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ALL WE ARE SAYING. L’ULTIMA GRANDE INTERVISTA di John Lennon e Yoko Ono (recensione)

dicembre 22, 2020

“All we are saying. L’ultima grande intervista” di John Lennon e Yoko Ono, a cura di David Sheff (Einaudi Stile Libero – traduzione di Nico Perre)

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di Massimo Maugeri

Quarant’anni senza John Lennon e sentirli tutti. Non c’era certo bisogno della celebrazione di questa ricorrenza per rendersi conto di quanto sia mancato e di quanto continui a mancare John Lennon a partire da quella maledetta sera in cui fu assassinato da un fan fuori di testa armato di pistola. Quattro colpi sparati alle spalle mentre John, insieme a Yoko, si apprestava a rientrare presso la propria residenza (palazzo Dakota, 72ª strada, nell’Upper West Side di New York, di fronte al Central Park).
Era l’8 dicembre 1980. Lennon aveva compiuto quarant’anni da poco e dopo cinque anni di silenzio artistico (John aveva deciso di “ritirarsi” temporaneamente anche per crescere il figlio Sean) era uscito il nuovo album realizzato da lui e da sua moglie Yoko: “Double Fantasy”. Gli anni ’60 e i ’70 erano oramai alle spalle e c’era tanta aspettativa per l’arrivo di questo nuovo ventennio che avrebbe condotto l’umanità alle soglie del 2000. Ma il tempo, per John Lennon uomo, artista, marito e padre si fermò intorno alle 23 di quell’8 dicembre, nonostante i tentativi disperati dei medici del Roosevelt Hospital di sottrarre l’ex beatle alle grinfie della morte.
Manca, John Lennon. E questi quarant’anni non hanno cancellato la sua stella artistica e la sua voce carismatica che continua a risuonare tra le canzoni dei Beatles e tra quelle composte e interpretate nella sua carriera solista (“Imagine”, su tutte). C’è però un modo per riavvicinarsi a John o, per chi non ha avuto modo di conoscerlo a fondo, per entrare nella sua vita e, in un certo senso, farne parte, anche oggi, a quattro decadi di distanza dalla sua scomparsa. In occasione del quarantennale della morte è stato infatti pubblicato un libro che può essere davvero considerato come una sorta di testamento spirituale, artistico e sociale che Lennon ha inconsapevolmente lasciato al mondo dei viventi, a coloro che avrebbero continuato il viaggio dopo la sua dipartita. Si intitola “All we are saying” di John Lennon e Yoko Ono (Einaudi Stile Libero, traduzione di Nico Perre, pagg. 300, euro 19), a cura di David Sherif. Il sottotitolo del libro è “L’ultima grande intervista”. Stiamo parlando, infatti, di una lunghissima intervista che John e Yoko rilasciarono a David Sheff (giornalista di «Playboy») in occasione, per l’appunto, del clamoroso ritorno sulle scene artistiche con l’album “Double Fantasy”.
Proviamo a ripercorrere la storia di questa lunghissima e memorabile intervista.
A partire dal mese di settembre dell’80, nel corso di qualche settimana, mentre ancora si stavano ultimando i lavori in sala di registrazione di “Double Fantasy”, Sheff incontra John e Yoko per intervistarli. Gli incontri si svolgono in vari luoghi e circostanze: all’interno del Dakota Building, nei caffè dei dintorni, persino all’interno dello studio di registrazione.
John e Yoko parlano con sincerità impressionante (come d’altra parte avevano sempre fatto). Parlano di loro stessi, della loro storia d’amore, della crisi che nella prima parte degli anni Settanta li aveva spinti alla separazione (con il trasferimento di John a Los Angeles), del figlio Sean. Parlano del loro passato, della carriera artistica di John nei Beatles. Parlano di arte, del mondo, della società, del nuovo album. Parlano di tutto, a 360 gradi. Leggendo queste pagine si compie un viaggio nel tempo e nello spazio, con un andirivieni continuo tra presente, passato e futuro (sperato e immaginato). Il tempo si ferma, si dilata, si allarga, si restringe. Le parole avvolgono, spiazzano, illuminano, sconvolgono, commuovono. Non solo chi ha amato i Beatles e John Lennon.
A proposito dei Beatles. Nell’ambito dell’intervista emerge, tra le altre cose, il fatto che John riteneva pressoché impossibile una re-union della band; ma non per una questione di rancori irrisolti. Apriamo una parentesi sui rapporti tra gli ex Beatles, per ciò che emerge dal libro/intervista di Sheff. John dichiara di essersi riappacificato con Paul (McCartney) mentre, a sorpresa, coglie l’occasione per lanciare una stilettata all’altro amico fraterno George (Harrison) perché quest’ultimo non lo ha nemmeno citato nel libro appena pubblicato (dove George parla di tutti coloro che hanno avuto un ruolo fondamentale per la sua crescita artistica). Nemmeno una parola su di lui (e John non la prende bene). Si tratta, con ogni probabilità, di un risentimento temporaneo e superabile. La stessa Yoko, nel corso dell’intervista, minimizza invitando John a ridimensionare la faccenda.
Tornando a Paul, invece, dopo una “guerra mediatica”, combattuta a furia di frecce scoccate attraverso le pagine dei giornali o, addirittura, attraverso canzoni della loro carriera solista (il riferimento è alla celebre “How do you sleep” di John) i due ex Beatles si sono riavvicinati. John racconta, per esempio, che poco tempo prima Paul è venuto a trovarlo proprio lì, a New York. E un sabato sera, mentre stanno guardando insieme alla tv il più seguito show di quel periodo, vengono sfiorati dall’idea di fare una capatina in studio, in diretta, per sorprendere l’America e il mondo. Ma sono stanchi e decidono di non dare seguito a quell’idea (che davvero avrebbe destato l’attenzione del pianeta). Eppure, nonostante, la riappacificazione con Paul, John non vede la possibilità di una ricomposizione del gruppo. Il motivo? Sono cambiati, sono cresciuti, non sono più quei ragazzi. Quale sarebbe il senso di riformare la band? Non sarebbe più la stessa cosa di allora. Il mondo cambia, le persone cambiano. Fra tutti, forse è proprio lui quello che è cambiato di più. Tanto per cominciare non si comporta più come il bulletto dei primissimi tempi. Non è più il ragazzo manesco di Liverpool, pronto a fare a pugni alla prima occasione. Ora è un ex violento convertito al pacifismo assoluto. Non è più il maschilista donnaiolo che aveva sposato la ragazza che aveva messo incinta. Adesso è un padre, capace anche di fare da madre. Anzi, con Yoko i ruoli si sono invertiti. Lui fa il casalingo e il “mammo”, gioca con Sean, pensa a cucinare, a fare il pane (una delle se nuove passioni), a gestire casa (certo, con l’aiuto inevitabile di alcuni domestici), mentre Yoko cura gli affari, il business. D’altra parte è una scelta pragmatica. Genio e capacità manageriali non sempre vanno a braccetto. A differenza di Paul (che è ancora oggi uno dei più grandi manager nel mondo dell’industria musicale), per la gestione degli affari John non era molto portato. In ogni caso, tra lui e Yoko, se la cavava molto meglio Yoko (la quale era stata persino capace – e John lo ribadisce come occasione di vanto – di vendere una mucca a duecentocinquantamila dollari). Gli anni a venire hanno dato conferma di questa attitudine dell’artista giapponese. Yoko, dopo la morte di John, sebbene affranta dal dolore della perdita, è riuscita a mantenere sempre vivo il ricordo e la voce artistica del marito; e ancora oggi il giro di affari che ruota attorno al nome e alla musica di Lennon produce soldi a palate.
Rimanendo sul versante Beatles, nella parte finale del libro John – incalzato dalle domande di Sheff – passa in rassegna l’intera produzione musicale dei Fab Four rivelando quali canzoni – tra quelle firmate Lennon/McCartney – erano di sua composizione (commettendo errori in almeno una circostanza, per la verità), quali quelle che avevano scritto insieme e quali quelle composte da Paul in solitaria. Ed è sorprendente come John sia tagliente e supercritico anche nei confronti di sé stesso e di alcuni brani musicali (di cui, a suo dire, non si sentirebbe la mancanza se non esistessero).
Torniamo al John Lennon pacifista.
Dal punto di vista artistico, l’impegno pacifista di Lennon è già riscontrabile sul testo della canzone dei Beatles, da lui scritta, intitolata “Revolution” (Rivoluzione). Siamo nel pieno del movimento del ’68 (il brano, infatti, uscì come singolo il 28 agosto 1968; e poi, sempre nello stesso anno, in una versione meno aggressiva, all’interno del doppio album “The Beatles”, noto come “White album”). Con questo brano musicale, Lennon prende posizione sulla piega violenta che il movimento ispirato principalmente a una ideologia marxista-maoista stava prendendo in quegli anni. Il testo recita: «Dici di volere una rivoluzione, bene, tutti vogliamo cambiare il mondo. Ma quando parli di distruzione, sappi che non puoi contare su di me». E poi, ancora: «È meglio invece che ti liberi la mente. Ma se te ne vai in giro con i ritratti del presidente Mao, non ce la farai con nessuno in nessun modo».
Nella carriera solista sono soprattutto due le canzoni che attestano l’impegno civile e artistico di John a favore della pace. La prima si intitola “Give Peace a Chance”, ed è un singolo del 1969 della Plastic Ono Band (gruppo fondato da John e Yoko poco prima dello scioglimento ufficiale dei Beatles). Un verso di questo brano musicale, peraltro, dà il titolo al libro di cui stiamo parlando qui. “Give Peace a Chance” fu scritta durante la celebre luna di miele di John e Yoko, tra Amsterdam e Montréal, nota come Bed-In. Quando un giornalista chiese loro cosa pensassero di ottenere standosene a letto, Lennon rispose: «All we are saying is give peace a chance» (Tutto quello che stiamo dicendo è date una possibilità alla pace). La canzone nacque dall’esperienza del Bed-In ed uscì nel 1969. In breve divenne l’inno pacifista per eccellenza: quello delle manifestazioni anti-guerra del Vietnam e dei movimenti di protesta della controcultura. Il 15 novembre del 1969 “Give Peace a Chance” fu intonata da una folla di mezzo milione di dimostranti durante una manifestazione a Washington D.C. in occasione del Vietnam Moratorium Day. Undici anni più tardi, nel dicembre del 1980, dopo l’assassinio di Lennon, i fan si riunirono fuori dal Dakota Building e iniziarono a cantare per ore “Give Peace a Chance” (il singolo rientrò in classifica nel gennaio 1981).
Nel tempo, tuttavia, il ruolo pacifista di John Lennon è stato incardinato in quello che possiamo considerare come uno dei brani musicali più noti al mondo (forse il più noto in assoluto): “Imagine”, pubblicato nel 1971. Anche questo brano acquistò ulteriore celebrità dopo la morte di John: il singolo rientrò in classifica nel gennaio 1981, salendo fino in prima posizione e rimanendo in vetta per quattro settimane. Negli anni a seguire il brano “Imagine” è sempre stato punto di riferimento, soprattutto nei momenti in cui pace e libertà mondiali sono state pericolosamente minacciate: come in seguito agli attacchi del’11 settembre o, giusto per fare un altro esempio che si ricorderanno in molti, la mattina successiva agli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, allorquando il pianista tedesco Davide Martello si mise a suonare la canzone al pianoforte in strada davanti alla sala da concerti del Bataclan (dove 89 persone erano rimaste uccise la notte prima).
Torniamo al libro (“All we are saying”).
Nella seconda prefazione (quella firmata nel 2020) David Sheff ricorda uno dei tanti episodi di cui la lunghissima intervista a John e Yoko è piena…
È passata la mezzanotte. John e David sono, appunto, impegnati in una delle sessioni di registrazione dell’intervista. Si soffermano a parlare nella penombra della cucina con una radio accesa in sottofondo. Sentono la notizia di una dimostrazione contro le armi nucleari e da lì si mettono a discutere di politica nucleare e delle radici della violenza. A un certo punto John dice: “Il Mahatma Gandhi e Martin Luther King sono esempi perfetti di persone fantastiche, non violente, morte in modo violento. Non riuscirò mai a capirlo. Siamo pacifisti, ma non so che cosa significa essere così pacifisti da finire per essere uccisi. Non riesco a comprenderlo”.
Nell’ambito della postfazione Sheff commenta, a sua volta: “Non sono mai stato in grado di capire la morte di John. Non potrò mai comprenderla”.
È difficile, davvero difficile, ancora oggi, fare i conti con la morte di John Lennon, con il modo assurdo, paradossale e inaccettabile con cui è stato strappato alla vita.
C’è un passaggio molto interessante, a pagina 35 del libro, dove John – pieno di entusiasmo e di aspettative per il futuro – dice «Che cosa è successo? Siamo qui: io compio quarant’anni, Sean cinque. Che bello! Siamo sopravvissuti! Tra poco compio quarant’anni e la vita comincia a quarant’anni, così dicono. Oh, ma ci credo anch’io. Perché mi sento bene. Sono entusiasta. È come a ventun anni, come compiere ventun anni. È come dire: Wow! E adesso che succederà?».
Nessuno, in effetti, poteva immaginare ciò che sarebbe successo da lì a poco.
«Il 7 dicembre», scrive Sheff nell’epilogo del libro, «Yoko mi chiamò per dire che l’intervista uscita in edicola il giorno precedente, le era piaciuta molto. Disse che era piaciuta anche a John e che era contento.
Il giorno successivo, l’8 dicembre, John non c’era più».

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La scheda del libro: “All we are saying. L’ultima grande intervista” di John Lennon e Yoko Ono, a cura di David Sheff (Einaudi Stile Libero – traduzione di Nico Perre)

Dalla fine dei Beatles a Elvis Presley, dall’infanzia con la zia ai trip di Lsd, dal significato dei brani piú celebri alla storia d’amore con Yoko. La leggendaria intervista rilasciata pochi giorni prima di morire che lo stesso Lennon definí «la piú completa e profonda, quella definitiva».

Dopo un lungo periodo lontano dai riflettori, nel settembre del 1980 John e Yoko accettarono di incontrare David Sheff per rilasciare a «Playboy» quella che sarebbe diventata la loro intervista testamento. Nel corso di alcune settimane, nel celebre Dakota Building di New York dove i due abitavano, o nei caffe circostanti o ancora in studio di registrazione, John e Yoko discussero apertamente degli argomenti piú vari, immortalando alcuni degli aneddoti piú intimi, sorprendenti e inediti della coppia: dalla loro temporanea separazione, che portò Lennon a vivere a Los Angeles, alla decisione di John di fare il casalingo per badare al figlio Sean; dalla nascita, l’ascesa e la fine dei Beatles, all’analisi (e la stroncatura), canzone per canzone, dei pezzi piú famosi scritti dai Fab Four.nPassata alla storia come l’ultima grande intervista, All We Are Saying è un documento ricco, vivido e indimenticabile, che getta uno sguardo unico sulle figure di Lennon e Ono in quanto individui, artisti e amanti.

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