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LA GERMANIA TRA IL ’44 E IL ’47 NEI ROMANZI DI GILBERS: intervista all’autore

dicembre 21, 2020

Una corposa intervista di Luca Crovi allo scrittore, giornalista e drammaturgo tedesco Harald Gilbers: autore di una saga, ambientata nella Germania di fine seconda Guerra mondiale (edita in Italia da Emons Edizioni), che presto dovrebbe diventare serie televisiva

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di Luca Crovi

Com’era realmente la Germania fra il 1944 e il 1947? Qual era il sentimento provato dai tedeschi durante il regime di Hitler? Ha cercato di raccontarlo in un ciclo per ora di cinque romanzi come “Berlino 1944”, “I figli di Odino”, “Atto finale”, “La lista nera” e “L’inverno della fame” (tutti editi da Emons Edizioni) lo scrittore, giornalista e drammaturgo tedesco Harald Gilbers. Cinque storie in cui emerge il personaggio dell’ex commissario di polizia Richard Oppenheimer alle prese con cinque indagini che lo portano a svolgere il ruolo di investigatore in una Berlino che finirà bombardata, invasa e divisa. Rimosso dal suo incarico per le sue origini ebraiche Oppenheimer è poi rimesso sul campo dal regime nazista ed è un poliziotto davvero speciale. Abbiamo avuto occasione di farci spiegare dallo stesso Gilbers la genesi della sua saga che presto dovrebbe diventare una serie televisiva.

– Com’è nata l’idea della sua serie?
All’inizio ho pensato per un attimo di sviluppare una sceneggiatura della prima storia BERLINO 1944. Il cinema mi ha sempre influenzato e anche all’università ho scritto alcuni articoli sulla storia del cinema. I film diretti in Germania da Fritz Lang prima di emigrare sono stati il ​​mio punto di partenza. In “M” e “The Testament of Dr. Mabuse” compare il personaggio del commissario Lohmann. Io mi sono chiesto come potesse essere la vita di Lohmann durante il nazismo se fosse stato ebreo. È da qui che nasce l’ispirazione per Oppenheimer il mio personaggio principale.

– Che immagine emerge dai suoi romanzi della Germania di Hitler?
Per la maggior parte dei tedeschi, il Nazismo è il peccato originale della nostra storia. Ma le implicazioni sono molto più ampie. Il fatto che una società con un alto livello culturale possa cadere nella barbarie è un esempio ammonitore e penso sia importante raccontare alle persone come questo sia potuto accadere. Oggi populismo e fascismo stanno rifiorendo, quindi è fondamentale stare in guardia. Gli ultimi giorni della Repubblica di Weimar e l’Olocausto sono ampiamente trattati nelle nostre scuole, ma gli ultimi anni del regime nazista e gli anni caotici che hanno portato poi alla fondazione dei due stati tedeschi non sono poi così conosciuti. Soprattutto il periodo successivo credo spieghi molto dello stato attuale delle cose in Europa e anche del mondo.

– Ha quindi strutturato in maniera precisa i suoi lavori?
Harald Gilbers Nei primi due romanzi la mia strategia narrativa è stata relativamente semplice: ho scritto due gialli ambientati nella Germania nazista dove non potresti davvero dire chi è il peggiore criminale, se l’assassino o il regime totalitario di Hitler. Ad ogni modo il passato non se ne è andato con la fine della guerra, la maggior parte dei sostenitori nazisti è sopravvissuta. Sì, sono stati sconfitti ma atteggiamenti revanscisti e un senso di sciovinismo nazionale sono rimasti. E i modi in cui il popolo tedesco ha cercato di affrontare il proprio passato nazista sono stati spesso contrastanti. Con i successivi romanzi entriamo quindi nell’era della Germania post guerra, che è molto complessa. Per illustrare tutto questo ho deciso di far tornare alcuni personaggi del primo romanzo e mostrarne il cambiamento attraverso il loro rapporto con Oppenheimer.

– Come si è documentato sul periodo? E che importanza ha avuto l’uso dei giornali, dei libri e delle testimonianze di prima mano?
Prima di iniziare a scrivere il primo romanzo ho fatto delle ricerche generali che mi hanno impegnato per circa un anno e mezzo. In questo periodo non ho scritto una sola frase del mio romanzo e non avrei mai immaginato che la preparazione sarebbe durata così tanto. Ma volevo farlo bene, quindi per me non c’erano alternative. Ho preso i libri di saggistica come primo riferimento, ma ho scoperto quasi subito che mancava qualcosa… non raccontavano l’intera storia. Quindi ho cercato altre fonti. Le testimonianze dirette sono difficili da ottenere, perché la maggior parte dei testimoni oculari è già morta. D’altra parte ho scoperto che le testimonianze di prima mano non sono particolarmente affidabili. Alla gente piace semplicemente raccontare belle storie, quindi non aderiscono necessariamente alla verità o a volte ci mostrano il lato più accattivante della storia. Per immergermi davvero in quel periodo storico, ho utilizzato principalmente fonti contemporanee come diari pubblicati, giornali e fotografie, sempre verificando i singoli fatti. Non si dovrebbe credere a tutto ciò che si sente o si legge. La valutazione del materiale è la parte davvero difficile del lavoro.

– Realtà e finizione come si alternano nei suoi romanzi?
Atto finale In genere cerco di inventare il meno possibile, ma come romanziere certamente seguo tecniche narrative e trama. A volte traggo ispirazione da cose molto diverse tra loro che a prima vista non sembrano entrarci nulla le une con le altre. Può sembrare ridicolo, ma mentre lavoravo al terzo romanzo, ATTO FINALE, ho guardato alcuni film di zombie per entrare nell’atmosfera giusta, perché le descrizioni nei diari che avevo mi ricordavano molto George Romero. Penso che il segreto della scrittura stia anche nelle connessioni creative uniche che un narratore crea.

– Leggendo i suoi libri si ha l’impressione che i tedeschi abbiano vissuto un lungo periodo di paura nel loro paese…
Nel terzo romanzo della mia saga c’è un cambio di scena che caratterizzerà i decenni successivi della storia tedesca. A Berlino ci sono i russi e pochi mesi dopo arrivano gli alleati occidentali… Berlino si trova quindi nel cuore del settore sovietico, è come vivere su un’isola, molte persone si sentono tagliate fuori dall’Occidente. In quel momento abbiamo fondamentalmente tre unità separate: la zona occidentale, il settore sovietico e poi Berlino, dove tutto è molto più complicato. Potrebbero sembrare tempi di pace ma è una pace inquieta. Soprattutto a Berlino si percepisce molta preoccupazione, un’angoscia molto più pronunciata rispetto alle altre regioni della Germania. I berlinesi temono uno scontro aperto tra gli alleati e la loro città rischia di essere nuovamente in prima linea.

– Che opinione si è fatto della Germania occupata dagli alleati e dai russi in particolare?
A mio parere l’occupazione della Germania era l’unica opzione possibile dopo la guerra. Comprensibilmente gli alleati volevano accertarsi che i tedeschi, che avevano appoggiato il fascismo non molto tempo prima, potessero essere nuovamente credibili. Al contempo era necessario un governo che funzionasse. Le persone avevano bisogno di cibo e riparo. Installare governi militari che trasferissero gradualmente il potere a politici eletti democraticamente è stata la scelta migliore. Ma la cooperazione tra Oriente e Occidente era destinata a fallire fin dall’inizio. I modelli economici semplicemente non erano compatibili: quello anglosassone per il mercato libero, e quello comunista dalla forte influenza statale. Ad Est avevamo lo stalinismo che aveva deviato il comunismo in strumento atto a giustificare la propria dittatura. Quindi non sorprende che il settore orientale della Germania fosse stato rapidamente trasformato in uno stato fantoccio, proprio come i vicini paesi della Russia.

– Come ha cercato di raccontare ne “L’inverno della fame” la nascita della guerra fredda e della cortina di ferro?
La lista nera Guardare indietro, ti spinge a sviluppare un concetto statico della storia. Ma se ti preoccupi di guardare più da vicino, scopri gradualmente molti processi paralleli. Sono fortunato a scrivere una serie di romanzi, perché mi è possibile descrivere cambiamenti molto lenti. È come lavorare a una serie TV in cui hai diverse stagioni disponibili per raccontare la tua storia. Ho iniziato a raccontare il periodo della Guerra Fredda con LA LISTA NERA. Nel romanzo troviamo gli Americani e il loro complicato rapporto con i Russi. Tutte le forze cercano ancora di cooperare in qualche modo, sebbene sia piuttosto difficile, il dissenso c’è già – Churchill coniò il suo famoso termine “Cortina di ferro” già nel marzo 1946. Nel romanzo successivo L’INVERNO DELLA FAME il tema è più sommesso. Lo ritroviamo in alcuni riferimenti fugaci, ma vediamo l’alba della discordia. In questo romanzo impariamo qualcosa di più su Berlino e sulla marcata influenza sovietica con le forze di polizia. Arriveremo poi al cosiddetto Blocco di Berlino, periodo che coprirà i due romanzi successivi. Poi tutto si sistemerà: le forze di polizia di Berlino verranno divise in unità separate ad est e ovest e Oppenheimer si troverà di fronte a una scelta.

– Che personaggio è Oppenheimer?
Nel primo romanzo volevo raccontare una storia sui raid aerei alleati ma non volevo in nessun modo incoraggiare alcun atteggiamento nazionalistico di revanche. La soluzione è stata fare di un ebreo il protagonista principale dell’opera. In questo modo potevo costantemente ricordare al mio lettore la causa della guerra: l’ideologia disumana e completamente delirante di Hitler. Ed è stata anche una decisione narrativa. In quanto ebreo, Oppenheimer è l’ultimo perdente della Germania nazista e non si può fare a meno di tifare per lui. Un altro aspetto può anche essere autobiografico: condivido con Oppenheimer la sensazione di essere diverso da tutti gli altri. I miei genitori si sono trasferiti spesso, quindi a volte mi sono ritrovato in nuove scuole e in ambienti diversi. Ho imparato ad adattarmi rapidamente, ho ampliato il mio orizzonte. Ma ovunque io sia, non mi mescolo mai completamente, né vorrei.
Rispetto all’Oppenheimer investigatore, penso ci sia una forte influenza del suo contemporaneo francese Maigret. Crescendo ho letto molti romanzi di Simenon. Oppenheimer è curioso per natura, gli piacciono le sfide intellettuali. La soluzione degli enigmi è la sua passione. Non può immaginare la vita senza di essa. Oppenheimer ha una forte etica del lavoro e aderisce ai principi umanistici anche se a volte la sua si trasforma in una lotta di Chisciotte contro i mulini a vento.

– Come ha studiato la polizia tedesca e i suoi meccanismi di indagine?
Sono stato fortunato a trovare buone fonti. In Germania è facile trovare numerosi libri di saggistica sulla polizia di Berlino della Repubblica di Weimar. Altrettanto importanti sono le fonti dirette come il rapporto penale di Ernst Gennat nel caso Kürten, che è stato anche pubblicato. Lì puoi imparare molto sulle tecniche di indagine di allora ma è un po’ complicato avere una visione realistica completa. In sostanza bisogna cercare pezzi e pezzettini di informazioni sparse e metterli insieme. Quest’anno per avere ancora più materiale avevo programmato una visita al Museo della storia della polizia di Berlino ma purtroppo la pandemia lo ha impedito.

– Cosa si aspetta dalla serie televisiva che verrà tratta dai suoi romanzi?
Non voglio che la serie TV sia una replica esatta dei romanzi. È un mezzo completamente diverso. Le serie TV si sono decisamente evolute negli ultimi decenni verso una qualità più strettamente cinematografica. All’inizio era più come in radio ma con l’aggiunta di immagini in movimento, ora i registi osano raccontare le loro storie attraverso le immagini. Spero che il regista mi mostri qualcosa di nuovo che non sapevo prima. Altrimenti non avrebbe senso fare un adattamento televisivo dei miei romanzi. Gli sforzi per finanziare questo costoso progetto sono in corso e le cose sono ancora indefinite. Spero di saperne di più in un anno circa. Un noto attore tedesco dovrebbe interpretare Oppenheimer, ma ahimè ancora non sono autorizzato a condividere la notizia. Il mio background di regista teatrale mi rende consapevole delle diverse interpretazioni possibili di un ruolo. Pensiamo ai tre attori che hanno interpretato il commissario Wallander di Henning Mankell: Rolf Lassgard, Krister Henriksson e Kenneth Branagh. Secondo me ognuna di queste interpretazioni ha funzionato molto bene a modo suo. Quindi sono abbastanza flessibile quando si tratta di casting e non ho preferenze pronunciate.

– Lei viene dal mondo del teatro, quanto questo l’ha aiutata nella costruzione delle sue storie?
Lavorare con gli attori ha avuto una grande influenza sulla mia scrittura. Come romanziere devo interpretare i miei personaggi su carta, quindi applico alcune delle strategie imparate nel mio lavoro teatrale. Per me l’atto di scrivere è come interpretazione dell’attore sul palco. A un livello più generale, la regia mi ha insegnato a lavorare con strutture narrative drammatiche, trovando il sottotesto di una scena, i meccanismi interni dei personaggi, affrontare una scadenza. Ho anche diretto alcuni cortometraggi e i lettori hanno confermato che i miei romanzi hanno uno spiccato senso cinematografico. È davvero bello pensare di poter creare blockbuster da milioni di dollari solo con carta e inchiostro.

– Qual è stato il romanzo più complicato da scrivere della serie?
Ogni romanzo ha le sue sfide. Per quanto riguarda la ricerca storica penso che quella più difficile sia stata proprio quella fatta in ATTO FINALE, perché avevo bisogno di una visione d’insieme sulla vita quotidiana del fronte in città. È stato un atto audace devo ammettere, perché la situazione era un caos assoluto, con i combattimenti che spesso passavano da un angolo di strada all’altro, a volte in pochi minuti. Oltre a questo, i dettagli del successivo periodo di occupazione sovietica sono stati molto difficili da reperire. E all’improvviso mi sono ritrovato alle prese con personaggi russi da descrivere e non volevo ricadere su vecchi stereotipi, quindi ho dovuto fare molte ricerche fino ad avere la consapevolezza di poter interpretare Aksakov e gli altri sovietici. Come romanziere devi essere crudele con i tuoi personaggi: li metti nei guai in modo da poter avere una storia. Fa parte del tuo lavoro. Ma in questo romanzo le disgrazie che devono affrontare Lisa e Oppenheimer sono state particolarmente gravi. Non volevo che Lisa venisse violentata ovviamente, ma appartiene all’onestà di un romanziere rimanere fedele alla realtà e la probabilità ‘storica’ che diventasse una vittima era molto alta dopo la caduta di Berlino. Non ho avuto altra scelta, dovevo occuparmi di questo difficile argomento.

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Tutti i romanzi di Harald Gilbers sono pubblicati in Italia da Emons Edizioni

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Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969) ha studiato letteratura inglese e storia moderna e contemporanea. Prima di diventare regista teatrale, ha lavorato come giornalista delle pagine culturali e per la televisione. I suoi gialli sono tradotti in francese, polacco, danese e giapponese. Il primo romanzo della serie dell’ex commissario Oppenheimer, Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie (pubblicato da Emons nel 2016), ha vinto il Glauser Preis 2014, uno dei più importanti riconoscimenti per i gialli in Germania, mentre il secondo romanzo, I Figli di Odino, ha ottenuto in Francia il Prix Historia 2016.

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