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TUTTA MIA LA CITTÀ di Letizia Dimartino

gennaio 5, 2021

“Tutta mia la città – ovvero dalla marina a Beddio” di Letizia Dimartino (Archilibri): recensione e intervista all’autrice

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di Simona Lo Iacono

C’è sempre un luogo, per chi scrive, c’è sempre un mondo. Non quello reale, che scorre veloce e sfalda spesso la sua apparenza. Ma quello che origina dalla connessione delle parole, dal loro aggregarsi in una vera e propria entità che si fa attraversare.
In quel luogo abita Letizia Dimartino.
Di lei non è possibile dire che racconti una città, sebbene il titolo del suo libro (“Tutta mia la città”, editore Archilibri) indurrebbe a pensarlo. Ma piuttosto che la crei nel momento stesso in cui ne scrive.
Il suo sguardo, infatti, non è osservazione ma scandaglio dell’abisso e della perdita, del riconosciuto e dell’estraneo.
La prosa di Letizia non ha lo scopo di fare un resoconto dei luoghi, ha piuttosto l’estatica solennità delle giagulatorie di Chiesa, la stessa vastità incorporea, afflitta, che sa odorare la notte stanando in essa fuochi senza fumo, che sa assaporare un biancomangiare cogliendovi i residui addolorati di un tempo domestico, dolcissimo, che non ritorna.
Mai, in lei, la visione resta in se stessa.
Piuttosto apre strade, fa sfrigolare l’ombra della fata Morgana. Tutto nella sua prosa è avvolto da una patina incendiaria, dalla mano sapiente di un pittore di abbagli. Nel descrivere la sua Ragusa, le strade, le piazze, le campagne trasognate, le trazzere su cui sgaloppavano asini affaticati, gli Iblei come monoliti e antichissimi testimoni, Letizia non vuole solo ricordare. Ma rendere all’esperienza umana ciò che veramente le appartiene, la beatitudine e l’impossibilità della sua durata, il mirabile e il caduco, tutto ciò che chiamiamo tempo e che invece è destinato a essere – per sua stessa natura – rivelatore o di un Padre o della morte.
In tutto il suo slancio linguistico freme sempre un oltre, giace sempre una consapevolezza di precarietà. I luoghi non sono forse l’ultimo eremo a cui agganciare ciò che resta vivo? E dopo? Quale altra strada si apre nel luogo, quale altro tempo, inclassificabile ed eterno?
Ecco perché Letizia Dimartino non è una cantrice del mondo, ma una creatrice di esso, e del senso (salvezza, perdizione) verso cui – con dolore – corre.

-Letizia, le chiedo, questo tuo scritto non è prosa, né racconto di luoghi. Piuttosto contemplazione. Credo che scrivere sia per te una progressiva rivelazione. E’ così?
L'immagine può contenere: 2 personeFu rivelazione quando cominciai a scrivere poesie. Durò per meno di venti anni. E fu una meraviglia continua per me, poiché avevo in cassetto solo prosa e mai, dico mai, mi ero cimentata con i versi. E invece avvenne spontaneamente e riempì i miei giorni di stupore. Spesso mi chiedevo se fossi io quella che al mattino si svegliava con il desiderio forte di dire, in parole e sentimento, della mia vita nuova. E di quella lontana. Dell’amore e del tempo. Il tempo che è filo conduttore anche nella prosa poetica che mi pervade. Il tempo trascorso e vissuto negli occhi, nel petto, nella mente. E ancora adesso sono sempre qui a scrivere con la sorpresa emotiva di chi crede di stare iniziando adesso, in un gioco di verità e di dolore. Perché ė anche sofferenza questa rivelazione giornaliera.

-Raccontaci di te, quando scrivi, da quando, verso cosa.
Scrivo costantemente dal 2000. Avendo iniziato appunto con la poesia in quegli anni. Ma da giovane avevo avuto sempre il desiderio di avere talento. Era una idea fissa. Scrissi infatti così: “Un giorno dell’81 dissi che il mio desiderio era avere il talento letterario. Ero in auto e il mio futuro marito mi ascoltava. Eravamo sotto i balconi barocchi della nostra città, decorati con maschere e facce a volte irriverenti. Era un pomeriggio sereno. E io ero battagliera. Ma sapevo anche che non avrei raggiunto niente. Che si trattava di un pensiero inutile. Poi tramontò sui palazzi grigi, in fondo alla via in salita. E mi scordai. O forse no. No”. Scrivo serenamente senza essere presa dal così detto sacro fuoco, ma come necessità intrinseca, come vitalità interiore, come naturalità. Io e le parole. Io e i ricordi. Lo faccio senza troppa concentrazione intorno, fra i fatti del giorno, con le incombenze di chi si occupa di me, con le persone che si affacciano nella vita mia intensa. E niente ricorreggo. Vale sempre la prima stesura. L’istinto che vince su tutto. La verità che emerge, il passato che mai può finire.

-“Tutta mia la città”, è anche un modo per dire che ci appartiene solo ciò che sappiamo veramente contenere – o conservare – in noi. Cosa contiene oggi il tuo cuore?
Ho scritto della mia vita di bambina, fra le stanze e gli oggetti. Il cibo e le preghiere incessanti. I genitori e i parenti. Il fuori e il dentro. La paura della fanciullezza e le case che mi attorniavano. L’amore per la madre, il padre infelice. I loro profumi, i loro corpi. Il cibo e i vestiti. Tre città desiderate. In un tam tam agitato, fra sogni notturni e giornate straziate. Io che crescevo. Io in tutto. Nel flusso che travolge la parola e si discosta dalla liricità. Ma diventa movimento di pensiero, trasformando le angosce di bambina per giungere ad un oggi diverso fatto di natura e di sereno immaginare, cercando di dare suggestioni, atmosfere, misteri percepiti con l’acutezza della sensibilità infantile. C’è un luogo comune secondo il quale l’autore è la persona meno adatta a comprendere il proprio libro. Questo probabilmente vale per gli scrittori di libri comunemente comprensibili, cioè pieni di significato. Io ho un cuore purtroppo non pacificato, perché la malattia cronica mi impone domande e mai risposte. Cerco però di vivere non alla giornata, e dispongo desideri di scrittura dentro, in quel dentro che mi aiuta e mi segue. Paga di almeno questo. Ho il cuore di chi è finalmente certo di avere un dono vero. E qui ritorno allo stupore di cui ho detto all’inizio. Sono io, e io ho questo cuore. Per me e per gli altri che vogliono leggermi. Sì, il cuore. Che vince su tutto, finché potrò aprirlo con generosità di scrittura, con una mano che potrà ancora digitare, nel dolore. Perché ho anche il cuore del dolore. Quello che mi fa dire. Che mi unisce a tanti. E che unisce i tanti a me. Lo scambio del cuore. E la memoria che resiste e si fa grande.

-Grazie, carissima Letizia.

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La scheda del libro: “Tutta mia la città – ovvero dalla marina a Beddio” di Letizia Dimartino (Archilibri)

img-bookUn diario lungo tante vite. La famiglia, con oggetti pensieri malattie luoghi persone genitori ricordi, Sicilia. E città. Un tempo che sembra non finire e che finirà invece nella malinconica constatazione che è un mondo in parte già scomparso, fermo nel pensiero, privo del verso, ma anche a tratti poesia. Ironia e sofferenza, momenti di solitudine e di stupore, raccontati giornalmente, con le stagioni che cambiano e i decenni che si rincorrono. E i due secoli a cavallo.Oggi la curva di una strada alberata, ieri un vicolo dai palazzi cadenti, le feste comandate, il negozio all’angolo di una via che non esiste più, la città che si fa protagonista, la bellezza che finisce, il tempo. Sempre il tempo. E niente ha un significato. Solo la confusione della vita che alla fine si fa ferma. Con la nostalgia e pure la crudeltà del presente. Una prosa poetica, suddivisa per temi e quadri, come affreschi di scrittura.

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Letizia Dimartino è nata a Messina nel 1953 e vive a Ragusa, dove ha fatto a lungo l’insegnate. È autrice dei seguenti volumi di poesia: Verso un mare oscuro (Ibiskos, 2001), Differenze (Manni, 2003) e Oltre (Archilibri, 2007), Metallo (Circolo culturale Rhegium Julii, 2010), Ultima Stagione ( Ladolfi Editore, 2012), Stanze con Case ( Ladolfi Editore, 2015). l’ultima sua opera in prosa, Direzione inversa (Il seme bianco, 2017). Ha ricevuto diversi riconoscimenti nazionali e i suoi versi sono stati pubblicati e recensiti sulle riviste letterarie «Atelier», «Polimnia», «Poeti e Poesia». La silloge Cose nel 2010 è apparsa sull’Almanacco dello Specchio 2009 (Mondadori, 2010), mentre la raccolta Fino a quando esisto è inclusa in «Quadernario – Almanacco di poesia 2015», curato da Maurizio Cucchi per LietoColle. Sue poesie e recensioni sono apparse su diverse riviste letterarie, tra cui «Atelier», «Polimnia», «Poeti e Poesia», «Poesia» (con 25 poesie, a cura di Maria Grazia Calandrone), «Almanacco del ramo d’oro», «La Mosca di Milano», «La Recherche». Racconti e poesie si trovano anche online su corriere.it, rainews.it, ilfattoquotidiano.it, aterlierpoesia.it, carteggiletterari.it.

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