Home > Recensioni > DANTE di Alessandro Barbero (recensione)

DANTE di Alessandro Barbero (recensione)

gennaio 27, 2021

“Dante” di Alessandro Barbero (Laterza)

 * * *

di Daniela Sessa

Nella battaglia di Campaldino che apre superba il libro “Dante” di Alessandro Barbero mancano solo gli U2: il rock hot di “Even better than the real thing” colonna sonora del racconto delle truppe dei fiorentini e degli aretini di fronte il castello di Poppi mentre il giovane feditore Durante detto Dante degli Alighieri si prepara a parare i primi colpi nemici. La battaglia di Campaldino ritorna spesso nelle memorie in endecasillabi di Dante come a voler rivendicare l’esercizio rischioso del corpo oltre quello della parola e della cultura per cui già in vita si conquistò pochi elogi e molte inimicizie. Superbo Dante lo fu e non c’è verso o rigo della sua opera che può celarlo. Anche mattacchione se riuscì grazie alla sua fervida fantasia a scrivere quel gioiello tra i gioielli che è il canto ottavo dell’Inferno con una masnada di diavoli sardonici e petomani. Funambolico nell’inventiva del linguaggio: perdersi tra i neologismi danteschi (l’Accademia della Crusca in questi giorni sta pubblicando sui canali social i termini più notevoli della lingua di Dante) è davvero un esaltante “intuarsi”. Ironico persino nel grigio Purgatorio, quando dribbla con una profezia ad hoc l’invito dell’emaciato Forese Donati a farsi rivedere nel secondo regno: lui, destinato a luogo più alto! Sensualissimo è stato Dante nel raccontare l’amore: Beatrice è tanto più di fuoco quanto più si angelizza; Beatrice è Francesca, Pia e Piccarda assieme; Beatrice è imago Matris, anche lei lucreziana fontana vivace. Dante presta agevolmente il fianco a farsi attualizzare tanto da stare bene insieme a Bono Vox o a qualche rapper. Esercizio invero assai noioso cui ogni grande viene sottoposto senza oggettiva possibilità di ribellione. Dante, per quanto sensibile alla fama (non scrisse che nella competizione tra i due Guido sulla lingua poetica medievale il tertium datur era proprio lui?) avrebbe riso dei tentativi di rileggerlo alla luce della contemporaneità, compresa quella pandemica. Dante era un intellettuale attivo e pragmatico persino nelle sue volute metafisiche: mai avrebbe potuto accettare tale ginnastica pseudoculturale. Perché Dante non è attuale. Dante è universale. Attraversa il tempo restando senza tempo e ha detto tutto il dicibile. Un Dante pop sembra non piacere proprio al più pop degli storici medievisti. Alessandro Barbero, infatti, evita attentamente di cadere nel tranello dell’attualizzazione pur nell’attuale clima di cerimonie. Il suo “Dante” è la ricostruzione storica di una vita esemplare più che eccezionale. Dante non viene estrapolato dal contesto ma è campione di un tempo convulso e antico, per certi versi ancestrale. L’apertura del libro non inganni, o almeno inganni a metà. La narrazione della battaglia del 1289 è l’entrata a gamba tesa nella metà campo avversaria della narrativa, ma Barbero gioca il resto della partita nella sua parte di campo: la storia. La biografia del poeta fiorentino è frutto di una copiosa documentazione e ricostruisce con minuzia il tempo di Dante: l’Italia del Duecento lacerata dalle fazioni e dalla violenza, Firenze e le sue convulsioni politiche e sociali. Persino gli affari privati di Dante vengono raccontati come espressione storica. Solo nella seconda parte, quando il poeta dovrà viaggiare e mangiare il salato pane altrui, la prosa di Barbero si mostra incerta e quasi poetica. Forse perché i documenti si fanno più radi e lacunosi, difficili da verificare. Difficile il cammino di vita di Dante che ha patito il mezzo, la cesura. Dante la chiamò esilio e l’ha consacrata nella “Comedìa”, la più bella delle opere della letteratura mai scritte finora con buona pace di Thomas H. Eliot che gli equiparò le opere di Shakespeare. Sono le pagine sull’esilio quelle in cui la ricerca di Barbero si fa più pregnante e, si osi dire, mordace. Con molto meno cinismo di un Vanni Fucci -“l’ho detto perché dolor ti debba!”–  Barbero dissemina dubbi: sull’ambasceria a Roma (non ci sono prove certe, tranne si voglia ammettere come prova la dabbenaggine dei Bianchi), su una prolettica ragion di stato all’origine dell’accusa di baratteria “Dante barattiere, per lucro privato? Certo no; ma un Dante che trovandosi al governo accetta di fare qualche pressione nell’interesse del partito, per evitare che un certo incarico vada alla persona sbagliata, o per garantire un finanziamento agli amici, be’, questo francamente non appare proprio impossibile.”; ancora sul criptoghibellinismo del nostro, svelatosi nel periodo della frequentazione della coalizione dei fuorusciti che armi in pugno volevano rientrare nel 1302 a Firenze: Barbero in un colpo solo smentisce Cacciaguida “sì ch’a te fia bello/ averti fatta parte per te stesso” e dà ragione al Foscolo del “ghibellin fuggiasco”. Proprio il capitolo sulle vicende legate all’immediatezza dell’esilio sono un saggio dell’ intenzione storiografica di Barbero: nella ricostruzione capillare dei mesi tra il marzo del 1302 e il luglio del 1304 Dante appare come un personaggio secondario nonostante per Barbero sia pure dell’Alighieri la responsabilità del disastro della Lastra. Un personaggio cui Barbero, a proposito del Fucci, addebita pure qualche ipocrisia e opportunismo. Come rivela la sua permanenza a Verona presso il “gran Lombardo”. Cronaca che tra gli altri vede consumare la contesa che più affascina: quella che Barbero intraprende con Boccaccio.  Per tutto il libro Barbero punzecchia lo scrittore fiorentino con il gioco del bastone e della carota. Da un lato riconosce al giovane narratore, legatario di Petrarca ed entusiasta titolista della “Comedìa”, la tenacia nel reperire i documenti sulla vita di Dante insieme all’onestà di molte delle sue ricostruzioni, dall’altro però lo bastona per certe distrazioni come nel caso della lettera di frate Ilardo, utile per la datazione dell’Inferno o ricostruzioni eccessivamente letterarie come il soggiorno a Parigi o presso Guido Novello in anni precedenti alla morte, avvenuta a Ravenna nel 1321. Boccaccio confonde le date e Barbero non perdona: gli sorride bonario e gli contrappone Dino Compagni o Giovanni Villani. Ma si sa: tra storici e romanzieri corre poco buon sangue, sebbene Barbero sia anche un abile narratore. Non solo nell’introduzione a questo prezioso suo “Dante” ma anche nel resoconto dei fatti sentimentali e familiari del poeta. La vena letteraria di Barbero con Beatrice si lascia andare a particolari gustosi e scandalosi senza per questo dissacrarne la figura (anzi). Gemma Donati, invece, gli dà modo di indagare sulla burocrazia del tempo tra diritti dotali, testamenti e compravendite, ma soprattutto di divertire il lettore con particolari degni del compianto Marco Santagata quando, offrendo la carota a Boccaccio, ne riporta la convinzione che Dante approfittò dell’esilio per non vedere mai più la moglie. All’Alighieri, padre del pluristilismo, sarebbe piaciuta molto questa sua biografia molto severa e moderatamente ironica fino alle ultime parole quando lo storico si arrende al poeta degli ultimi versi del divino poema.

 * * *

La scheda del libro: “Dante” di Alessandro Barbero (Laterza)

Il genio creatore della Divina Commedia visto per la prima volta come uomo del suo tempo di cui condivide valori e mentalità. Alessandro Barbero ne disegna un ritratto a tutto tondo, avvicinando il lettore alle consuetudini, ai costumi e alla politica di una delle più affascinanti epoche della storia: il Medioevo.

Alessandro Barbero ricostruisce in quest’opera la vita di Dante, il poeta creatore di un capolavoro immortale, ma anche un uomo del suo tempo, il Medioevo, di cui queste pagine racconteranno il mondo e i valori. L’autore segue Dante nella sua adolescenza di figlio di un usuario che sogna di appartenere al mondo dei nobili e dei letterati; nei corridoi oscuri della politica, dove gli ideali si infrangono davanti alla realtà meschina degli odi di partito e della corruzione dilagante; nei vagabondaggi dell’esiliato che scopre l’incredibile varietà dell’Italia del Trecento, fra metropoli commerciali e corti cavalleresche. Di Dante, proprio per la fama che lo accompagnava già in vita, sappiamo forse più cose che di qualunque altro uomo dell’epoca: ci ha lasciato la sua testimonianza personale su cosa significava, allora, essere un teen-ager innamorato, o su cosa si provava quando si saliva a cavallo per andare in battaglia. Ma il libro affronta anche le lacrime i silenzi che rendono incerta la ricostruzione di interi periodi della sia vita, presentando gli argomenti pro e contro le diverse ipotesi, e permettendo a chi legge di farsi una propria idea, come quando il lettore di un giallo è invitato a seguire il filo degli eventi e ad arrivare per proprio conto a una conclusione. Un ritratto scritto da un grande storico, meticoloso nella ricerca e nell’interpretazione delle fonti, attento a dare piena giustificazione di ogni affermazione e di ogni ipotesi; ma anche un’opera di straordinaria ricchezza stilistica, che si legge come un romanzo.

 * * *

Alessandro Barbero, uno dei più originali storici italiani, è noto al largo pubblico per i suoi libri – saggi e romanzi- e per le sue collaborazioni telvisive. Studioso di prestigio, insegna Storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale, sede di Vercelli. Con Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo ha vinto il Premio Strega 1996.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: