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UN CASO TROPPO COMPLICATO PER L’ISPETTORE SANTONI di Franco Matteucci: incontro con l’autore

gennaio 7, 2021

“Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni” di Franco Matteucci (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Franco Matteucci, autore e regista televisivo, vive e la­vora a Roma. Ha scritto, tra gli altri, i romanzi Il visionario (finalista al pre­mio Strega, premio Cesare Pavese e premio Scanno), Festa al blu di Prus­sia (premio Procida Isola di Arturo – Elsa Morante), Il profumo della neve (finalista al premio Strega). È autore della serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispetto­re Marzio Santoni: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve, Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, Delitto con inganno, Giallo di mezzanotte, Il mistero del cadavere sul treno. I suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi, tra cui Stati Uniti, Inghilterra, Russia, Ca­nada e Australia e si sta lavorando al progetto di una serie TV.

Il nuovo romanzo di Franco Matteucci (uscito oggi, 7 gennaio 2021) si intitola Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni ed è pubblicato da Newton Compton, come i precedenti.

Abbiamo chiesto a Franco Matteucci di raccontarci qualcosa su questo nuovo romanzo (di seguito pubblichiamo il primo capitolo) e una suggestione sulla sua genesi (e, in generale, sulla genesi dei suoi libri)…

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«La mia casa, quella dove abito e scrivo, sta tutta nella mia mente», ha detto Franco Matteucci a Letteratitudine. «È in quei confini immensi che si formano le idee. Stanze luminose che si intrecciano infinite, con salotti dal profumo di rosolio dove si compiono sanguinosi delitti, letti dove le più belle donne si spogliano solo per te…
Spesso nei film si vede lo scrittore inserito in straordinari scenari, magari in un cottage nel bosco, vicino a un lago circondato da abeti secolari, o in uno studio con vetrata sul mare imbiancato dalla luna.  Mi ricordo che in uno dei miei romanzi sul detective Marzio Santoni detto Lupo Bianco, le scene della bufera e l’infinita sciata del protagonista sono state scritte in un’angusta camera di Filicudi, mentre infuriava un caldo vicino ai quaranta gradi. Posso scrivere ovunque, su un treno, sulla scrivania di un collega, in attesa di un incontro al bar. Per me essere scrittore vuol dire risiedere nella mente, è lei che ti prepara le storie, che ti sviluppa i personaggi, una luce che sta sempre accesa, che lavora indefessa, anche quando dormi, un tarlo, una ferita che si rimargina solo quando hai trasportato tutto sul computer.
Nella realtà, la casa in cui scrivo ha mantenuto la sua struttura imperfetta, scale che si allungano storte, muri che si piegano, tetti con travi disuguali, un camino che racconta ancora con i suoi fumi la storia di polente bollite, di salcicce bruciate. Il fatto che nella nostra casa niente sia a piombo aggiunge una precarietà misteriosa che ritrovo spesso nella mia mente. Sembra inventata dalla fantasia di uno scrittore. Anche la via ha un nome straordinario: Vicolo brutto. Per questo mi piace. Le finestre piccole e lunghe inquadrano panorami eccezionali, fette di campagna aerea, uliveti, pianure con mari immaginari. Da quando stiamo quassù non guardiamo più la televisione e non dovrei dirlo perché quello sarebbe il mio lavoro. Si vive con la porta aperta sulle scale, con la luce che s’infila a sorpresa e illumina ogni volta qualcosa di diverso, anche il sole non sembra seguire una sua traiettoria, divaga. Dopo aver scritto si dorme bene sotto il vecchio tetto. Stanotte ho sognato che da fuori arrivava un annuncio lanciato con il megafono: «Donne, donne è arrivato lo scrittore, venite donne. C’è per voi lo scrittore». Sono corso a vedere. In piazza, al centro, sotto il Municipio, c’era una motoretta Ape piena di libri. Circondato da tante signore vestite a fiori, Italo Calvino, il mio scrittore preferito, vendeva le copie del suo libro Il barone rampante

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Il primo capitolo del romanzo “Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni” di Franco Matteucci (Newton Compton)

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Capitolo primo

 

La porta del casotto dei cronometristi era incastrata dalla ruggine. Ivan Perri si rincuorò, dopo di lui nessuno l’aveva aperta. Era il nascondiglio più sicuro, anche se quel giorno, domenica 12 agosto, doveva stare in guardia. Alzò gli occhi sull’ovovia, che transitava zeppa di turisti proprio sopra la sua testa. Un’invasione barbarica. Ivan avrebbe voluto afferrare un bazooka per colpire e abbattere gli ovetti colorati che dondolavano spensierati nel cielo azzurro. Soprattutto per incenerire la coppietta che passava in quel momento, con un cane, due figli e quattro cestini per la raccolta di funghi e mirtilli. Sporchi predatori: avrebbero massacrato il bosco e tutto ciò che non apparteneva loro. Creature sudaticce che venivano a Valdiluce solo per freddarsi il culo.
Ivan non aveva più tempo a disposizione. Doveva infilarsi al più presto nel suo “nido”, scaricare l’energia che gli si era accumulata dentro e disinnescare quella “bomba a mano” che avrebbe potuto fargli commettere altre nefandezze. Dopo numerosi tentativi riuscì finalmente a sbloccare la porta. Prima di entrare lanciò un altro sguardo verso l’ovovia. Il suo era un eccesso di prudenza: chi si sarebbe mai soffermato su quell’anonima costruzione in legno, con il tetto di lamiera? Sembrava un banale deposito degli attrezzi. E pensare che durante l’inverno diventava il palcoscenico più importante di Valdiluce. Si animava di colori e di bandiere. Sotto lo striscione dell’arrivo si radunava una folla festante per seguire le gare di discesa libera. Un altoparlante enorme, collocato sul tetto, amplificava la voce dell’annunciatore che commentava i risultati. Ivan ebbe un punto di vuoto, precipitò nella memoria. Per lui la nostalgia era la peggiore nemica: le parole di Gaetano Coppi, lo speaker, risuonarono nella sua mente: «Un minuto, 47 secondi, 8 decimi: Ivan Perri ha realizzato il miglior tempo ed è il nuovo campione italiano allievi di discesa libera!».
Sullo schermo gigante, accanto alle fotocellule dei cronometristi, brillava la sua immagine di giovanissimo discesista…
Ivan sbatté la porta del casotto con violenza per scacciare da sé l’ombra dei ricordi.
All’interno trovò un topo morto, puzza di marcio, un intreccio di ragnatele. Sistemò sul pavimento il grosso zaino. Poi camminò su e giù come fa un cane, per lasciare il suo odore ovunque. Squarciò le ragnatele sventagliando un braccio come una spada. Aprì uno spiraglio d’aria dalla finestra che buttava su una distesa di piante di lamponi maturi, calciò fuori il topo morto. Il sole filtrava da una fessura del tetto in un fascio di luce intenso, quasi fosse un faretto elettrico. Sotto ci posizionò l’unica vecchia e sgangherata sedia. Quella sarebbe stata la sua tana. Ogni gesto l’aveva immaginato mille volte nelle notti lucide e prive di sogni. Dal pavimento sollevò una stecca e tirò fuori una piccola bottiglia di acquavite che aveva nascosto da molto tempo. Senza etichetta: era un distillato fatto in casa, illegalmente. Ne bevve subito due sorsi. Uno schianto di energia lo invase. Quella pozione magica gli era costata molti soldi e compromessi, un lusso, ma oggi era la sua festa di compleanno: diciassette anni! Schiacciò sotto il carrarmato dei suoi scarponcini un ragno che gironzolava sperduto sul tavolato polveroso. Raggiunse un piccolo mobile attaccato alla parete, dove d’inverno venivano custodite le classifiche delle gare di sci. Con cura tolse dall’interno un involucro avvolto in un sacchetto di plastica. Lo aprì, spolverò con delicatezza quello che in realtà era un album fotografico. Il suo mondo stava raccolto tutto lì. Ivan non aveva mai amato guardare i video sullo smartphone, gli piaceva sentire tra le mani la carta. Non volle affrettarsi. Si gustò il piacere di essere solo con quel “tesoro privato”. Da almeno cinque anni l’album era il protagonista del suo compleanno solitario. Per sicurezza ogni anniversario lo aveva festeggiato sempre in nascondigli diversi: a tredici anni aveva scelto la grotta del monte Reniccione, trascorrendo la festa in compagnia dei pipistrelli; l’anno dopo si era rifugiato sul monte Renaio, nella cabina motore della seggiovia ferma da tempo immemorabile; a quindici anni aveva scelto la tavola calda Lo Yeti, locale semidistrutto da una valanga, e si era sistemato nella zona self-service, sedendosi sull’unica panca rimasta. L’anno scorso aveva preferito il capanno dei cacciatori vicino al Fosso dei Sambuchi tra cartucce sparate, penne di merli e carboni di un fuoco spento da mesi. Ma il casotto dei cronometristi era il rifugio che più gli piaceva. E lo avrebbe scelto anche per il prossimo anniversario. Prima di sedersi, Ivan pulì a fondo la sedia con il fazzoletto rosso che portava sempre al collo, sia d’estate che d’inverno. Prese la bottiglietta e ne bevve altri due sorsi. Sentì aprirsi qualcosa dentro di sé. Finalmente era al sicuro e senza che nessuno lo potesse vedere. I tanti lacci stretti nella sua mente si stavano slegando.
Il giovane, con una lentezza esasperante, quasi che quel gesto avesse un significato rituale, aprì l’album, e si abbandonò alla prima foto. Quella di sua madre Miranda e lui piccolissimo che attraversavano la piazza di Valdiluce. La camicia bianca e i pantaloncini nuovi con le bretelle li aveva indossati solo per quella foto. Dietro l’obiettivo della camera si nascondeva il volto scarno del suo patrigno, Attilio Paciotti, morto giovane per cirrosi epatica. Da lui aveva imparato soltanto a ubriacarsi. Ci bevve sopra, ancora e poi ancora, e le immagini del suo piccolo passato iniziarono a muoversi, a intrecciarsi, a combinare uno strano effetto emotivo, e ciò che aveva cercato in quel rito solitario, accadde. Improvvisamente dal cuore partì un soffuso lamento, si ingigantì attraversando il petto, e smisurato deflagrò. Ivan Perri a diciassette anni si consentì quello che a diciassette anni non era più permesso. Pianse, sfogando tutte le forze nere che lo incastravano in una morsa. In ciascuna lacrima brillava una foto della sua vita. Si diluirono gli affanni e l’acquavite gli procurò uno stato di benessere. Allungò le gambe sulla sedia e finalmente si estasiò sull’immagine che lo perturbava più delle altre: lui, mascherato da Zorro, mentre abbracciava Miranda, vestita scollacciata con un miniabito di carnevale. Il petto rigoglioso della madre da sempre lo straniva e… Improvvisamente Ivan cadde dal sogno. Qualcuno stava entrando! La porta scricchiolò sulle tavole del pavimento: fu come se un pugnale lo centrasse sulla schiena. Il giovane scattò in piedi, pronto a difendersi, l’album fotografico scivolò a terra e centrò la bottiglia. Il liquore si rovesciò sulle foto. Senza riflettere Ivan si buttò in ginocchio per salvare il suo tesoro e per asciugare le immagini con il fazzoletto rosso. Trascurò l’uomo che lo raggiunse in un attimo, Ivan riconobbe il suo fiato dietro la schiena. La voce gli cadde addosso come un pugno. «Coglione, non ti vergogni di piangere ancora alla tua età?».

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni” di Franco Matteucci (Newton Compton)

È il 12 agosto e l’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, con il fido assistente Kristal Beretta si ritro­va a indagare sull’improvvisa morte di Ugo Franzelli, l’anziano medico condotto di Valdiluce. Cosa è ac­caduto in quella baita isolata tra le montagne? Nella sua vita intrecciata con strani personaggi, sostanze proi­bite, denaro e donne, Franzelli aveva curato i mali degli abitanti del paese ma ne aveva anche custodito i segreti: tra le sue carte c’è un dipinto incom­piuto dove in mezzo a una ghirlanda colorata spunta il volto di un giova­ne: potrebbe essere lui l’assassino? Il profumo di una pietanza che aleggia nella baita ossessiona l’ispettore, ma per la prima volta anche il suo infalli­bile olfatto sembra non riuscire più a individuare gli ingredienti. E a com­plicare il quadro è giunto a Valdiluce un gruppo di tosatori di pecore ma­ori, portando con sé un altro oscuro enigma: il loro capo Mikaere è riusci­to a insidiare il cuore di Ingrid Sting, la fidanzata di Santoni? L’indagine si disperde subito in decine di piste, perché tutti i testimoni hanno qual­cosa da nascondere. Tra rivelazioni incrociate e scambi di accuse, San­toni si trova a fronteggiare un caso terribilmente intricato, in cui ogni ricostruzione è un pasticcio, ogni in­grediente è un indizio.

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