Home > Incontri con gli autori > L’ULTIMA CANZONE DEL NAVIGLIO di Luca Crovi: incontro con l’autore

L’ULTIMA CANZONE DEL NAVIGLIO di Luca Crovi: incontro con l’autore

gennaio 11, 2021

“L’ultima canzone del Naviglio” di Luca Crovi (Rizzoli): incontro con l’autore e un brano estratto dal libro

* * *

Luca Crovi lavora per Sergio Bonelli Editore, dove dal 1993 si occupa della collana Almanacchi. Ha collaborato con «Italia Oggi», «Il Giornale» e «Max» occupandosi di musica. È autore di saggi e romanzi, da ultimi Noir. Istruzioni per l’uso (2013), L’ombra del campione (2018), L’ultima canzone del Naviglio (2020). Ha sceneggiato fumetti ispirati alle opere di Andrea G. Pinketts, Joe R. Lansdale e Massimo Carlotto. Per Marsilio è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) che ha inspirato l’omonima trasmissione radiofonica andata in onda su Radio 2, con cui ha vinto il Premio Flaiano nel 2005.

Di recente, per Marsilio, ha pubblicato Storia del giallo italiano (un’intervista all’autore è disponibile qui), nonché il già citato nuovo romanzo edito da Rizzoli e intitolato L’ultima canzone del Naviglio, ambientato nel gennaio 1929, mentre il Generale Inverno assedia Milano avvolgendola di bianco e il pugno di ferro della milizia fascista cala sulla città che sta cambiando da un giorno all’altro…

Abbiamo chiesto a Luca Crovi di raccontarci qualcosa su questo nuovo romanzo…

 * * *

«Quando mi sono messo a lavorare a “L’ultima canzone del Naviglio” (Rizzoli)», ha raccontato Luca Crovi a Letteratitudine, «avevo chiara in testa l’idea di voler raccontare ai lettori due eventi che in qualche modo hanno segnato Milano nel profondo: il Generale Inverno e la chiusura dei Navigli. Due episodi storici che accadono entrambi nel 1929 e portano la città da una parte a reagire e a riprendere le attività nonostante la neve e il gelo e dall’altra sembrano lasciarla indifferente davanti alla privazione per sempre delle sue vie d’acqua. imageQuando poi mi sono accorto che quell’anno è lo stesso in cui Toscanini e Mussolini hanno l’ennesimo battibecco alla Scala ho pensato che avevo già una bella mappa di eventi sui quali stendere la mia storia e via via che facevo le ricerche si sono inseriti nel libro eventi come la nascita dell’Autodromo di Monza, la Milano Sanremo, il volo di Bassanesi. Ho cercato così di strutturare una storia che avesse l’andamento di un’opera lirica con tanto di preludio, primo, secondo, terzo atto e gran finale e spero di esserci riuscito. Tutti i crimini raccontati nel libro a parte i due omicidi che muovono la storia sono realmente accaduti e dove ho potuto ho fatto parlare i personaggi usando i dialoghi loro attribuiti dai giornali e dalle intercettazioni dell’Ovra. Claudio Colombo mi ha fornito l’incredibile cronaca dei profughi della prima Guerra Mondiale accolti dall’Umanitaria e Dualco Fassina è il nonno del mio amico Luca Fassina mentre il Franco Vanni altri non è che l’omonimo nonno del Franco Vanni che spesso vedete firmare articoli su “Repubblica”. Volendo essere il più fedele possibile al modello letterario di Augusto De Angelis ho cercato il più possibile di rispettare il suo personaggio del Commissario Carlo de Vincenzi mantenendone le caratteristiche psicologiche, l’ambientazione e lo spirito sociologico. Nel capitolo “Il poeta del crimine” troverete un passo che rimonta le teorie sul giallo e il mistero dello scrittore romano trasformandole in un dialogo fra De Vincenzi e il Pinza. In tutto quello che ho narrato c’è una buona dose di fantasia che fa da collante alle verità storiche narrate. Come mi ha spiegato più volte Andrea Camilleri: se lo storico deve attenersi alle fonti quando deve ricostruire un periodo, uno scrittore può permettersi anche di inventare un documento falso per giustificare una storia o un oggetto mai sequestrato come la bacchetta di Toscanini (che non gli è mai stata rubata mentre è stata sottratta più volte dalla sua statua).  E concludo parlandovi di uno degli episodi che più ha commosso i lettori: l’incontro fra De Vincenzi e Carmelo Camilleri. Tutto quello che ho raccontato di quel poliziotto è vero e mi sono ritrovato ad avere fra le mani anche il suo “Polizia in azione” in cui racconta in maniera autobiografica i casi di cui si è occupato e spiega la situazione del sistema della giustizia in Italia negli anni in cui ha svolto il ruolo di pubblico funzionario. Alla sua figura Andrea Camilleri si è ispirato per costruire il personaggio del suo Montalbano. Per quanto riguarda poi la proibizione del Vino Mariani, i sequestri di cocaina e di monete false che racconto nel romanzo sono stati documentati in inchieste giornalistiche dell’epoca, così come è esistito quell’ultimo barcone che portò attraverso la nebbia i rotoli di carta al Corriere della Sera e che siglò con il suo passaggio l’ultima canzone del Naviglio. Adesso so che vi metterete a leggere il breve capitolo estratto dal mio romanzo, questa simpatica e triste storia cimiteriale mi è stata raccontata da Velia Mantegazza, la marchesa è sua zia mentre la Maria e la Gianna sono rispettivamente mia bisnonna e mia nonna. Agli appassionati di noir che volessero riconoscere nel fiorista Francesco Gallone l’omonimo scrittore, confermo la loro ipotesi: mi sono solo divertito a far fare al mio amico un viaggio nel tempo facendogli vendere fiori veri visto che ora al mercato vende solo quelli finti».

 * * *

Un brano estratto da “L’ultima canzone del Naviglio” di Luca Crovi (Rizzoli)

 

Mi sun chi

Quella mattina la famiglia Ballerini si era alzata presto. La Maria aveva preparato i vestiti della festa per l’Armando e la Gianna. I due ragazzi non avevano protestato ed erano stati attenti a non svegliare il Pierino Grassi che si era trasferito da loro. Si erano lavati la faccia nel lavatoio in cortile ed erano rientrati. Non faceva ancora troppo freddo. I Ballerini si erano seduti al tavolo della cucina nel locale-portineria per bere una ciotola di latte nella quale avevano versato un po’ caffè di cicoria. I giovani avevano aggiunto anche un po’ di pane secco sbocconcellato. La Maria aveva già lavato le scale del palazzo, scopato in cortile ed eliminato le foglie che puntualmente invadevano il marciapiede davanti all’edificio in cui abitava il commissario De Vincenzi. Usciti dalla casa di via Massena i Ballerini si erano diretti verso corso Sempione ed erano saliti sul tram in direzione Musocco.
Non spiccicarono parola finché il mezzo non si fermò nello slargo davanti al cimitero Maggiore. Scesero dalla vettura e si diressero alla bancarella dei fiori. Armando vide che dall’altra parte del piazzale due uomini stavano scaricando una lapide da un carretto. Sopra non c’era inciso alcun nome. Il giovane notò che i due dovevano trasportare anche una statua. Ci provarono per qualche minuto ma era troppo pesante. Uno degli scalpellini che aveva lì la bottega decise di aiutarli.
Armando pensò a quanti imprevisti segnassero il lavoro degli uomini che, a Milano, lavoravano con i defunti. C’erano i becchini, gli scalpellini, gli scultori, gli scavafosse. Ognuno di loro aveva un rapporto particolare con la morte e rivestiva un ruolo particolare, diverso da quello ufficiale dei preti e da quello triste dei parenti dei deceduti. Suo zio a Bellano gestiva da tempo il cimitero e gli aveva spiegato più volte che quello era un mestiere sicuro dove i clienti non sarebbero mai mancati. La madre e la figlia si misero a scegliere con cura una composizione dal fioraio. Proprio in quel momento una macchina arrivò sul piazzale. L’autista si accostò al marciapiede del cimitero e arrestò la vettura. Quindi scese e andò ad aprire la portiera posteriore. Dalla macchina uscì una donna anziana. Indossava vestiti eleganti, portava orecchini e collana, e aveva un’aria aristocratica. «Va a ciapà i fiur dal Gallone» ordinò. «E me raccumandi, Carlett, freschi! Minga come l’altra volta ch’eran sec e spusavan de ruera
«Certo signora!» rispose l’autista. Poi puntò verso lo stesso banchetto dove i Ballerini avevano appena comprato un bel mazzo di fiori.
«Comandi» disse il fioraio.
«Vorrei una bella composizione per la marchesa, me raccomandi, sciur Gallone, di qualità.»
«Da me trovate sempre fiori di giornata.»
«L’ultima volta ci sono stati problemi. Il giorno dopo erano secchi e avvizziti.»
«Strano, mi me recordi minga! Su minga un malnatt che ciurla nel manico coi client
«Su, non tiriamola per il lungo, si muova e li scelga bene.»
Il Francesco Gallone ci mise alcuni minuti per preparare una composizione che fosse al tempo stesso colorata, con un buon profumo e il giusto equilibrio di fiori.
«Ecco qui!»
«Ed ecco a lei» disse l’autista allungando alcune monete. «Tenga pure la mancia.»
«Ringrazi ancora la sciura marchesa.»
L’anziana signora, intanto, era entrata nel cimitero appoggiandosi al bastone. I Ballerini la videro avanzare per poi fermarsi davanti a una tomba. «Ehi, sei sveglio laggiù?» domandò ad alta voce. Quindi iniziò a battere col bastone sulla lapide. « Mi sun chi! Te se lì?» chiese ancora, attendendo risposta. «Mi te cugnussse ben e mi su che te se li de drè a rit pur mei cos. Ma te ghe capiss nagott!»
