Home > Brani ed estratti > LA LIBRAIA DI AUSCHWITZ di Dita Kraus (un estratto)

LA LIBRAIA DI AUSCHWITZ di Dita Kraus (un estratto)

gennaio 18, 2021

“La libraia di Auschwitz” di Dita Kraus (Newton Compton – traduzione di Laura Miccoli)

* * *

È appena uscito il volume dedicato alla vera storia di Dita Kraus, giovanissima prigioniera di Auschwitz, diventata un simbolo della ribellione. Si intitola “La libraia di Auschwitz” (Newton Compton – traduzione di Laura Miccoli) ed è la storia raccontata dalla stessa Dita Kraus in un libro di memorie straordinario.

Parte della storia di Dita è stata raccontata in forma romanzata nel bestseller internazionale “La biblioteca più piccola del mondo”, di Antonio Iturbe, ma in questo testo possiamo conoscerla per intero, dalla sua vera voce.

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo, di seguito, il capitolo quattordici del volume.

* * *

Un brano estratto dal libro “La libraia di Auschwitz” di Dita Kraus (Newton Compton – traduzione di Laura Miccoli)

undefined

Capitolo quattordici

La vita nel campo

La giornata al Campo famiglie cominciava con il kapò che gridava di alzarsi. Da un barile ci versavano dell’acqua calda e marrone che chiamavano tè. Alcuni lo bevevano, altri lo usavano per lavarsi il volto e le mani. Poi arrivava lo Zählappell e tutti uscivamo al gelo del mattino, disponendoci in file di cinque persone. Era la prassi in tutti i campi: cinque, dieci, quindici, venti… rendeva più semplice il conteggio. Quando i conti non tornavano – perché c’era un morto dietro la baracca o un malato incapace di alzarsi – restavamo lì per ore.
Tutti gli adulti dovevano lavorare. Non ricordo cosa facessero i miei genitori. Gli uomini trasportavano pietre per pavimentare la Lagerstrasse. Quando le pietre sprofondavano nel fango morbido o nella neve, erano costretti a trasportarle da una pila all’altra e viceversa. Le donne lavoravano nei laboratori oppure portavano i barili della zuppa. La zuppa di mezzogiorno conteneva per lo più pezzi di Dorschen (una specie di rapa usata come foraggio per il bestiame), qualche patata e altri ingredienti non identificabili. Di pomeriggio si faceva un altro Zählappell, poi c’era il tempo libero. Dato che alle donne era proibito entrare nelle baracche degli uomini e viceversa, mi incontravo con mia madre e mio padre sulla Lagerstrasse.
Un tardo pomeriggio di gennaio o febbraio, un ragazzo di nome Pavel Glaser mi invitò a cena nel blocco degli uomini numero 8. Il Blockältester là era Jenda Hutter, un giovane che amava tormentare i compagni di prigionia. Al secondo Zählappell della giornata gridava ordini come: «Mützen ab! Mützen auf!». Gli uomini dovevano togliersi il cappello e rimetterselo. E poi ancora e ancora, cinque volte, dieci, senza fine. Ogni sopravvissuto se ne ricorda e si domanda come il loro amico buono e gentile di Terezín potesse essersi trasformato in una tale bestia.
Pavel aveva qualche anno più di me. Era anche lui a Terezín, ma ci conoscevamo a malapena. Come riuscì a farmi entrare nel blocco degli uomini non lo saprò mai. Ci sedemmo a gambe incrociate sulla sua cuccetta in alto e mangiammo una salsiccia, tagliata a cubetti piccoli e condita con dell’aceto. Incredibile! Da dove veniva? L’aveva ricevuta in un pacco? E perché aveva condiviso una tale prelibatezza con una quasi sconosciuta? Non eravamo amici, né lui si aspettò nulla in cambio da me. Cedere a qualcuno anche solo un boccone di cibo, quando pativamo così tanto la fame, era quasi disumano. Forse le madri o le mogli amorevoli erano capaci di un gesto simile.
Eppure Pavel Glaser lo fece per me. Morì qualche settimana più tardi nella camera a gas. Mi domando se qualcuno si ricordi di lui. Io sì, per via della salsiccia.

