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MINA, IL POZZO E L’UOMO CHE RIPARA I RICORDI di Tea Ranno

dicembre 21, 2020

https://parrocchia.mozzanica.com/wp-content/uploads/2014/03/Samaritana.jpgUn racconto inedito di Tea Ranno, collegato al suo nuovo romanzo “Terramarina” (Mondadori), sul tema del farcela nonostante tutto, sulla possibilità di incontrare qualcuno che ti spingerà a dire che l’Amore c’è (soprattutto a Natale)

 * * *

È il modo di Tea Ranno, attraverso le pagine di Letteratitudine, per augurare buone festività natalizie (nonostante tutto) alle sue lettrici e ai suoi lettori.

* * *

di Tea Ranno

… nei giorni della fame

Un giorno che aveva troppa fame ha pensato di buttarsi nel pozzo.
Ci sono monete in fondo al pozzo, puoi comprarti il pane, s’è illusa.
Era stremata.
Anzi sfinita.
Anzi triste.
Anzi disperata
e quel giorno il pozzo è sembrata l’unica soluzione possibile: Mina non le parlava più nei pensieri, la creatura le mangiava ogni forza, tutta la strada le pesava nelle gambe, tutte le lacrime le calavano dagli occhi e dai capelli, tutto era niente, anzi, pianto: pianto come piange una bimba di quindici anni che vaga da sei settimane ed è ormai così stanca che vuole buttarsi nel pozzo. Non c’è Mina, non c’è spensieratezza, il giubbotto non basta a scaldarla, tutti parlano di scemenze, vestiti, trucchi, pizza, calici di vino
ci vediamo per l’aperitivo
ci vediamo per un cinema
ci vediamo per fare shopping
andiamo a correre
andiamo a teatro
andiamo a prendere un caffè
un gelato
un cartoccio di caldarroste
una birra
pizza e birra, dai!

Tea Rannoper te manco un pezzo di pane e hai quindici anni e certo che piangi, e allora: Basta, mamma, basta, non ce la faccio più, mi butto, mamma, tu prendimi, portami con te, che ormai non ce la faccio, te lo giuro, mamma, ci ho provato, ho capito la responsabilità, il bisogno di campare per quest’altro che mi campa dentro, ora scavalco, tu spingimi, mamma, così mi passa la paura, un volo e sono già con te…
e invece ti arriva una sberla, così forte che traballi e vedi uno, uno che ha mani che assomigliano a quelle dell’uomo che ripara i ricordi
una sberla forte, e però già lui non c’è
solo la sberla ti brucia forte
così forte che all’improvviso cresci, bimba scucita
e riprendi a camminare
e mangi la tua fame
e bevi la tua sete
e mordi a sangue le tue dita
il sangue ha sapore di nostalgia
il sangue sa di madre e di padre insieme
la creatura ti scalcia dentro e allora
inconsapevolmente
nel pensiero canti.

Poi arrivi a una strada imbandita, ci sono pentole che passano da un capo all’altro della lunga tavola, in questo paese hanno l’abitudine di apparecchiare ogni tanto per strada
e tutti gli abitanti della strada mangiano assieme
tu non ti avvicini, non appartieni a questa strada
neppure la bimba scucita vi appartiene
poi spunta un uomo che assomiglia a quello che ripara i ricordi
ma solo perché ha tanti capelli così bianchi che sembrano d’argento
è lui che ti dice Siediti
lui che ti mette i cerotti nelle dita
lui che ti parla senza farti domande
gli altri pensano che ti conosca
e ti sorridono
e non ti domandano perché sei così sciupata
dov’è che stai andando
cosa sono questi segni così scuri sotto gli occhi
cosa sono queste mani che tremano
perché non sei a scuola
perché non ti togli il giubbotto.
Non chiedono.
Ed è gentilezza che un giorno ricambierai:
non sai come, non sai quando
ma queste facce, questi occhi, questi sorrisi
ti si scrivono sulla pelle del cuore insieme a mille altre minimaglie che ti faranno dire un giorno: L’amore c’è
per ora niente, mangi la minestra con i ceci e le castagne
i dolci di san Martino
Mangia, ti dicono,
e tu mangi
perché pure la nausea ti sei mangiata nei giorni della fame
pure lo sfinimento
e ora ci sono i tuoi quindici anni di lupacchiotta che mangia col gusto e con la fame di una figlia del Signore venuta su questa terra a espiare le colpe degli altri
una che nei giorni della fame s’è mangiata pure le colpe e le espiazioni
e ora è soltanto una figlia del Signore che mangia pane e minestra
e si sente nel corpo le mille spighe della vita che le raggiano dentro un qualche cosa che assomiglia alla felicità
e al coraggio
che è felicità.

 * * *

[L’immagine di apertura, in alto, è la riproduzione dell’opera intitolata “Donna al pozzo di Giacobbe”, 1990, Ellwangen, Museo Sieger Köder, Germania]

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