I Ballerini osservavano la scena senza fiatare.
«Te saludi, baloss!» La donna si spostò su un’altra tomba e ricominciò a bussare col bastone. «Uè, ciula! Te se lì?» Tacque per qualche istante,  poi ripeté: «Mi sun chi!».
I Ballerini erano sempre più allibiti.
«Varda ti se me tuca aspettà che me respondi! Te sé surd balabiot
«Non stupitevi» mormorò l’autista. «Tutte le volte che l’accompagno a Musocco è sempre la stessa storia.»
«Ma è convinta davvero che la sentano?» domandò la Gianna.
«Certo. Si immagini lei che la Marchesa se potesse, li resusciterebbe. Ha litigato con loro per una vita e adesso le mancano. Venire al cimitero è l’unico modo che ha per sfogarsi e digliene ancora quattro.»
«Non ha mai provato a fermarla?» sussurrò la Gianna.
«Sun minga matt, tusa! Se m’attaca lit chi la ferma la sciura!»
«Guardate, sembra che abbia finito » disse l’Armando.
«Avete ragione e io devo portarle questi.» L’autista si diresse verso la signora che si era fermata vicino a una piccola tomba. L’uomo le consegnò i fiori e tornò alla macchina. La donna depositò la composizione sulla lapide. Poi trasse un fazzoletto dalla borsetta.
I Ballerini si accorsero che aveva iniziato a piangere. La donna rimase immobile per qualche minuto immobile, con le lacrime agli occhi. Poi si piegò in avanti.
Preoccupato che stesse per cadere a terra, Armando corse verso la marchesa. «Sciura, la sta ben?»
«Sì, sì, grazie bel fioeu. E scusame la confusion. Ma tutti i volt me vien un magun che mi pos no resist
«Avete bisogno di aiuto?»
«No, no. Mi staga chi en pè ancora per un poeu
«Se vi serve qualcosa, chieda pure.»
«Grazie, te se propri un brav fioeu
Anche la Maria e la Gianna si erano avvicinate. E videro la marchesa inginocchiarsi davanti alla tomba e accarezzare la foto sulla lapide.
«Por ninin
Un bimbo dallo sguardo sbarazzino e dal ciuffo ribelle li osservava nella fissità dello scatto.
«Ciau. Te vori ben, picinin» mormorò la marchesa.
Armando la aiutò a rialzarsi offrendole il braccio.
«Ti se propi un galantom» lo ringraziò lei. Quindi si rivolse alla Maria e alla Gianna: «Tutti volt è come sentirse una coltellata nel coeur!». Poi, appoggiandosi al bastone, la si allontanò congedandosi con un cenno.
Anche per i Ballerini andare al cimitero di Musocco significava ricevere una coltellata al cuore. Ogni volta trovavano ad aspettarli i baffi e il viso sorridente del Piero Rovati, che sembrava salutarli dal suo colombario. E per fortuna quel viso li rasserenava. Pensare che lui fosse lì ad aspettarli ogni volta li trasmetteva un senso di pace. Certe volte la Maria si fermava a raccontargli cos’era successo ai ragazzi durante la settimana. Dalla tasca tirava fuori la fotografia della comunione del marito. Accanto a lui c’era la sorella gemella. La Maria baciava il volto della ragazzina e accarezzava la foto del marito sul colombario. Se li immaginava insieme sul ponte di quella nave partita da Genova, contenti di essere salpati per l’America. Amava ricordarseli così, in un momento felice della loro esistenza. La malattia improvvisa della sorella era stata terribile per il suo Piero. La morte della bimba e della madre doveva avergli straziato il cuore. E la Maria aveva ancora negli occhi l’immagine dei giorni di febbre che le avevano portato via il marito.
Ritornando verso il cancello del cimitero Maggiore la donna ebbe l’impressione di risentire la voce di Piero: «Su, Maria, stasera andiamo a ballare. Fatti prestà i scarpett da la Giulia ».
Quelle scarpe non le andavano più bene, ma la Maria Ballerini le conservava ancora in un armadio in via Massena, assieme all’abito della festa che aveva indossato quella sera. Non le era più capitato di tornare a ballare da quando Piero se n’era andato.

(Riproduzione riservata)

* * *

La scheda del libro: “L’ultima canzone del Naviglio” di Luca Crovi (Rizzoli)

Copertina di: L’ultima canzone del NaviglioGennaio 1929. Mentre il Generale Inverno assedia Milano e la avvolge di bianco, il pugno di ferro della milizia fascista cala sulla città che sta cambiando da un giorno all’altro. Automobili invadono le strade, vicoli cedono il posto ai boulevard e il Naviglio interno soccombe sotto le nuove coperture in pietra. Ma non tutti piegano il capo. Alla Scala Arturo Toscanini si rifiuta di eseguire gli inni al re e al duce convinto di dover suonare ben altra musica. Nei vecchi quartieri i “bravi ragazzi” della mala meneghina rispondono agli sgherri di Mussolini. E nella questura di piazza San Fedele il commissario Carlo De Vincenzi non si lascia ingannare da chi vuole depistarlo. Una donna è stata trovata cadavere davanti alla Colonna del Diavolo, vicino alla basilica di Sant’Ambrogio, e il caso rischia di compromettere alcuni membri del Partito. La successiva morte di un barcaiolo, che sta trasportando un ultimo carico di carta verso il Tombon de San Marc, prima dell’interramento del Naviglio, sembra a tutti un incidente. Ma non a De Vincenzi, e nemmeno ai malnatt della ligéra che della gran Milan conoscono l’anima e la lingua segreta. Dopo «L’ombra del campione», Luca Crovi rimette in scena un’icona del giallo italiano, il celebre poliziotto creato da Augusto De Angelis tra i Trenta e i Quaranta, componendo il canto del cigno di un mondo al tramonto, di una variopinta umanità che affrontava la vita con coraggio e sbeffeggiava il potere con una risata.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: