, c’è chi dice per una svista, chi per calcolo politico, il nome ha perso il trattino nei comunicati ufficiali. Io comunque continuo a metterlo, perché di mostri di Frankenstein me ne basta uno…
La mia regione, dicevo, dall’epoca del governo Monti in poi, ha visto tagli sempre più drastici alla sanità, più che zelantemente applicati dalla giunta Serracchiani e proseguiti senza soluzione di continuità da quella del leghista Fedriga. Nel 2018 mi sono candidato, prima al Senato e poi in Consiglio regionale, col neonato Patto per l’Autonomia, il cui candidato Presidente era il fisico teorico Sergio Cecotti, anche per cercare di frenare questa china pericolosa che mirava a trasferire la sanità dal pubblico al privato e più in generale a sostituire in ogni ambito persone competenti con servi di partito.
Ho affrontato le due faticose campagne col fisico debilitato e sapendo che stavo lanciando frecce contro gli elicotteri.
Ma qualche freccia è andata a segno.
Non sono stato eletto. Ma siamo riusciti a far eleggere due consiglieri in Regione. Ora è solo questione di tempo. La pandemia ha confermato che la nostra battaglia era giusta, com’è giusta quella che stiamo combattendo per il Tagliamento, che vogliamo difendere da progetti di viadotti autostradali e sbarramenti inutili e pericolosi.

Non si possono capire i miei libri se non si capisce il mio impegno politico.
Che spiega anche Tom Hardy…
In un film di Christopher Nolan che ho molto amato, Dunkirk, Tom Hardy interpreta il pilota di uno Spitfire che, finito il carburante, spara le ultime raffiche di mitragliatrice contro un caccia nazista e riesce a compiere un atterraggio d’emergenza sulla spiaggia. Per tutto il film il suo volto è stato coperto dalla maschera da pilota. Quando se la toglie, di fronte ai soldati tedeschi che lo catturano, la sua espressione di fierezza è totale, splendida. Il finale di quel film annuncia la possibilità di superare una disfatta e arrivare alla vittoria. Mi ha aiutato a superare la delusione personale per i risultati elettorali.
E, ricordando una cosa detta da Pierre Lemaitre a Pordenonelegge, circa il fatto che a un certo punto della scrittura di un romanzo lui sceglie per il suo protagonista un volto, magari di un attore del cinema, per visualizzarlo meglio, appendendo la sua foto sopra la scrivania, ho deciso di dare al viso di Sergio Stokar i tratti di Tom Hardy.

Tante cose, tante suggestioni, tanta rabbia, tante urgenze narrative, sono confluite nel libro. Volevo scrivere una storia che parlasse della decadenza della mia città, Pordenone, il cui declino economico è percepibile nelle vetrine vuote del centro, nell’hinterland cosparso di rovine industriali, nel contrasto tra le troppe auto vecchie che circolano per strada e i non pochi SUV della Jaguar o della Maserati che sfrecciano loro accanto. Un ottimate locale mi ha contestato, dicendo che Pordenone è una città vivissima. Io ho replicato che anche un cadavere è vivo; anzi, brulica di vita. E’ la cosa più viva che ci sia. Ma non è il genere di vita che amo.

Ho voluto creare un personaggio brutto, sporco e cattivo (beh, in realtà proprio brutto non è), un ex poliziotto neonazista che finisce nel posto peggiore che uno come lui possa immaginare: la comunità multietnica e lumpen delle Zattere. La cosa per me aveva un senso preciso: credo da sempre che le comunità allargate siano la risposta ai problemi del futuro. Credo inoltre che il recupero dei rapporti sociali e la collaborazione reciproca siano l’antidoto ai mali del vivere moderno. Un’amica di mio figlio viene dal Togo, ma sa che in quasi ogni parte del mondo potrà contare su parenti o conoscenti che possono fornirle alloggio e supporto. Anche il compianto Kurt Vonnegut, che considero una mia guida spirituale, era un sostenitore della famiglia allargata.
Se avessi fatto di Sergio un buono, il lettore avrebbe pesato col bilancino ogni suo giudizio positivo sul mondo multietnico e miserabile delle Zattere. Alcune persone, nei salotti buoni, tendono ad apprezzare eccessivamente usi e costumi esotici, a sentire un fascino della rusticitas e del “buon selvaggio” tipico, in certi periodi, delle classi sociali elevate. Un po’ come quando, alla mia prima festa al Salone del Libro, vidi una torma di eleganti signore della Torino bene lanciarsi sul buffet all’orgiastico grido “è arrivata la tajine!”.
Sergio, al suo arrivo alle Zattere, non toccherebbe una tajine, o un qualsiasi altro piatto nordafricano o arabo, neppure con la canna della pistola. Ma vivendo in mezzo a quelli che considerava suoi nemici impara ad apprezzare le cose facendone l’esperienza diretta, rimuovendo così le sue incrostazioni di pregiudizi. Credo sia l’unico modo in cui si può diventare davvero migliori. Attraverso la conoscenza e l’esperienza.
Ma forse ce n’è anche un altro, che ho regalato a Sergio: la cultura classica. Sergio Stokar ha studiato al ginnasio liceo, ha avuto buoni insegnanti, legge latino e greco all’impronta; ed è tutt’altro che stupido. La sua cultura, e la sua stridente e irrisolta – quasi schizofrenica – contraddizione con le sue idee politiche, è l’arma più potente che ha per muoversi come un rullo compressore, aprendo una strada di sangue che porterà qualcuno alla salvezza e qualcuno a una giusta condanna.
Volutamente, nel mondo di Nero come la notte nessuno è perfetto, incorrotto, “puro”. Da gnostico non posso (e per la verità nemmeno devo) trovare perfezione in questo mondo, né in essere né in fieri. Ma trovo a tratti riflessi di perfezione, barlumi di luce da un altro piano dell’esistenza, che a volte riescono a illuminare anche il nostro mondo. Sergio Stokar indossa un’armatura nera, di durezza, di disincanto. Ma a tratti quell’armatura s’illumina, di una luce riflessa che viene da altrove, e porta la luce nel mondo oscuro che attraversa.
Sergio è un uomo che lancia frecce contro gli elicotteri. Perché è l’unica arma che ha, e perché  il bersaglio è quello.
A volte riesce ad abbatterne qualcuno. Ma non è questo che davvero conta, per lui.
Quello che conta è non arrendersi mai.
E così, freccia dopo freccia, ferita dopo ferita, rivelazione dopo rivelazione, alla fine del romanzo Sergio Stokar è un uomo migliore che all’inizio della storia.
Perché “a ogni ostacolo che superi e a ogni calcio in culo che prendi la ricompensa si fa più grande”. Questo diceva, più o meno, una frase sulla copertina dell’LP Soul Mining di The The, uno dei dischi preferiti miei e di Sergio.
La convivenza con un personaggio del genere non è stata facile, ma alla fine ne valeva la pena. Lo ritroverete ancora, nei miei libri.

(Riproduzione riservata)

© Tullio Avoledo

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La scheda del libro: “Nero come la notte” di Tullio Avoledo (Marsilio)

Sergio Stokar era un buon poliziotto. Forse il migliore a Pista Prima, degradata ma ancora grassa città del Nord-Est. Fino al giorno in cui, senza saperlo, ha pestato i piedi alle persone sbagliate. Così qualcuno l’ha lasciato, mezzo morto, sulla porta dell’ultimo posto in cui avrebbe voluto finire: le Zattere, un complesso di edifici abbandonati dove si è insediata, dandosi proprie leggi, una comunità di immigrati irregolari. Quel rifugio dall’equilibrio fragile e precario – con la sua babele di lingue, razze e odori – normalmente sarebbe un incubo per uno col credo politico di Sergio. Ma è un incubo in cui è costretto a rimanere, adattandosi a nuove regole e a convivere con una realtà che un tempo avrebbe rifiutato. Per poter stare al sicuro, è diventato “lo sceriffo delle Zattere”: mantiene l’ordine, indaga su piccoli reati. Finché un giorno il Consiglio che governa il complesso gli affida un incarico speciale. Alcune ragazze delle Zattere sono state uccise in modo orribile, c’è un assassino in agguato, e solo un poliziotto abile come Sergio può scovarlo, con il suo fiuto e le sue conoscenze, ma soprattutto grazie a un’ostinazione che lo trasforma in un autentico rullo compressore. In un’Italia appena dietro l’angolo – l’Italia di dopodomani, che ci indica con chiarezza dove sta andando il nostro paese – Sergio Stokar deve tornare dal regno dei morti e rimettersi a indagare, frugando nel passato e negli angoli più in ombra della sua città, per scoprire, alla fine, che forse l’indagine è una sola, e che l’orrore si nasconde in luoghi e persone insospettabili. Tutto è legato da un filo. Un filo nero come la notte, rosso come il sangue. Perché in un mondo che ha fatto dell’avidità il suo credo non esistono colpevoli e innocenti, ma solo infinite sfumature di male.

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Tullio Avoledo, friulano, è nato a Valvasone nel 1957 e vive e lavora a Pordenone. Oltre a Lo stato dell’unione ha pubblicato: L’elenco telefonico di Atlantide (Sironi 2003, Einaudi 2003), Mare di Bering (Sironi 2003, Einaudi 2004), Tre sono le cose misteriose (Einaudi 2005), Breve storia di lunghi tradimenti (Einaudi 2007), La ragazza di Vajont (Einaudi 2008), L’ultimo giorno felice (Edizioni Ambiente 2008, Einaudi 2011), L’anno dei dodici inverni (Einaudi 2009), Le radici del cielo (Multiplayer.it 2011), La crociata dei bambini (Multiplayer.it 2014) – due romanzi ambientati nel Metro 2033 Universe inventato da Dmitrij Gluchovskij – e Furland® (chiarelettere 2018). Insieme a Davide Boosta Dileo ha scritto Un buon posto per morire (Einaudi 2011). Per Marsilio ha pubblicato anche i romanzi Chiedi alla luce (2016) e Nero come la notte (2020). 

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