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LOREDANA LIPPERINI racconta LA NOTTE SI AVVICINA

gennaio 29, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: LOREDANA LIPPERINI racconta LA NOTTE SI AVVICINA (Bompiani)

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di Loredana Lipperini

La notte si avvicina” racconta un’epidemia di peste che scoppia nel 2008 in un piccolo e inesistente paese delle Marche, Vallescura. Nasce con l’intento di raccontare un flagello, di cui la peste è metafora, e nasce molto prima del flagello vero. Era il 2016. Partecipavo a una residenza letteraria, Sconfinare a Lampedusa, dove ero stata invitata da Evelina Santangelo: scrittori che restano una settimana sull’isola, osservano, la raccontano nell’ultimo giorno. L’idea iniziale era quella di un gemellaggio con Gita al Faro, a Ventotene, ma scopriamo quasi subito che non può essere così. A Ventotene tutto è già avvenuto: il confino di Giulia, figlia dell’imperatore, il carcere borbonico a Santo Stefano, la morte di Gaetano Bresci, Altiero Spinelli, il manifesto per l’Europa.
Ecco, l’Europa. Quando arrivi a Lampedusa capisci che qui tutto sta accadendo, invece, e che c’è un mondo millenario che sta vacillando (il centro vacilla, dice Yeats, e non sapeva quanto fosse profetica questa frase) e una mutazione che non è ancora raccontabile, e che sicuramente in molti, moltissimi, non vogliono neppure provare a raccontare.
E tu, puoi raccontarla?, mi ero chiesta. Puoi farlo senza la presunzione di essere la straniera che con l’arroganza di chi ha letto, magari moltissimo, non ha avuto l’esperienza diretta per farlo? E quell’esperienza che puoi fare in una manciata di giorni, sarà, lo sai subito, insufficiente. Perché devi prima scrollarti di dosso tutto quello che immaginavi prima, e poi dovrai tentare di mettere insieme le cento verità in cui ti imbatti.
“Non siamo eroi”. Se dovessi dare conto della frase più ascoltata in quella settimana di giugno, sarebbe questa. Non siamo quelli del Nobel per la pace, quelli di Fuocoammare, quelli del papa. Ma, penso io, siete pur sempre anche questo. E ancora. Non siamo diversi dagli altri. Siamo quelli che hanno problemi con la militarizzazione dell’isola, con i radar, ma anche con le fogne e la raccolta differenziata e gli abusi edilizi degli anni Ottanta e la questione ambientale e la tartaruga Caretta Caretta. E ancora. Siamo quelli che si rimboccano le maniche per dare i nomi ai migranti morti, ma lo facciamo perché va fatto, non c’è nulla di speciale in questo. Non siamo un palcoscenico. Non siamo un fondale. Eppure siete quelli che accolgono perché così è, così va fatto, e così è persino inevitabile perché non si fermerà, non può fermarsi, anzi aumenterà.
Io ho provato a raccontare. E l’idea del romanzo comincia così.
E’ sera, e le sere arrivano tardi perché è comunque estate, e mercoledì lo scirocco non c’è ancora, e come in ogni sera di estate, anche se gialla e arsa come molto nell’isola, ci sono le strade principali, che si chiamano quasi sempre via Roma, come questa. E sulla strada, su cui si affacciano bar e ristoranti e arancinerie e negozi (e una sola biblioteca, la Ibby ostinatamente voluta, ma giocoforza con orari di apertura limitati e no, nessuna, nessuna libreria). E tu passeggiando per quella strada non vedi nulla di diverso da quello che troveresti in qualsiasi luogo di vacanze: le infradito e le magliette e i costumi, e le spugne naturali (e tu non lo sai ancora che non si trovano più, a Lampedusa, le spugne), e le granite di mandorla e finocchietto, e i turisti che appunto sono seduti ai tavolini dei bar e mangiano gelati e guardano la partita.
La discrepanza, che infine arriva, è nei ragazzi neri che a gruppetti guardano anche loro la partita, ma in piedi. Nella ragazza che ti chiede di telefonare. Sono gli ospiti dell’hotspot che teoricamente dall’hotspot non dovrebbero uscire e teoricamente nell’hotspot dovrebbero stare poche ore. Ma non va così perché non può andare così, e forse te li sei pure sognati, quei ragazzi, visto che l’isola è come tutte piena di rumori e spiriti e fantasmi, però se fossero veri loro sarebbero in piedi e i turisti seduti, perché con quali soldi pagherebbero la consumazione visto che, di fatto, non sono là? E cosa è Lampedusa?
Questa è la prima cosa che imparo. Non è possibile fermarsi alla prima immagine. Non è possibile non avere dubbi. Non è possibile pretendere di raccontare altro se non lo specchio che mi riflette, e le contraddizioni che, qui, non possono che venire a galla, ed esplodere.
Dopo due giorni, incontro i morti. Ma prima incontro i loro oggetti. Perché gli oggetti, come quelli  dei passeggeri del Dc9 abbattuto a Ustica conservati in nove casse nere al Museo per la Memoria, parlano. Gli oggetti, dicono le donne e gli uomini del collettivo Askavusa “trattengono e rilasciano energia”.  Porto M non è un museo della memoria. Non ci sono casse nere. Tu entri, nei locali che danno sul mare, percorrendo vicoli e scendendo scalini, e inizialmente sbagli, perché sei pur sempre una straniera, e pur sempre ti porti dietro la schizofrenica mentalità della viaggiatrice, che in parte osserva e in parte mantiene e alimenta la postura della turista, quella che si siede ai tavolini e chiede una granita di gelsi e mandorla, perché no? E dunque entri, alzi gli occhi alla parete e dici: oh, guarda, vendono vestiti.
Poi vedi che il primo vestito sulla sinistra, quello azzurro con dolci venature di bianco ha uno, due, molti buchi e strappi, e che quei buchi e strappi non sono la malintesa estetica di uno stilista, ma sono, forse – perché non puoi saperlo – l’effetto di un impiglio, nel senso di un impaccio davvero, di un tragico impaccio. Dove? Sullo scafo? Nel trasbordo? Su uno scoglio? Sono, l’abito azzurro e quello a fiori e quello nero, e la maglietta e i jeans, gli abiti dei migranti. Quelle appese all’ingresso, sopra le nostre teste, sono le loro scarpe: da ginnastica, sandali, basse da donna. Sugli scaffali ci sono i loro oggetti: bottiglie, boccette, barattoli che sembrano di conserva. Ci sono le bottiglie di plastica. I giubbotti di salvataggio. I libri. La Bibbia, il Corano, altro. Sono gonfi d’acqua.
Questo non è un museo.
Le donne e gli uomini del collettivo li trovarono nelle discariche e sulle spiagge. Tu, straniera che sei, non puoi che entrare e guardare e provare a ridire. Non è un museo, non può esserlo, e non è esattamente memoria, perché Ustica, per esempio, è accaduta, anche se ancora tutto quanto resta irrisolto pulsa come un cuore nero e irradia oscurità nella nostra storia presente. Qui tutto sta ancora accadendo, e visitare Porto M, e parlare con le donne e gli uomini di Askavusa semina dubbi, aumenta i dubbi, ti pone davanti a quello specchio che hai già nominato e ti fa chiedere: cosa faccio qui, e perché, e come potrò dirlo e quale verità dirò?
Una delle molte possibili, per forza, o dovresti smettere di parlare e scrivere.
Ti diranno, a Porto M, quello che senti ripetere ogni giorno: non c’è nessun eroe a Lampedusa, non siamo diversi. Abbiamo solo visto di più. Ti dicono che nell’hotspot se non accetti di rilasciare le impronte digitali ti fanno stare isolato, non ti fanno giocare a pallone, ti lanciano i piatti con il cibo. Ti dicono che nell’isola le scuole non hanno l’agibilità. Che il motto è io fingo di non vedere e tu non vedi me. Ti dicono che non c’è volontà di cambiare le cose perché esiste e si afferma e cresce un’economia dell’emergenza perpetua, e dunque come vivi se i poliziotti non affittano le case o le stanze degli alberghi e non c’è l’artista o l’attore in visita? Come scegli tra lavoro ed etica, in un’isola che prima viveva di pesca e turismo e adesso vive anche e forse soprattutto di questo?
E da fuori, ti dicono, voi venite prendete e portate via, e invece dovreste capire le dinamiche, non fermarvi a una vetrina che non rispecchia la realtà, alla prima immagine, alla prima emozione. Dovreste, dicono ancora, capire che l’accoglienza così com’è è un affare di stato, che le cose non sono come vengono raccontate, che dopo 72 ore i migranti dovrebbero lasciare l’hotspot e così non è ed è per quello che (forse, certo) li incontri per la strada, io non vedo te e tu non vedi me.
Così, tu esci frastornata, e non solo per lo scirocco che soffia continuamente. E subito dopo vai a visitare il Museo della Fiducia e del Dialogo, e ti fermi davanti all’Amorino di Caravaggio, e davanti ai video sui naufragi, e davanti agli altari portatili di ogni fede, e ci piangi pure un po’ sopra, come hai pianto nascondendoti dietro gli occhiali davanti alle scarpe sventrate, ti dici anche “ma serve anche questo”, e che nel groviglio sei portata a dare ragione a tutti, a chi dice che occorre radere al suolo un sistema di oppressione totale e a chi tenta di rischiarare quell’oppressione con almeno un soffio di bellezza.
Cosa bisogna fare, infine, ti chiedi.
Lo scopri nel pomeriggio, entrando nel cimitero di Lampedusa. Un nome c’è, nell’angolo che incontri per primo. È quello di un velista francese, Alan Roulex, che è morto qui nel 1998, pare per un incidente. Più sotto, sulla stessa lapide, c’è quello di sua moglie, che lo ha raggiunto molti anni dopo, e ha voluto essere sepolta qui, insieme a lui.
Questa è una storia d’amore, e anche quel che c’è nel rettangolo di terra dove riposano i due sposi è una storia d’amore, e anche quel che c’è nel rettangolo gemello.
I due rettangoli contengono croci, e le croci sono fatte con il legno delle barche. Dunque sono blu, e i bracci più corti sono rossi, o gialli. Sono distanziate le une dalle altre. Ci sono piante grasse, o fiori che resistono al caldo e al vento. I nomi no, i nomi non ci sono.
Molti anni fa, quando il disgraziato velista francese è morto, o poco dopo, non si parlava ancora di emergenza, non arrivava Richard Gere, i migranti che traversavano non venivano “detti”. Ma arrivavano lo stesso, e arrivavano morti, e spesso da molti giorni, e arrivavano e non si sapeva chi fossero, e chi dovesse seppellirli, e poi come, e chi avrebbe avuto il coraggio. Così Vincenzo Lombardo, che gestiva un’edicola e si occupava del cimitero, prendeva qualche foglia di menta, la infilava sotto una mascherina per resistere all’odore, e raccoglieva quei corpi straziati, e li seppelliva qui, in questi due angoli. Avendo cura di tenere separato l’unico corpo femminile, con una croce più bella, e sotto una piantina, perché non venisse violato il pudore.
Le croci, ci metteva, e cosa altro? A chi glielo chiedeva, Lombardo rispondeva che il suo Dio era quello, e che poi “lassù” si sarebbero messi d’accordo.
Ma i nomi non ci sono, ci sono le descrizioni, l’età apparente quando si può, l’appartenenza quando si può, non ci sono i particolari che riguardano le condizioni del corpo che in una sepoltura si omettono, e magari si registrano all’anagrafe, insieme alla data di ritrovamento. 1998. 2003.
La data, già. Quella che i salvati ricordano bene. Non il mese, ma il giorno. Sono arrivato il 9, o il 12. Il 12 di che? Non sanno, ma il giorno sì, è il giorno della rinascita. Qualcuno ha raccontato che uno dei salvati del 2013 dice di avere tre anni, mentre ne ha venti, o qualcosa di simile. Conta la nascita vera, quella che ti ha strappato alla morte.
Nel cimitero nuovo, quello dove ci sono i due rettangoli con i sommersi, c’è una targa con le parole di Cesare Pavese: “Quale mondo giaccia al di là questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e ci arriverò”.
Ti stringe il cuore, sì. Però, dal momento che anche questa non è una sola verità, quando arrivi al cimitero vecchio e incontri Paola, lei te lo dice subito: quel che vedete raccontato qui è quanto siamo bravi noi, noi bianchi e italiani. Paola è Paola La Rosa, una volontaria, un’attivista, una donna di roccia, a volte spietata con se stessa: pure io, dice, che cerco il nome dei morti per restituire loro un’umanità, lo faccio per egoismo, alla fine.
Come tutti, del resto.
Paola cerca dunque il nome ai morti, che qui nel cimitero vecchio stanno affastellati, i migranti indicati solo da un numero, in loculi sgranati dagli anni, e le famiglie di Lampedusa, sotto lapidi così antiche che non riesci più a leggere l’età, e in certi casi nemmeno, appunto, il nome.
Ma un nome almeno c’era, e altrove ci sono solo numeri.  3, o 5, le prime ondate, e poi le seconde e le terze di chi arrivava oltre quel mare senza conoscere – forse, perché questo non lo sai – le parole di Pavese.  Su una lapide a terra resta una scritta incisa nel cemento: “comunitaria”, e dalle ricerche che fai dopo in rete, google immagini, basta poco, la vedi per intero, e la scritta diceva Extracomunitaria, e sopra c’è la data: 7 giugno 2008.
Il senso del discorso di Paola lo capisci trovando a terra una lapide che per fortuna è stata rimossa, e che è sì raccapricciante in quel “quanto siamo bravi” che trasuda da ogni parola: Salma n.16, c’è scritto su uno sfondo di mare azzurro, che forse è l’ultima cosa che quello che era un uomo – con un nome –  voleva portarsi nella morte. E poi: Riposa in pace. E poi: “Immigrato non identificato di sesso maschile etnia africana colore nero”. E poi: “Rinvenuto da Comando 7° Squadriglia Guardia Costiera di Lampedusa”, e giù una serie di iniziali puntate con gli svolazzi, in un corsivo da invito al cocktail. E poi: “all’interno del gavone prodiero dell’imbarcazione con la quale aveva affrontato il viaggio della speranza in data 1/8/2011 alle ore 3,30, operazione di sbarco presso il Molo Favaloro dalle ore 4,30 alle 6,30, con l’ausilio Capo dei vigili del fuoco di Lampedusa”. C’è pure la firma di quello che allora era il primo cittadino: “Il sindaco Bernardino De Rubeis”. Con gli svolazzi, certo.
Poi, però, ci sono quelli che le proprie tombe, quelle di famiglia magari, le donano, o quelli che le comprano per dare una sepoltura ai senza nome, celando il proprio. E c’è Paola che appunto cerca i nomi, con le altre e gli altri che la aiutano, e così, per dire, sono riusciti a dare un nome a Welela, una ragazza eritrea giovanissima che ha anche una foto, adesso, sulla tomba, e fiori. Welela viaggiava su un barcone, già morta. Forse per le ustioni, perché una cosa che si impara a Lampedusa è che moltissimi migranti arrivano qui ustionati, perché sul fondo dei barconi si forma una miscela di acqua salata e nafta, ma in quel caso particolare si aggiungevano le ustioni provocate dall’esplosione di una bombola di gas nella tana in Libia dove aspettavano di imbarcarsi, e li hanno imbarcati lo stesso, bruciati com’erano, alcuni già agonizzanti. Il nome di Welela si deve a una telefonata del fratello, nei paesi del Nord, che sapeva che la ragazza era su un barcone, e che quel barcone era affondato, e dalle testimonianze faticosamente raccolte dai suoi compagni di viaggio. Il fratello ha deciso che era giusto così, che riposasse nell’isola. Un giorno, quando potrà, verrà a salutarla.
Ecco, dare i nomi, dice Paola, non è un gesto di pietà. E’ restituire a chi è morto umanità. De-umanizzare significa cancellare, non attribuire una storia, una verità. Confondere tutto nello spettacolo delle vittime, dove noi, noi gli accoglienti, recitiamo la parte migliore. Bisognerebbe, dicono in molti, salvarle prima, queste persone, tirare fuori la nostra parte migliore in un contesto più forte, impedire gli accordi internazionali, le connivenze con le dittature, la vendita di armi, le strette di mano da parte di chi, poi, viene qui con la faccia triste, e riparte.
In altre parole, significa che la responsabilità è di tutti, e che non basta venire qui, sull’isola, a fare la faccia triste o a essere realmente tristi, e tornarsene a casa. O fuori dai cancelli del cimitero, dopo aver passeggiato fra le tombe antiche che il tempo rivuole indietro, e non sai più chi era quel bambino di pochi anni che apparteneva al cielo, così dice la lapide. O quella diciassettenne del secolo scorso, che è ritratta già da morta sulla tomba, in quello che si chiama “memento mori”, ed erano le fotografie dei corpi dei propri cari cadaveri, un ultimo e disperato gesto d’amore che oggi chiamiamo macabro, ma ai tempi, fine Ottocento-inizio Novecento, era l’unica fotografia che ci si poteva permettere, e c’erano i fotografi specializzati in “memento mori”, che riuscivano a truccare i morti come se fossero vivi, persino in piedi, perché la fotografia era un’illusione di eternità, e invece la salsedine se la mangia di nuovo.
E non puoi non pensarlo, che il tempo che ti è dato dovresti saperlo usare, invece di uscire, respirare, e sapere che fra non molto, per forza di cose, parlerai di altro.
Invece, grazie alle erbe nella mascherina di Vincenzo Lombardo, identiche a quelle dei medici della peste, ho scritto un romanzo.

(Riproduzione riservata)

© Loredana Lipperini

La notte si avvicina

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La scheda del libro: “La notte si avvicina” di Loredana Lipperini (Bompiani)

Italia, 2008. L’anno della grande crisi economica e del più spietato disinteresse verso il mondo. Un paese ai piedi delle montagne, già segnato dal terremoto, circondato da militari, popolato da persone incerte, impaurite, rabbiose. E prigioniere. Un’epidemia, una nuova peste che dilaga e non perdona. Le streghe, come le epidemie, attraversano la storia, e in questa, di storia, ce ne sono tante: le mamme feroci che strappano a Maria i suoi figli, condannandola a una vita di solitudine; Chiara, smarrita nel suo mondo disseminato di presagi, sogni, visioni di fruste e angeli punitivi; Saretta, settant’anni, forte e vasta come una Grande Madre, con le sue complicità d’ombra e il dominio assoluto su Vallescura, il paese “noioso e grasso e poco ospitale” che sembra respingere i nuovi arrivati come un magnete e come un magnete attira a sé il male. Stella stellina / la notte si avvicina: parole consolatorie, parole micidiali. Un gotico italiano che ci parla dell’oggi evocando forze e misteri che arrivano dal passato, una filastrocca nera in cui l’ignoranza diventa ferocia, il peccato s’incarna nella malattia, e nessuno in fondo è innocente, nessuno può dormire in pace.

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Loredana Lipperini è scrittrice, saggista, giornalista e conduttrice per il programma radiofonico Fahrenheit. Il suo blog Lipperatura, attivo dal 2004, è un punto di riferimento per la discussione letteraria, culturale e politica. Con Bompiani ha pubblicato il romanzo L’arrivo di Saturno (2016), la raccolta di racconti Magia nera (2019) e la nuova edizione del saggio Non è un paese per vecchie.

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