Nell’arco di poco tempo, i prigionieri perdevano peso, diventavano rachitici, iniziavano a trascinare i piedi, ad avere il naso che colava e a soffrire di diarrea. Difficilmente si poteva pensare a qualcos’altro che non fosse il cibo. La brama di mangiare era opprimente.
Ben presto mio padre si lasciò andare. Il gentile intellettuale che parlava con voce pacata morì ad Auschwitz solo qualche settimana dopo il nostro arrivo. Semplicemente deperì fino a non potersi più alzare dalla cuccetta. Notai che non era in piedi di fronte alle baracche degli uomini per lo Zählappell. Quando venne il buio, mi intrufolai nelle baracche e lo vidi sulla cuccetta. Aveva gli occhi chiusi, il viso smunto e non rasato. Non si mosse né reagì alla mia voce. Accanto alla testa giaceva la ciotola con la zuppa grigia. Mi domandai come mai nessuno l’avesse ancora rubata.
Rimase lì disteso per un altro giorno. La notte mi svegliai all’improvviso come se qualcuno mi avesse chiamato. Capii che mio padre era morto. L’indomani scoprii che era vero. Il 5 febbraio, papà aveva compiuto quarantaquattro anni.
In quei giorni mia madre era malata di difterite ed era nel reparto di isolamento. Nessuno aveva il permesso di entrare, ma dovevo dirle di papà. Camminai lungo la parete, bussando sul legno e chiamandola: «Mamma? Mamma?», finché non udii la risposta. Attraverso una crepa fra le assi dissi: «Maminko, tatínek umřel…» («Mamma, papà è morto…»).

Durante il giorno, i bambini stavano nel Blocco 31, il Kinderblock. Non ricordo quando cominciai a lavorare lì. Accadde grazie a Fredy Hirsch, che riuscì a convincere il comandante delle SS a tenere i bambini nel blocco vuoto durante il giorno. I giovani dai quattordici ai sedici anni non erano considerati bambini, ma venivano impiegati come assistenti. Fredy era il Blockältester di quella contradditoria struttura: offrivano una sorta di assistenza diurna a bambini destinati a morire nelle camere a gas qualche mese più tardi.
Io avevo quattordici anni e mezzo. Fredy Hirsch mi affidò l’incarico di libraia della più piccola biblioteca del mondo. Il mio compito era quello di sorvegliare i dodici libri o giù di lì che costituivano la biblioteca. I libri erano una collezione dettata dal caso. Sulla rampa arrivavano ogni giorno migliaia di ebrei che venivano portati via, ma i bagagli restavano lì. Un gruppo di fortunati aveva l’incarico di smistarne il contenuto. Quando trovavano un libro riuscivano in qualche modo a farlo arrivare nel Kinderblock. Ne ricordo uno intitolato Breve storia del mondo di H.G. Wells. Un altro era un atlante con le cartine. Un libro non aveva la copertina, ma solo pagine staccate. Ho dimenticato gli altri titoli, ma Ruth Bondy sostiene che ci fosse una grammatica russa, mentre Eva Merová ricorda un libro di Karel Čapek.
Fra le attività del Kinderblock c’erano i “libri parlanti”. Gli educatori che ricordavano bene un libro si spostavano da un gruppo all’altro per raccontarne la storia a puntate. Per esempio, Ruth raccontava L’anno del giardiniere di Čapek.
Fredy! Quanto lo amavamo e lo ammiravamo! Tutti i bambini volevano essere come lui. Non solo ad Auschwitz, ma anche a Praga sui campi sportivi di Hagibor e a Terezín. Era un atleta straordinario, di bell’aspetto, affidabile e onesto. Perfino gli uomini delle SS gli riservavano un certo rispetto.
I bambini venivano nel Kinderblock di mattina, l’Appell si teneva all’interno e poi i gruppi, divisi in base all’età, si sedevano in cerchio su dei piccoli sgabelli insieme all’insegnante. Non c’erano pareti e nemmeno il pavimento, solo terra pressata. Il camino orizzontale di mattoni però era caldo perché lì, a differenza degli altri blocchi, veniva acceso. Non ricordo quale combustibile venisse usato, ma mi piaceva appoggiare la schiena contro i mattoni caldi tenendo i libri davanti a me.
Otto Kraus era uno degli educatori. Il suo gruppo di ragazzi di dodici anni si trovava nello stesso angolo all’estremità del blocco in cui mi sedevo io con i libri. Uno dei ragazzi si chiamava Arieh ed era il figlio di Jakob Edelstein, che era stato l’anziano del ghetto di Terezín. Potevo stare a osservare Otto e i suoi ragazzi per tutto il giorno. Studiavano un po’ e poi giocavano agli indovinelli o tenevano dei dibattiti. Ma Otto e io non parlavamo mai.
La disciplina nel blocco non era rigida. Alcuni bambini non partecipavano alle attività; erano liberi di andare o di fare ciò che volevano, tranne disturbare gli altri.
Non c’erano materiali, come lavagne, gessi, matite o carta. Ogni attività educativa si svolgeva in maniera clandestina e unicamente in forma orale. La versione ufficiale era che i bambini stavano imparando gli ordini in tedesco, o cantavano canzoni e giocavano. Improvvisavamo. Alcuni bambini “scrivevano” delle poesie. Staccavamo delle schegge di legno dalle cuccette e ne annerivamo l’estremità affilata sul fuoco. In questo modo era possibile scrivere qualche parola con la punta per poi bruciacchiarla di nuovo, finché non diventava troppo corta. Riuscivamo a recuperare un po’ di carta dalle pagine gettate via dietro l’ufficio di amministrazione del campo, oppure dai pacchi che alcuni prigionieri ricevevano dagli amici (che arrivavano mezzi vuoti, depredati dalle tante mani attraverso cui passavano).
Un giorno due prigionieri riuscirono a scappare e, per punizione, le SS ordinarono di rasare tutti gli uomini del campo. Noi ragazze allora decidemmo di cucire a maglia dei berretti per gli uomini del Kinderblock. Trovammo dei maglioni di scarto nel magazzino degli abiti, li disfacemmo e ricavammo dei ferri da maglia dalle schegge di legno, che strofinammo contro i sassi per levigarle.
Di un’attività mi ricordo bene e con piacere. Di tanto in tanto Avi Fischer, uno degli insegnanti (in seguito, in Israele, nostro vicino e amico), iniziava spontaneamente a cantare insieme a qualche bambino. Si metteva in piedi sul camino orizzontale e dirigeva il gruppo, agitando le braccia. Cantava la prima strofa e i bambini ripetevano le parole in coro. La canzone era in francese – «Alouette, ti strapperò le piume dalla testa, dalle ali, dal collo» – e Avi cantando si faceva trasportare e continuava ad aggiungere parti del corpo dell’allodola da spennare. I bambini si lasciavano andare sempre più divertiti, e altri gruppi si univano al coro, finché l’intero blocco non si riempiva delle loro voci. Quelli erano i momenti in cui lo spirito si risollevava.
In primavera, quando si fece più caldo, gli educatori portavano i bambini fuori a passeggiare intorno al blocco o a fare esercizio. Allo stesso tempo, però, potevano vedere la rampa dietro la recinzione, dove migliaia di ebrei ungheresi arrivavano ogni giorno a bordo dei treni. Venivano condotti direttamente alle camere a gas. I bagagli restavano lì e venivano smistati da una squadra di prigionieri. Montagne di pane giacevano quasi a portata di mano, separate da noi dalla ferrovia e dalla recinzione elettrificata.
La maggior parte del personale del Kinderblock era composta da uomini e donne appena ventenni. Erano consapevoli di andare incontro alla morte ed erano terrorizzati. Eppure trascorrevano ciò che restava dei loro giorni con i bambini, creando per loro una sorta di rifugio in mezzo a quell’inferno. Ai miei occhi, furono loro i veri eroi di Auschwitz.
Fra gli istruttori del Kinderblock c’era Mausi, una ragazza di circa ventidue anni. Il suo nome era Marianne Hermann ma tutti la conoscevano come Mausi, perché era così che sua madre la chiamava da piccola. La maggior parte delle persone non sapeva nemmeno come si chiamasse in realtà.
Era una delle due giovani donne che dipinsero il muro del Kinderblock riempendolo di disegni. Non ricordo con esattezza cosa avessero ritratto, a parte i sette nani del cartone animato della Disney Biancaneve, anche se quelli erano opera dell’altra ragazza, Dina Gottliebová.
Negli anni successivi Mausi dipinse di nuovo i disegni a memoria, anche se forse non li ricordava con precisione. Erano una riproduzione approssimativa, che realizzò per il Museo Yad Vashem di Gerusalemme. Io però, che li vedevo ogni giorno, me li ricordo diversamente. Alcune figure erano forse le stesse, ma altre mancavano senza dubbio. È troppo tardi adesso per scoprire cosa fosse dipinto su quel muro. Molti dei sopravvissuti del Kinderblock non ci sono più e noi, che siamo ancora vivi, ce ne siamo per lo più dimenticati. Tuttavia, penso che non sia importante stabilire se si trattasse di Biancaneve e i sette nani, di eschimesi e iglù, di indiani con frecce e archi o di una finestra con i vasi di fiori, aperta su un paesaggio svizzero. Ciò che conta è la storia dei bambini e dei loro educatori pieni di passione, che si persero per sempre senza neppure una tomba.

Nel marzo del 1944 metà dei nostri compagni di campo, arrivati tre mesi prima di noi, furono caricati su dei camion e portati via. Le guardie dissero che sarebbero stati trasferiti in un altro campo, ma ben presto scoprimmo la verità. Morirono tutti nelle camere a gas. Da quel momento in poi, capimmo che li avremmo seguiti a giugno.

Gli internati rimasti nel campo BIIb erano sbigottiti. Il giorno prima, il 7 marzo del 1944, i blocchi erano ancora affollati e il giorno dopo regnava soltanto uno spaventoso silenzio. Molti blocchi erano completamente deserti. Perfino le due stanzette all’entrata di ciascun blocco, dove i privilegiati Blockältesters si erano goduti la tanto invidiata privacy, ora erano sgombre.
D’un tratto il Kinderblock si ritrovò mezzo vuoto. Fu nominato un nuovo Blockältester, Seppl Lichtenstern, e con lui un nuovo gruppo di insegnanti, fra cui Jiří Frenkl, Avi Fischer, Otto Kraus, Hanka Fischl, Ruth Bondy e Rejšík. Furono alcuni dei sopravvissuti e la nostra amicizia è durata per tutta la vita.
Iniziammo a vagare per il campo pieno di fango e nei blocchi deserti. Le cuccette erano vuote. Ma nell’angolo a destra di ogni fila le coperte erano ancora piegate in pile ordinate, secondo la procedura. Vidi che erano coperte bellissime, calde, spesse come tre delle nostre.
Possedere una coperta del genere avrebbe cambiato le mie notti; mi ci sarei potuta avvolgere dentro, stare al caldo e dormire sul serio. Ma se il proprietario fosse tornato? Sarebbe stato un furto; non potevo prenderla. Eppure era certo che fossero tutti morti. Si può prendere la coperta di un morto? C’erano così tante coperte morbide, tutte impilate con cura sulle cuccette.
Alcuni prigionieri entrarono nel blocco vuoto. Senza alcuna esitazione iniziarono a prendere le coperte e qualunque altra cosa riuscissero a trovare. Il dilemma si dissolse. Afferrai una coperta per me e una per mia madre e tornai nel mio blocco.
Tuttavia, il pensiero della persona morta sotto la cui coperta ora dormivo mi perseguitava ogni notte. Chi era? Sapevo che era una donna, perché la coperta proveniva dal blocco femminile. Non ne parlai con nessuno. Molti internati si impossessarono di coperte e altri oggetti appartenuti a persone uccise. Quel pensiero gravava pesantemente sulla mia coscienza. Talvolta mi sento ancora in colpa.

Un giorno intravidi un giovane prigioniero polacco fra le baracche del complesso adiacente, all’epoca disabitato. Aveva un’uniforme a righe di buona qualità e un berretto che identificava il suo ruolo di tuttofare. I prigionieri come lui godevano di uno status privilegiato e potevano muoversi liberamente fra i complessi. Rattoppavano i tetti con la carta cerata e si occupavano di altri lavoretti di manutenzione. Ricevevano anche più cibo e avevano un aspetto sano e robusto.
Lo spazio fra le baracche di legno e la recinzione elettrificata veniva attentamente sorvegliato dai soldati sulle torrette di guardia. Se qualcuno osava avvicinarsi alla recinzione, le guardie sparavano. Non ricordo perché fossi andata là; forse solo per allontanarmi dalla gente ammassata, e starmene sola per un po’.
Mentre camminavo lungo il mio lato della recinzione divisoria, lui faceva lo stesso dall’altro lato e a ogni spazio vuoto fra le baracche mi sorrideva e mi rivolgeva gesti amichevoli. Lo stesso accadde alcuni giorni più tardi, e poi ancora. Una volta gridò qualcosa in polacco, ma non lo capii. L’unica parola che riuscii a distinguere fu yayko, che pronunciò mentre mi mostrava qualcosa di rotondo stretto fra le mani. «Ah», dissi, «jabko» (che in ceco significa mela). «No, no…», ribatté lui agitando la mano, «nie jabko, jajko!».
Compresi che voleva darmi qualcosa. Ovviamente non poteva porgermela e basta; era troppo pericoloso avvicinarsi alla recinzione. Se un prigioniero toccava i fili veniva fulminato; alcuni avevano deciso di porre fine alla propria vita in quel modo. Tuttavia, ero ansiosa di ricevere qualunque cosa volesse darmi. La volta successiva, invece di camminare fra le baracche, avanzai lungo il blocco delle latrine, che aveva una porta sul retro che dava sulla recinzione. Rimasi nascosta là senza farmi vedere dalla sentinella. Quando arrivò il polacco, mi fece cenno di aspettare.
Lo spazio dietro la fila delle baracche era vuoto; i cadaveri che venivano depositati là ogni giorno erano già stati raccolti al mattino presto. L’unica persona presente era un vecchio prigioniero, accovacciato accanto a un fuoco basso su cui bruciava stracci, forse infestati da parassiti. Forse non era nemmeno vecchio; nel campo persino gli uomini di quarant’anni sembravano anziani, sempre pallidi e chini, con la barba incolta. Il suo era un compito piuttosto semplice in confronto a quello della maggior parte degli uomini che trasportavano pietre pesanti per costruire la strada del campo.
Lo stavo osservando mentre aspettavo, quando tutto a un tratto mi ritrovai di fronte una guardia delle SS, in piedi davanti a me. Era quella che chiamavamo “il Prete”, perché camminava con le mani incrociate nascoste dentro le maniche del lungo cappotto da militare. Ci incuteva particolarmente paura; conoscendo bene la crudeltà del suo cuore spietato, c’era qualcosa di terrificante in quel suo modo di fare in apparenza gentile e in quella camminata lenta, furtiva.
 «Was machst du hier?», mi domandò, quasi in un sussurro. Non osai fare un passo indietro, così mi limitai ad abbassare lo sguardo e a indicare l’uomo accanto al falò.
«Ich wollte mit dem Mann dort sprechen». Che significava: Volevo parlare con l’uomo accovacciato.
«Und warum wolltest du mit ihm sprechen?». Perché volevi parlare con lui?
«Er ist ein Freund von meinem Vater», blaterai. È un amico di mio padre.
L’uomo delle SS si voltò, guardò prima il prigioniero che badava al fuoco, poi oltre la recinzione, dove non c’era nessun altro nei paraggi. Si voltò di nuovo verso di me e mi fissò dritto in faccia. Rimasi pietrificata, per un tempo che mi sembrò pari a un’eternità, in attesa che tirasse fuori la pistola e mi uccidesse.
Poi, senza un’altra parola, fece un passo di lato e proseguì lungo la recinzione, lanciando di tanto in tanto un’occhiata oltre la rete nel complesso adiacente. Il mio amico polacco era rimasto saggiamente nascosto.
Qualche giorno dopo, la fame mi fece superare la paura e mi ritrovai di nuovo in piedi sulla porta sul retro della latrina. Il polacco mi notò e mi fece cenno di aspettare. Entrò in una delle baracche e ricomparve stringendo in mano qualcosa. Si guardò intorno per assicurarsi che nessuno lo stesse osservando; quel giorno non c’era nemmeno l’uomo che bruciava gli stracci. Tese il braccio come uno sportivo e lanciò qualcosa di bianco e rotondo, che atterrò ai miei piedi.
Lo raccolsi in fretta e lo fissai, sbalordita. Era un uovo sodo. L’ultima volta che avevo visto un uovo era stato prima che fossimo deportati. Erano passati due anni. Un uovo!
Nei giorni successivi fui un fascio di nervi. Temevo che il polacco sarebbe venuto nel nostro campo e che avrebbe preteso che la sua generosità fosse ripagata. Era comune nel mondo di Auschwitz comprare i favori di una donna in cambio di pane o di qualche sigaretta. Nel mio caso, però, l’uovo rimase un regalo disinteressato.
Non ho mai dimenticato che in polacco “uovo” si dice jajko.

Ci aspettavamo che ci mandassero nelle camere a gas in giugno, sei mesi dopo il nostro arrivo ad Auschwitz. I nostri nomi erano contrassegnati con la sigla 6 SB, che significava Sonderbehandlung dopo 6 mesi: “trattamento speciale”, un eufemismo per descrivere la morte tramite il gas.
Tuttavia, in maggio i tedeschi cambiarono piani. Decisero che sarebbe stato più economico e redditizio mandare i prigionieri a lavorare in Germania, dove alla fine sarebbero morti di fame e di stenti. Il dottor Mengele doveva decidere quali sembrassero ancora in grado di svolgere lavori pesanti.
Le selezioni si tennero nel Kinderblock, che fu sgombrato per l’occasione. Solo chi aveva fra i sedici e quarant’anni ebbe il permesso di partecipare alla selezione, ma dato che nessuno aveva i documenti, qualcuno riuscì a barare. A torso nudo, dovevamo disporci in un’unica riga lungo il camino orizzontale, fare un passo avanti e dire solo tre parole: il nostro numero, l’età e la professione. Il dottor Mengele puntava un dito a sinistra o a destra.
La maggior parte delle donne nominò professioni che credevano potessero servire in Germania, come la giardiniera, la cuoca o l’infermiera. Quando arrivò il mio turno pronunciai le tre parole: 73.305, sedici, pittrice. In realtà avevo solo quindici anni.
Invece di puntare il dito, Mengele si fermò e domandò:
«Dipingi ritratti o case?»
«Ritratti».
Mengele: «Sapresti ritrarre il mio volto?».
Mi si fermò il cuore, ma riuscii a rispondere: «Jawohl». Sì.
Allora inarcò un angolo della bocca e indicò il gruppo delle donne più giovani e dall’aspetto più robusto.
Il turno di mia madre arrivò poco dopo. Purtroppo, fu mandata nell’altro gruppo!
Non riusciva a sopportare l’idea di essere separata da me, anche se non sapevamo quale dei due gruppi rappresentasse la scelta migliore per la sopravvivenza. Con fare furtivo sgattaiolò di nuovo in fondo alla fila, scelse due donne magre, più anziane, e si mise in piedi fra loro. Mengele non se ne accorse, ovviamente; lui non ci guardava in faccia, così alla fine la mandò nel mio gruppo.
Io, mia madre e Liesl fummo fra le persone destinate a vivere. Circa 1.500 donne furono mandate da Auschwitz a lavorare ad Amburgo, a Christianstadt e a Stutthof. Circa settemila persone, fra cui gli anziani, i più deboli e tutti i bambini rimasti, furono assassinati nel luglio del 1944 nelle camere a gas.
Le donne selezionate per il lavoro furono tenute per qualche giorno nel terribile Frauenlager. Prima della partenza ci fecero mettere in fila sulla piattaforma per tagliarci i capelli. Due prigioniere con indosso le uniformi a righe si occuparono della faccenda, mentre noi cercavamo di rimandare lo spaventoso supplizio il più a lungo possibile. Sgusciai fuori e corsi in fondo alla fila diverse volte, per evitare le forbici. D’un tratto fu dato l’ordine: «Tutti a bordo»… e il treno fu pronto per partire.
Fu solo per fortuna, insieme a poche altre donne, che riuscii a tenermi i capelli. Ricevemmo una razione di pane prima di essere spinte sui vagoni del bestiame e spedite verso una destinazione ignota.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

 * * *

La scheda del libro: “La libraia di Auschwitz” di Dita Kraus (Newton Compton – traduzione di Laura Miccoli)

imageA soli tredici anni Dita viene deportata ad Auschwitz insieme alla madre e rin­chiusa nel settore denominato Campo per famiglie (tenuto in piedi dalle SS per dimostrare al resto del mondo che quello non fosse un campo di stermi­nio): quello che conteneva il Blocco 31, supervisionato dal famigerato “Angelo della morte”, il dottor Mengele. Qui Dita accetta di prendersi cura di alcuni libri contrabbandati dai prigio­nieri. Si tratta di un incarico perico­loso, perché gli aguzzini delle SS non esiterebbero a punirla duramente, una volta scoperta. Dita descrive con parole di una stra­ordinaria forza e senza mezzi termini le condizioni dei campi di concentra­mento, i soprusi, la paura e le preva­ricazioni a cui erano sottoposti tutti i giorni gli internati. Racconta di come decise di diventare la custode di pochi preziosissimi libri: uno straordinario simbolo di speranza, nel momento più buio dell’umanità. Bellissime e commoventi, infine, le pagine sulla liberazione dei campi e del suo incontro casuale con Otto B Kraus, divenuto suo marito dopo la guerra. Parte della storia di Dita è stata rac­contata in forma romanzata nel best­seller internazionale La biblioteca più piccola del mondo, di Antonio Iturbe, ma finalmente possiamo conoscerla per intero, dalla sua vera voce.

 * * *

imageDita Kraus, nata a Praga nel 1929, è una soprav­vissuta all’Olocausto ed è la vera bi­bliotecaria di Auschwitz. Dopo la morte del marito Otto Kraus, autore di Il maestro di Auschwitz, avvenuta nel 2000, ha continuato la sua impor­tante opera di diffusione della verità. Vive in Israele.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: