Home > Incontri con gli autori > LE INCREDIBILI CURIOSITÀ DI VERONA di Giulia Adami: incontro con l’autrice

LE INCREDIBILI CURIOSITÀ DI VERONA di Giulia Adami: incontro con l’autrice

dicembre 21, 2020

undefined“Le incredibili curiosità di Verona” di Giulia Adami (Newton Compton): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

 * * *

Giulia Adami è nata nel 1989 a Verona. Si è laureata in Beni Culturali e Discipline Artistiche e ha conseguito il dottorato con uno studio multidisciplinare sull’attività artistica cinquecentesca nella sua città natale.

Per Newton Compton ha appena pubblicato il volume Le incredibili curiosità di Verona”.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

* * *

«Abitare a Verona significa confrontarsi ogni giorno con la grandiosa imponenza dei suoi monumenti storici», ha detto Giulia Adami a Letteratitudine, «con uno sfaccettato tessuto urbano che ancora oggi vive delle sue millenarie stratificazioni. Fin dai tempi del liceo ho imparato ad amare i labirintici vicoli del centro storico, le grandi piazze affollate e le pittoresche colline che circondano, con il loro verde profondo, l’abbraccio tra la città e il fiume.
Sono cresciuta vicino all’Adige, ho sempre osservato dalle mie finestre il suo corso, a volte gentile altre impetuoso, imparando ad amare quello strano frastuono che scaturisce dall’incontro delle acque con i mattoni, le pietre e il cemento dei ponti. Ho sempre pensato che il rapporto della città con il suo fiume sia imprescindibile per poter comprendere la storia secolare di Verona e alcuni dei curiosi aneddoti raccolti in questo libro dimostrano come lo sviluppo della città sia strettamente legato alla sua fortunata posizione geografica.
Nel tempo ho imparato a capire quanto fosse importante per me conservare quel prezioso patrimonio che rende Verona unica e irripetibile, facendo della mia passione anche il mio lavoro. Il passato medievale della città che, ancora oggi chiamiamo comunemente “scaligera”, è solo un piccolo frammento di un percorso secolare, raccontato non solo dai monumenti, ma anche dalle vicende delle persone che di Verona hanno fatto la storia. Ho voluto dunque racchiudere il passato della città nelle avventure di personaggi più o meno celebri, che attraverso la loro vita, i viaggi e i racconti hanno fatto conoscere Verona al mondo. Il libro è un viaggio nella mia quotidianità, che racconta gli oggetti, i palazzi, le istituzioni e le tradizioni che ogni giorno incontro mentre cammino trafelata per le vie del centro e dei quartieri storici.
Sono stati i fortunati incontri della mia vita a farmi capire quanto sia entusiasmante conoscere a fondo le proprie radici e i luoghi che si incontrano durante il proprio percorso.
L’obiettivo di questo libro è quello di condividere la passione per la mia città attraverso le sue storie più curiose, rallentando davanti alla bellezza e guardando il mondo sempre a testa in su».

 * * *

Un brano estratto da “Le incredibili curiosità di Verona” di Giulia Adami (Newton Compton)

undefined

L’oro di Verona è fatto di pane

Sull’«Arena» pubblicata in data 21-22 marzo 1894, compare per la prima volta un bizzarro inserto pubblicitario intitolato Pan d’oro. Le poche righe stampate enunciano l’invenzione di un dolce che, da quel momento in avanti, comparirà usualmente sulle tavole dei veronesi: «Il pasticcere Melegatti riassumendo la conduzione della sua antica rinomata Pasticceria in Corso P. Borsari 21 avverte la benevola e numerosissima sua clientela di aver allestito un nuovo dolce che per la sua squisitezza, leggerezza, inalterabilità e bel formato l’autore lo reputa degno del primo posto nomandolo Pan d’oro». Domenico Melegatti era un talentuoso pasticciere veronese che, da oltre cinquant’anni, addolciva la quotidianità dei cittadini scaligeri con le invenzioni dolciarie più stravaganti, accanto ai dolci tipici della tradizione locale, come il natalino, i savoiardi o la brasadella di Pasqua. A dirla tutta, Melegatti era un vero e proprio vulcano di idee, non solo nell’ambito della pasticceria: fu proprio Domenico a inventare infatti gli antenati del dado e degli estratti di carne, che definiva, sulla rivista «Arte e Lavoro» del 1908, «caramelle di carne, inalterabili e sempre morbide» e «polvere di carne che permette l’istantanea preparazione del brodo». Il brevetto industriale fu rilasciato dal ministero di Agricoltura industria e commercio del Regno d’Italia il 14 ottobre del 1894, anche se, come attesta l’avviso pubblicitario dell’ «Arena», il dolce era già da tempo conosciuto in città e veniva commercializzato da almeno sei mesi. L’attestato fu, dunque, la conferma di un successo già ottenuto e la nascita effettiva del nome con cui ancora oggi chiamiamo il dolce, un’unica parola semplice e immediata da ricordare: pandoro. Si narra che questo nome provenisse da una fortuita frase pronunciata da uno dei garzoni di bottega, che, davanti al primo dolce sfornato, avrebbe esclamato in dialetto: «l’è proprio un pan de oro!». La celebrità di Melegatti e del suo pandoro innescò immediatamente una corsa all’imitazione: tutti i pasticcieri della città infatti, poco dopo il rilascio del brevetto, si lanciarono nell’impresa di replicare fedelmente il nuovo dolce modaiolo, scatenando la creatività e la goliardia delle testate giornalistiche locali. Tuttavia, Melegatti, oltre ad essere un ottimo pasticciere, era anche un gran burlone e in risposta alle rime di satira pubblicate sul giornale «Can da la Scala», nel 1896, indisse una sfida dolciaria: il pasticciere che fosse riuscito a replicare l’originale ricetta del pandoro e si fosse presentato presso la sua pasticceria con le dosi corrette, avrebbe ottenuto il premio di mille lire! Inutile dire che nessun pasticciere ebbe l’ardire di presentarsi al cospetto dell’inventore e che la soddisfazione di Melegatti fu tale da riportare la storia sul primo incarto del dolce: «Quando apparse il primo pandoro per far tacere la voce sparsa che la pasta del Pandoro mi venne insegnata, pubblicai in tre importanti giornali Cittadini l’offerta di Lire mille a chi potesse provarlo, ma nessuno si presentò». Nessuno poteva conoscere i veri segreti della realizzazione del pandoro, poiché non solo Melegatti aveva elaborato un’originale ricetta per l’impasto, ma aveva anche inventato un nuovo forno a calore continuo e l’inconfondibile stampo con la base a forma di stella.

La corsa al plagio del pandoro di Melegatti era, in parte, comprensibile, dal momento che il pasticciere aveva inventato un nuovo dolce di grande successo, ma partendo da un’idea che aveva le sue radici nella tradizione culinaria popolare della città. La cucina veronese è povera per antonomasia e annovera diverse ricette di provenienza popolare. Una di queste è la ricetta del famoso natalino, un dolce che, come dice lo stesso nome, era consumato a Natale sulle tavole dei veronesi e che era nato nella campagna scaligera. L’impasto, chiamato levà, era a base di farina, latte e lieviti e veniva realizzato la notte della Vigilia per ottenere un lievitato corposo, che la mattina di Natale veniva rifinito con uvetta e pinoli. L’intuizione di Melegatti fu dunque quella di arricchire quel povero impasto con uova e (tanto) burro e di eliminare le aggiunte di uvetta e pinoli, che avrebbero solamente appesantito il dolce, impedendo una lievitazione consistente. D’altronde, il segreto del pandoro era la sofficità estrema dell’impasto e tutto andava calibrato al milligrammo, per ottenere quell’irresistibile morbidezza. La genialità dell’uomo, dimostrata in lunghi anni di successo, era pari alla sua voglia di esportare i suoi prodotti, per farli conoscere anche al di fuori delle mura scaligere: a distanza di qualche anno, Melegatti, sfruttando brillantemente le possibilità offerte dai nuovi strumenti di comunicazione, aprì il primo negozio a Milano, in corso Vittorio Emanuele. Fu anche uno dei primi ad utilizzare la vendita per corrispondenza, per poter raggiungere, con il suo pandoro, tutte le parti del mondo. Tutta questa celebrità richiedeva una grande attenzione commerciale che portò Melegatti a ideare un “marchio parlante”, riconoscibile da tutti per la sua immediatezza. Fu così che comparve, su tutti gli incarti e i nuovi imballaggi da viaggio, il nuovo stemma dell’azienda; un gioco di parole che richiamava il cognome del pasticciere, tanto curioso quanto amabile: il pandoro affiancato da due gatti rampanti, il tutto sovrastato da un tralcio di mele. Il pandoro non fu, però, l’ultima invenzione di Domenico, che nel 1904 ottenne il brevetto per un nuovo dolce lanciato sul mercato: il Pan Reale. Si trattava di un impasto che prevedeva l’utilizzo del cacao, un ingrediente da sempre considerato ostico per la buona lievitazione. Il 1914 portò tuttavia forti cambiamenti nell’azienda: nel pieno della crescita dell’attività, Domenico Melegatti morì senza eredi, lasciando la sua pasticceria a una nipote, Irma, sposata con Virgilio Turco, che all’epoca gestiva attivamente il negozio di Milano. Turco non esitò a chiudere la sede milanese per fare ritorno a Verona e continuare la tradizione di famiglia nel luogo dove questa era nata. Di lì a poco, la povertà lasciata dalla guerra e il rincaro del prezzo dello zucchero causarono anni di difficoltosa gestione dell’azienda. Negli anni Venti del Novecento, dopo una lenta ripresa, la Melegatti fu investita da una nuova ondata di successi, che fruttarono ai proprietari numerosi diplomi e medaglie di merito. Era giunto il momento di dimostrare l’avvenuta rinascita dell’azienda, coronando gli anni di impegno profuso nel lavoro dai proprietari e dai collaboratori con un brillante progetto: fu così che il palazzo di porta Borsari, che ospitava l’antica pasticceria, fu ristrutturato per volere di Virgilio Turco, che lo trasformò in un lussuoso palazzo… sormontato da due enormi pandori di pietra! Nonostante la trasformazione dell’edificio in un palazzo signorile, la produzione rimase collocata nella sede originaria della pasticceria fino al primo dopo guerra, anche se le difficoltà di organizzazione logistica iniziarono a farsi sentire già dai primi anni Quaranta. Nel 1951, fu così deciso lo spostamento del laboratorio nella nuova sede situata nelle vicinanze di Porta Nuova, all’epoca considerata una zona periferica della città; il palazzo, dalle forme estremamente moderne, divenne il simbolo del nuovo sviluppo economico della storica pasticceria, che fu convertita da Virgilio Turco in una società a responsabilità limitata. Solo due anni più tardi, fu affiancata alla produzione del pandoro quella della colomba, una novità commerciale che portò la Melegatti a divenire il simbolo delle festività per le famiglie della nascente borghesia industriale: il pandoro divenne dunque il dolce natalizio per eccellenza, soppiantando il natalino, mentre la colomba il dolce pasquale. Per diventare, in breve tempo, un’icona nel mondo industriale degli anni Cinquanta, Melegatti aveva intensamente sfruttato il canale delle fiere, che a metà del Novecento erano il vero trampolino di lancio per le aziende in ambito commerciale. La trovata pubblicitaria pensata nel 1953 per la Fiera di Verona fu organizzare un trenino contraddistinto dal marchio Melegatti, che trasportava i visitatori a conoscere e vedere gli stand più interessanti. Nel 1955 fu aperto un secondo negozio nel centro storico della città, vicino ai portoni della Bra, anche se il vero introito dell’azienda continuava a provenire dalle spedizioni internazionali. Nel 1959, con lo sviluppo del sistema aziendale di marketing, fu inventata l’iconica confezione blu e il dolce divenne, dopo decenni di successi, il vero antagonista del panettone di Milano. L’intenzione principale dell’azienda veronese era rimasta però quella di riuscire ad affermare il pandoro come un dolce per tutte le stagioni, alla portata di ogni consumatore. E così fu. Nel 1961 il laboratorio di Melegatti fu trasferito in corso Milano, ottemperando alla necessità di ampliare gli spazi finalizzati alla produzione industriale. L’ampliamento portò a un notevole incremento dei ricavati e della fama dell’azienda su scala nazionale, promossa con campagne pubblicitarie di grande modernità, che approdarono addirittura, nel 1978, nello Spazio F, la fascia principale che ereditava il posto di Carosello. La sede fu ulteriormente spostata nel 1983 fuori Verona, a San Giovanni Lupatoto, dove era possibile sfruttare uno stabilimento di ingenti dimensioni. Il percorso iniziato da Domenico nel 1894 aveva raggiunto, in cento anni di storia, un successo inaspettato e, ancora oggi, camminando per il corso Porta Borsari, dirimpetto all’antica chiesa di San Giovanni in Foro, basta alzare gli occhi verso le due terrazze più alte dell’edificio per ricordare l’intraprendenza di quel geniale veronese. E sulla porta laterale del palazzo, nascosta nello stretto vicolo che si apre alla sinistra della facciata, il rebus di Melegatti ci fa ancora giocare: testine di gatti e mele circondano l’entrata della struttura, un piccolo tassello di tradizione cittadina, che mai ci fa dimenticare che i veronesi sono gran lavoratori rimanendo però sempre… tutti matti.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

* * *

La scheda del libro: “Le incredibili curiosità di Verona” di Giulia Adami (Newton Compton)

Dalla prosperità dell’insediamento romano alle lotte tra guelfi e ghibellini, dagli Scaligeri al Regno d’Italia, fino ai giorni nostri

Lo spirito di Verona si rivela nel fascino dei suoi colori, si scorge nei conci in pietra rossa dell’anfiteatro romano, nelle mille righe delle murature romaniche di tufo e mattone, nei brillanti affreschi rinascimentali e nelle sagome delle ville liberty. Nell’immaginario collettivo, Verona è la città romantica per eccellenza, un luogo d’incanto permeato dalla leggenda dell’amore di Giulietta e Romeo e divenuto, nel XX secolo, meta di pellegrinaggio per coppie di innamorati che nella città scaligera vedono l’emblema del sentimento amoroso. Passeggiando tra gli angoli nascosti e le piazze chiassose del centro storico, si colgono suggestioni di secoli e secoli di storia, da osservare con lo sguardo vivace di chi non conosce ma è sempre curioso di scoprire la vera natura delle cose. Un intreccio di racconti, storie e curiosità; in una parola: Verona.

Un viaggio tra le strade, le piazze, i luoghi più noti e gli angoli meno conosciuti della città degli innamorati

Tra gli argomenti trattati:

Dal colle al fiume
Da una città comune a una città signorile
Principi, artisti e mercanti
Nobili di sangue, nobili di cuore
La città cambia volto
L’età dell’oro e del cemento
Il carattere della città

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: