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L’INGANNO DI PILATO di Domenico Seminerio: incontro con l’autore

gennaio 26, 2021

“L’inganno di Pilato” di Domenico Seminerio (Algra): incontro con l’autore e un brano del libro

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Domenico Seminerio ha insegnato Italiano nel liceo della sua città, Caltagirone (Ct), dove vive. Ha pubblicato alcuni saggi di argomento storico e archeologico, le raccolte poetiche Parole come chewing-gum (1982), Ghirigori e parabole (1985), Complementi d’argomento (2013) e i romanzi Senza re né regno (2004), Il cammello e la corda (2006), Il manoscritto di Shakespeare (2008), Il volo di Fifina (2011), Cinque gialli sul nero (2015) e L’autista di Al Capone (2018). Ha vinto numerosi premi letterari ed è stato finalista a “Un libro per l’estate” 2006 e al “Giuseppe Dessì”.

Il suo nuovo romanzo, pubblicato da Algra, si intitola:L’inganno di Pilato“.

“Una teoria che, se comprovata, provocherebbe un effetto domino nella civiltà occidentale”, scrive Maria Rita Pennisi, curatrice della collana Fiori Blu di Algra insieme a Orazio Caruso. “Pilato, convocato a Capri dall’imperatore Tiberio, deve lasciare l’amata moglie, Claudia Procula, per riferire sulla condanna a morte di Jeshua il nazzareno. Sull’isola, dove ogni desiderio carnale è sempre esaudito, è facile rilassarsi e farsi imbrigliare dal piacere. La bellezza delle schiave e degli schiavi, del paesaggio e del mare provocano in Pilato l’oblio. Quell’Eden, però, come ogni abbagliante bellezza, nasconde un lato oscuro e perturbante”.

Abbiamo chiesto a Domenico Seminerio di raccontarci qualcosa su questo suo nuovo libro…

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«“Come Pilato nel Credo”: è la similitudine che viene usata per chi si trova coinvolto in una situazione in cui non ha alcun ruolo o un ruolo del tutto marginale», ha detto Domenico Seminerio a Letteratitudine. «E ancora: “lavarsene le mani come Pilato”, ovvero non prendersi alcuna responsabilità in qualche faccenda, non occuparsi di ciò che, invece, potrebbe avere un altro e più positivo esito.
domenico-seminerioSono le due espressioni con le quali si ricorda Pilato, che resse le sorti della Giudea al tempo in cui visse Gesù; che conobbe Gesù e, unico non Ebreo, dialogò con lui; che riconobbe Gesù esente da colpe; che tentò pure di salvarlo per suggerimento di Claudia Procula, sua moglie. Gli evangelisti gli danno il titolo di procuratore, ma nella realtà, come è stato dimostrato dai ritrovamenti archeologici avvenuti nel teatro di Cesarea, Pilato non era procuratore. Infatti a governare la Giudea furono mandati i procuratori, che appartenevano alla carriera amministrativa, solo a partire dal 44 d.C. Prima, a reggere le sorti di quella terra sempre ostile al dominio romano, furono inviati i prefetti, altissimi ufficiali dell’esercito imperiale romano.
La moglie, Claudia Procula, apparteneva alla famiglia imperiale, in quanto era parente di Ottaviano Augusto e perciò di Tiberio, imperatore in carica al tempo in cui si svolsero i fatti. Le due cose gettano una luce nuova e diversa sulla personalità di Pilato. Un altissimo ufficiale dell’esercito imperiale romano, abituato al comando e a decidere con determinazione, le mani non se le sarebbe mai lavate; al più avrebbe seguito l’esempio di Muzio Scevola. Per non dire che disattendere il desiderio della moglie, avendo il potere di decidere, non sembra che fosse nelle sue intenzioni, perché compì tutta una serie di azioni che avevano proprio lo scopo di salvare l’accusato, riconosciuto subito innocente. Senza dire che Pilato e Claudia Procula furono venerati come Santi e Martiri dai Copti Ortodossi e da altre e più antiche confessioni cristiane.
Col tempo, forse per la visione d’un film e di qualche statua dell’ecce homo, pur non avendo interessi religiosi ed essendo da sempre confortato da un agnosticismo costruttivo e vigile, m’è venuta voglia di approfondire. Senza uno scopo preciso. Ho letto e riletto i quattro Vangeli canonici, solo quelli, ma come si leggono gli atti di un vecchio processo, con gli occhi e la mente liberi da quei condizionamenti che portarono alla nota conclusione. Vi ho trovato delle contraddizioni e delle omissioni che, invece, fanno intravvedere una soluzione assai diversa e più in linea con la ragione e col contesto in cui i fatti si svolsero. Una soluzione diversa e più sconvolgente, me ne rendo ben conto. Così come mi rendo conto del pericolo di risultare irriverente e, per chi crede, subdolamente blasfemo. Ma non è nelle mie intenzioni offendere o irridere credenze radicate nelle coscienze da duemila anni. Ho profondo rispetto della fede, di tutte le fedi, religiose o politiche o financo sportive. La fede, definita “certezza di cose sperate”. Il punto è che la fede, basata su molti dogmi indimostrabili e fuori da ogni conseguenzialità logica, non ha bisogno di certezze razionali o scientifiche, può fare a meno della precisione di ricostruzioni storiche e ambientali. “Credo quia absurdum”, diceva Tertulliano. E a rinforzo S. Agostino affermava “credo ut intellegam”. Ma questo modo di procedere ha creato da sempre un proliferare di fedi d’ogni genere, che spesso hanno provocato lotte sanguinose, discriminazioni cruente, sofferenze inenarrabili per milioni di uomini e donne. La fede, assolutizzata, diventa ottuso fideismo, intollerante e persecutorio, che non accomuna gli uomini ma li divide in nome e per conto di un qualcosa che potrebbe non esistere o esistere in forma diversa.
“Il sonno della ragione genera mostri”, per dirla con Goya. Ha sempre generato mostri, in ogni epoca e in ogni circostanza. Ecco perché fede e ragione debbono camminare insieme. La prima non può prevaricare sulla seconda, la seconda non ha il potere di negare o disconoscere la prima. Occorre allora trovare l’equilibrio, il difficile equilibrio che ci consenta di capire la terra e trovare il nostro posto nell’universo.
Che ho fatto dunque? Ho raccontato le vicende relative al processo e alla morte di Jeshua in altro modo, basandomi proprio su quello che i discepoli hanno tramandato per iscritto, basandomi solo sui testi accettati da tutte le confessioni. Il risultato è, come mi ha detto qualche critico, sconvolgente. Non ho scritto un saggio di esegesi biblica, ma un romanzo, per avere la libertà di creare personaggi di contorno, di calarli in luoghi e situazioni d’invenzione ma sempre aderenti alla realtà storica testimoniata da tutte le fonti, di ricreare, in modo coerente coi tempi, costumi e comportamenti individuali e collettivi. Ma non volevo perdere i contatti col presente. Così ho diviso il romanzo in tre parti.
Nella prima racconto di un parroco, Salvatore Salvato, appena arrivato in un paesino della Sicilia interna, dove incontra Rocco Bruno, il bibliotecario comunale assai colto e convintamente ateo, che ha scritto un romanzo su Ponzio Pilato. Ma non un romanzo fantastico, tipo “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, bensì un romanzo realistico, in linea con i documenti tramandati. Dopo alcune scaramucce verbali, in cui il bibliotecario espone le linee essenziali della trama e le scoperte a cui è arrivato leggendo e ragionando, il parroco viene investito dalla moglie del bibliotecario, che nel frattempo è morto, della responsabilità di decidere cosa fare del romanzo, pieno di descrizioni “vastase” e negatore della crocifissione e della resurrezione del Salvatore.
Nella seconda ho inserito il romanzo vero e proprio, scritto dal bibliotecario, che prende le mosse da Gerusalemme, dove in quei giorni si trova Pilato. Per ordine di Tiberio, il prefetto è costretto a recarsi in tutta fretta con la compagnia di un solo giovane servo a Capri, l’isola beata in cui l’ormai vecchio imperatore vive “lussuosissimamente e lussuriosissimamente”, per dirla con Svetonio, scortato da un tribuno dei pretoriani. A Capri il prefetto deve adeguarsi ai costumi lascivissimi, praticati da tutti perché imposti dal dominus, e nel corso di alcune udienze, diradate in tanti giorni a bella posta, è indotto a rivelare la verità sugli avvenimenti che portarono alla crocifissione del “falegname”, le cui idee si stanno perniciosamente diffondendo in tutto l’impero. Con qualche titubanza Pilato rivela l’inganno perpetrato ai danni di Caifa, il sommo sacerdote degli Ebrei, che ha voluto in tutti i modi la condanna di un uomo visionario, innocuo e innocente. L’inganno non ha convinto il sospettoso Caifa, che anzi ha fatto pervenire a Tiberio una dettagliata denuncia, e neppure il popolo degli Ebrei rimasti nella loro originaria fede, ma ha coinvolto i seguaci di Jeshua, che ne hanno fatto anzi il motivo centrale della loro predicazione in tutte le terre dell’impero. Tiberio non può che prendere atto della vanità della speranza che aveva coltivato, sentendosi vicino alla morte, e abbandona Pilato al suo destino, ovvero alla sanguinaria follia di Caligola, suo successore designato.
Nella terza parte metto in scena i dubbi e le perplessità del parroco, che non sa come gestire il romanzo e la carica eversiva in esso contenuta ed è costretto a fare i conti, lui che vive in sofferto concubinaggio con Santuzza, la sua giovane perpetua, con l’inestricabile groviglio di bene e male in cui è avviluppato ogni essere umano. E in ultimo c’è pure l’intervento, addirittura, della metaforica figura di Satana.»

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Un brano tratto da “L’inganno di Pilato” di Domenico Seminerio (Algra)

PRESENTAZIONI

Quella mattina la luce andò via dopo appena cinque minuti di pioggia battente. Nella biblioteca c’erano solo loro due.
Rocco uscì dalla sua stanza, dove stava lavorando al computer, molto contrariato. Borbottava pure qualche parolaccia, perché temeva che andasse perduto quello che aveva scritto quella mattina.
Alla domanda, fatta dal parroco quasi per cortesia, rispose con sorniona nonchalance che si stava occupando di Ponzio Pilato, del ruolo che aveva avuto nel processo e nella condanna di Jeshua, il nome originale che egli stava mantenendo nel suo scritto.
Padre Salvatore si sentì in dovere di intervenire.
Nessun ruolo, in verità. Anzi era diventato l’esempio dell’ignavia, della volontà di sfuggire a ogni responsabilità. Il suo gesto di lavarsi le mani era diventato proverbiale.
Il bibliotecario sembrava non aspettare altro per prolungare la casuale conversazione.
E non solo quello! Il povero Pilato nel corso dei secoli era diventato il simbolo di una quantità incredibile di cose, dall’ignavia alla fragilità della ragione umana, dal dubbio esistenziale alla pervicacia della ragion di stato e del potere. Cose lontane dalla sua ricostruzione.
Aveva trovato qualche nuova interpretazione sul procuratore della Giudea?
Nessun novità. E poi Pilato non era procuratore. Il suo titolo era quello di prefetto. Il titolo di procuratore, che era riferito a una carica amministrativa, fu usato in Giudea solo a partire dal 44 dopo Cristo, più di un decennio dopo i fatti narrati nelle scritture. Pilato, come era testimoniato da una iscrizione trovata nel teatro di Cesarea, era prefetto, che era invece una carica militare.
Da dove aveva ricavato le novità sulla figura del procuratore, anzi prefetto, come diceva lui?
Non lo diceva lui, era semplicemente la verità storica. Aveva tenuto nel debito conto il fatto che gli Ortodossi Etiopi, ma anche i Copti, una delle più antiche confessioni nate in seguito alla diffusione del nuovo messaggio, veneravano Pilato come un santo, per giunta martire. E con lui, veneravano come santa anche sua moglie, Claudia Procula, una gran dama dell’alta società romana, imparentata con Ottaviano Augusto e con Tiberio.
Bruno si stava infervorando, il suo interlocutore invece manteneva la sua calma, quasi indifferente.
Chiese tuttavia ragguagli sulla scoperta del bibliotecario.
Non aveva trovato nessun nuovo documento, riprese. Aveva solo riletto con attenzione e con un’ottica nuova le testimonianze lasciate dai sacri testi, i quattro testi canonici universalmente accettati da tutte le confessioni, senza dare alcun peso alle innumerevoli diatribe sorte in merito alla loro storicità, alle possibili interpolazioni di varia epoca, alla personalità dei loro autori, alla veridicità della loro testimonianza. I testi, solo i quattro canonici, senza neppure scomodare gli altri testi che chiamavano apocrifi.
Gli stava dicendo che rileggendo i Vangeli era possibile ricavarne una interpretazione diversa?
Proprio così. Ma, badasse bene, non per ricavarne un altro convincimento fideistico, una delle migliaia di interpretazioni, dette eresie, che si erano succedute nei secoli. No. Una interpretazione puramente razionale e nuovissima, come quella che si ricava rileggendo gli atti di un processo antico, vagliando le testimonianze, inserendo tutti i fatti nel contesto narrato, basandosi solo su quello che è scritto. Il suo romanzo si occupava proprio di questo.
E come mai nessuno prima di lui aveva dato questa interpretazione? Duemila anni erano trascorsi!
In verità qualcuno negli anni passati era giunto a conclusioni quasi simili alle sue, ma in modo diverso e con qualche discordanza. A lui non interessava essere originale, ma ripercorrere la strada che faceva intravedere la verità. Bisognava inoltre non dimenticare che per molti secoli pochi avevano letto i testi, veramente pochi, mentre gli altri, la gran massa analfabeta, s’era accontentata di conoscere l’opera solo attraverso le parole dei pochi. Per qualche secolo, addirittura, era stata proibita la lettura diretta dei testi, considerata un peccato. Senza dire che tutti leggevano con gli occhi della fede, per trovare conferma alla loro interpretazione e per confutare quelle dei molti altri, che si susseguivano a ritmo incalzante, creando distinzioni che finivano nel sangue. Lui, ad esempio, li aveva mai letti i testi?
Lo guardò con intenzione.
Non lo conosceva, nevvero?
Perché, aveva l’obbligo di conoscerlo? No, non aveva il piacere di conoscerlo.
Si presentò. Era Salvatore Salvato, il nuovo parroco, che era stato mandato in sostituzione di don Mariano Nessi.
Il bibliotecario lo guardò a sua volta con intenzione.
Lui un prete? Non aveva neanche il collare o alcun altro segno esteriore che lo qualificasse. Aveva pensato che fosse uno dei soliti supplenti che arrivavano nella scuola media per pochi mesi all’anno.
Non aveva la tonsura né la tonaca, in disuso da tempo, ma aveva il collare prescritto e la croce sul bavero. Erano coperti dalla sciarpa.
Se la sfilò dal collo e guardò il bibliotecario dritto negli occhi.
I testi li conosceva, dunque. Ma si permetteva di suggerirgli di rileggere le parti che narravano la morte e la resurrezione di Jeshua.
Le conosceva fin troppo bene, come poteva ben capire anche lui. Erano i testi fondanti della sua missione. Ma lui, quali testi aveva letto? Ne circolavano versioni di tutte le fogge e non tutte coi crismi dell’approvazione canonica.
Senza dire una parola si recò nella stanzetta che fungeva da suo ufficio e dopo pochi secondi venne fuori con in mano un testo dalla copertina bordeaux con scritte bianche e dorate.
Quella era l’edizione più moderna, in buona lingua italiana, la cui traduzione era stata curata con grande acume filologico da quel famoso cardinale che compariva talvolta in televisione. Il cardinale, però, aveva tenuto fede alla cosiddetta “Vulgata”, la traduzione in latino dei testi greci, che era stata completata nei primi anni del V secolo da San Gerolamo e che conteneva diversi errori. Ad esempio, risultava errata l’affermazione messa in bocca a Jeshua: “è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un ricco entri in paradiso”. Nel testo greco non c’era nessun cammello, ma una gòmena, una grossa corda.
Nessun errore di traduzione, affermò deciso il parroco.
Semmai era un felix error, per rendere più icastica la similitudine.
Erano nel 2019 e ancora venivano fuori altre ipotesi, mormorò poi il parroco, soprappensiero.
Tanto per dire, non erano nel 2019.
Perché no?
La data era sbagliata. L’errore era stato commesso da Dionigi il Piccolo, lo studioso che fissò la data di nascita di Jeshua nell’anno 753 dalla fondazione di Roma. Jeshua, il nome originario. Nel romanzo che stava scrivendo lo citava solo con quel nome. Nei testi era scritto che Erode il grande, saputo della nascita di Jeshua, ordinò di uccidere tutti i bambini nati a Betlemme di Giudea in quel torno di tempo.
La famosa strage degli innocenti, intervenne il parroco, con una punta di irritazione nella voce.
Ma il bibliotecario continuò con tono sereno.
Ebbene, da altre fonti storiche si sapeva con certezza che Erode era morto nel 749 dalla fondazione di Roma, cioè quattro anni prima. Jeshua, dunque, doveva essere nato nel 748 ab urbe condita. A voler mantenere fede a tutto l’episodio, bisognava spostare il calendario indietro di 5 anni. Non erano nel 2019, ma nel 2014.
La cosa era arcinota. Tutti lo sapevano, ma era praticamente impossibile porvi rimedio. Però, quello era un dettaglio, non era quello il punto fondamentale.
Aveva ragione. Ogni confessione religiosa, ogni gruppo politico, come quelli della rivoluzione francese e persino il fascismo, poneva a fondamento della misurazione del tempo l’evento fondamentale del proprio credo: c’era un numero per i Cristiani, uno per i Musulmani, un altro per i Buddisti, un altro ancora per gli Ebrei e così via. Forse sarebbe stato meglio unificare il computo degli anni a partire da un evento tutto umano, che riguardasse tutta l’umanità, ad esempio l’anno in cui gli uomini sbarcarono sulla luna, il 1969, l’anno “uno” valido per tutti, e partendo da lì numerare gli anni con la dicitura ante Lunam Captam – post Lunam Captam, in latino, la lingua universale della cultura per tanti secoli. Ma questo era lavoro per l’O.N.U. e le altre organizzazioni mondiali, concluse con un sorrisetto furbesco.
Tornò la luce e subito il bibliotecario si infilò nella sua stanza per dedicarsi al suo computer. Al parroco non sembrò opportuno prolungare la sua permanenza nella sala: salutò in modo spiccio e ritornò in canonica, approfittando del fatto che non pioveva più.
Appena giunto, Santuzza gli notificò che era quasi pronto e che, se voleva, poteva sedersi a tavola.
Mangiò in silenzio e con espressione assorta, ascoltando distrattamente Santuzza che gli raccontava cosa aveva fatto in casa per mettere ordine e trovare una sistemazione decente a molte cose che erano poggiate in disordine qua e là, senza criterio.
Dopo il pranzo andò a sistemarsi nella poltrona, al solito, ma stavolta non si appisolò. Ripensò con una certa irritazione alla discussione col bibliotecario, che sui testi sacri pretendeva di saperne più di lui, di un sacerdote, di tutta la folta schiera di esegeti che avevano per secoli e secoli spiegato e calibrato ogni parola.
Doveva dedicarsi agli ultimi capitoli, quelli noti come Passio Domini Nostri, gli aveva detto il bibliotecario. Li sapeva quasi a memoria, ma era meglio non fare peccato di superbia.
Si alzò dalla poltrona, prese un testo contenente i Vangeli che era sul tavolo, si sedette e aprì il libro.
Cominciò a leggere con attenzione partendo dal primo, San Matteo, fermandosi a meditare su ogni frase, su ogni versetto.
Non trovò nulla che suscitasse dei dubbi: ogni cosa era come aveva sempre sentito, saputo e studiato, come era stata raffigurata in migliaia di quadri e sculture, come veniva rappresentata ogni venerdì santo negli spettacoli popolari che si svolgevano per le vie di tutti i paesi.
Passò al secondo, San Marco. Trovò una cosa che non ricordava e che non veniva né ripetuta né raffigurata: nel capitolo 14, versetti 50, 51 e 52, lesse:
Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo. Le guardie cercarono di prenderlo. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.
Non se lo ricordava, proprio. Una cosa curiosa. Che fosse questo lo spunto su cui Rocco Bruno basava la propria interpretazione? Che ci faceva un ragazzo nudo nell’orto degli ulivi? Non ricordava neanche la spiegazione che gli esegeti ne avevano dato. Guardò le note a piè di pagina, che in quella edizione abbondavano. Secondo alcuni esegeti era uno dei discepoli, secondo altri un angelo, secondo altri ancora un giovane servo del padrone dell’orto che dormiva lì. Avrebbe appurato meglio in seguito.
Completò la lettura del secondo autore, lesse anche gli altri due, ma non trovò nulla che già non sapesse.
Chissà che stava elucubrando Rocco Bruno! S’era incuriosito, però.
Doveva chiedere notizie più dettagliate sul romanzo, ma senza mostrare interesse, per non dare soddisfazione a uno che faceva professione sfacciata di ateismo.
Si ricordò che alcuni anni prima aveva letto un romanzo proprio sul procuratore romano, anzi prefetto, come certificava il bibliotecario. Gli era piaciuto e l’aveva divertito molto. Come si chiamava il libro? E l’autore? Un russo, ne era sicuro.

(Riproduzione riservata)

© (Algra Editore)

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