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TRE MADRI di Francesca Serafini: incontro con l’autrice

febbraio 1, 2021

“Tre madri” di Francesca Serafini (La nave di Teseo): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Francesca Serafini ha pubblicato tra le altre cose Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiaturaDi calcio non si parla e Lui, io, noi (con Dori Ghezzi e Giordano Meacci). Scrive da anni sceneggiature per la tv e per il cinema: con Claudio Caligari e Giordano Meacci ha scritto Non essere cattivo, film dell’anno ai Nastri d’argento nel 2016 e candidato italiano agli Oscar nello stesso anno. Sempre con Giordano Meacci ha scritto il biopic Fabrizio De André – Principe libero del 2018.

Per La nave di Teseo è appena uscito il suo primo romanzo: si intitola Tre madri.

Abbiamo chiesto a Francesca Serafini di parlarcene

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«Scrivo sceneggiature da molti anni», ha detto Francesca Serafini a Letteratitudine. «Mi piace farlo. Mi piace lavorare in gruppo. Confrontarmi con altre persone, altri ruoli. Mi piace vedere trasformate le mie/nostre fantasie (e con “nostre” intendo mie e di Giordano Meacci, con cui scrivo e amo scrivere, sempre) in corpi e voci reali che se ne appropriano. E però, la scrittura drammaturgica impone delle regole dalle quali sentivo il bisogno di prendere una pausa. Avevo bisogno di una sintassi più articolata e complessa di quella che mi posso permettere nei dialoghi (tutto ciò che “apparentemente” resta della scrittura nei film: come se le azioni dei personaggi, il loro stesso cuore, non venisse anche quello pensato da chi dà vita alla pagina su cui danzeranno tutti gli altri). Volevo, per una volta, entrare nella testa dei protagonisti: sottrarmi alla necessità della messa in scena, per addentrarmi nelle tenebre dei pensieri che muovono (o inibiscono) le nostre azioni, nel nostro quotidiano confronto con il mondo.

https://64.media.tumblr.com/4b1d224c868132dbb9b14d5b37d6134b/31903fee1581409e-fd/s1280x1920/da98bdfe30aafa58a538cfbc47be6786c8f9db1a.jpgLisa Mancini nasce così: per concedermi il lusso di questa distrazione. Il fatto che sia una commissaria di polizia si deve invece, principalmente, a serie televisive inglesi come River, Unforgotten, Happy Valley, The missing, di cui sono appassionata divoratrice. Quelle in cui il genere serve a stringere un patto con lo spettatore, ma poi si mostra occasione per indagare in senso antropologico più che poliziesco la comunità in cui la trama si muove: per guardare agli esseri umani per quello che sono, nel bene e nel male, senza l’oppressione di un giudizio.
A quel punto, per partire, mi mancava solo il contesto giusto per cominciare questa storia. E allora è arrivata la folgorazione di Mutonia. Il villaggio della Mutoid Waste Company in cui artisti di diversa provenienza geografica danno una seconda vita agli scarti della società industriale trasformandoli in opere d’arte. Si trova appena fuori Santarcangelo di Romagna e rappresenta un esempio virtuoso di integrazione. Per questo ho ritenuto opportuno cambiare tutti i toponimi (da qui l’invenzione di Montezenta). Perché avevo bisogno di conflitti e non volevo attribuire agli abitanti reali della zona miserie e pregiudizi dai quali sono felicemente liberi. Quell’esperienza, d’altra parte, si mostrava metafora compiuta della storia di Lisa, dal momento che lei, che arriva da esperienze di successo anche internazionale e però insieme da un dolore che conosceremo a poco a poco, si ritira a Montezenta proprio in cerca di una seconda possibilità. E qualche volta la vita è così generosa da concedercela, ma anche crudele nel farcela trovare in mezzo alle macerie di un altro dolore, com’è per Lisa la ricerca di River: il quindicenne inglese scomparso su cui dovrà indagare. River – come suggerisce il nome – è il fiume che attraversa il racconto. Dal suo fondo limaccioso emergono le storie di tutti i personaggi di Montezenta (anche questo nome non è casuale e definisce l’intento preciso di un racconto corale) mostrandoci come a volte – per citare De André, che nel romanzo è presente fin dal titolo ­­­­– “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.»

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La prime pagine di “Tre madri” di Francesca Serafini (La nave di Teseo)

I.

Di là dal fiume e tra gli alberi del bosco alto, nei giorni di libeccio, quando dalla ferriera antica il fumo si abbassa fino alla foschia del primo mattino, il profilo medievale di Montezenta si distingue appena, tutto avvolto da una nebbia in cui la natura e le sue insidie si allacciano per consegnare alla vista la definizione opaca di un’ecografia prenatale.
Eppure, come in quel nero traslucido le famiglie in attesa si contendono il primato delle somiglianze, così Tonio, il custode della fonderia, anche in giorni come questi sa riconoscere a uno a uno i tetti rossi del paese, mandando a memoria il panorama lungo il tragitto che da trentasei anni lo riporta a casa da sua madre, quando smonta il turno e non c’è il vento a offuscargli i pensieri.
Anche questa mattina, e’ Gramet – è così che lo chiamano in paese, per via della figura alta e magrissima – percorre la strada trascinando il carretto con gli scarti dello stabilimento: trucioli della lavorazione al tornio, perlopiù, e un paio dei pezzi più grandi che gli operai, quando possono, di nascosto mettono da parte per lui. Gli varranno qualche euro non appena, superato il bosco alto, nei pressi del ponte sul fiume, riuscirà a raggiungere Ca de Falùg.
Quando arriva, il piccolo accampamento di roulotte e di prefabbricati sembra ancora addormentato. Lo domina, dall’alto, la scultura in lamiera della testa – enorme – di un bambino: metà in acciaio e metà in rame, gli occhi verdi di vetro, fissi, e un vuoto squadrato che sprofonda dal labbro superiore a rappresentare la disperazione di un grido che ha strappato via il mento.
A guardarlo ora, nel silenzio della valle, Tonio si sente immediatamente fragile e sperduto, anche se non sa capire perché (non è la prima volta che lo vede ma non ha mai provato niente del genere): quel tipo di inconsapevolezza che è insieme – il più delle volte – il rifugio dalla paura e ciò che la alimenta.
Secondo l’inclinazione del suo carattere, però, lo smarrimento di Tonio dura solo qualche istante. Poi prevale in lui l’impazienza: si guarda intorno circospetto, anche se non ci sono segni di presenza viva. Allora valuta l’opportunità di fare rumore per richiamare attenzione, sperando in questo modo di accelerare le operazioni di scambio. Ma nel conto delle sue ruminazioni finisce per avere un peso decisivo il rischio di essere notato, piuttosto, da qualcuno del paese che si trovi a passare di lì, tant’è che si arrende a una più cauta inerzia. Fino a quando – ormai sul punto di andarsene – in lontananza, nei pressi del suo container, vede comparire Aimee: scarmigliata e bellissima.
È scalza, nonostante la temperatura abbia da poco superato lo zero; il corpo snello e aggraziato coperto solo da una specie di sottana grigia che a distanza ravvicinata si rivela per quello che è: una canottiera più ampia di almeno un paio di misure che in passato Tonio ha già visto indosso al suo uomo, Victor.
In genere ci pensa lui a prendere in consegna i suoi scarti, ma – gli spiega Aimee, vedendolo sorpreso per la sostituzione – è partito la sera prima per un sopralluogo. Mentre parla, Aimee si accorge che Tonio non la segue più. Di nuovo preoccupato dal pensiero che qualcuno possa vederlo lì, spinge verso la donna la cassetta con i frammenti di metallo perché ne possa stabilire il prezzo. Aimee si adegua: controlla rapidamente che il bottino sia in linea con gli altri giorni e poi gli passa la banconota da dieci euro che teneva arrotolata nel pugno. Un cenno di saluto e si china per recuperare il materiale che nel frattempo Tonio ha sistemato a terra. E qui la bretella destra della canottiera si allarga sulla spalla, lasciando intravedere un piercing sulla punta del seno irrigidita dal freddo che immediatamente attrae lo sguardo di Tonio. Aimee si copre, d’istinto, con uno scatto che rivela un disagio non previsto.
– Eh… – fa Tonio, minimizzando la reazione. Gli orecchini vanno all’orecchio, pensa: mica se le inventano a caso le parole…
Se te lo metti lì è perché vuoi che qualcuno lo veda: e allora di cosa ti vergogni, poi mo’?
Fata roba!, borbotta tra sé rimettendosi in cammino: evidentemente sfuggendo alla sua comprensione – chissà se in assoluto o nella circostanza – il concetto di scelta (e di scelta volta per volta, poi): e questo, con buona probabilità, perché, da quando è nato, e su quasi tutto quello che lo riguarda, è un diritto che si è arrogata per lui sua madre Edda.
A questo punto – mi rendo conto – dovrei scandagliare più in profondità la natura del loro legame, anche per capire che ruolo abbia nel condizionare le ambiguità del comportamento di Tonio a Ca de Falùg (e, in generale, tutta la sua vita). Dovrei anche raccontare come è nato il nome di questa piccola frazione di Montezenta, ormai accettato anche dalla burocrazia amministrativa con la dicitura tecnica di “Località”; e poi ripercorrere la sua storia e il suo rapporto col resto degli abitanti del paese, che intanto si stanno mettendo in moto per cominciare una giornata apparentemente uguale a tante altre.
(…)

(Riproduzione riservata)

© La nave di Teseo

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La scheda del libro: “Tre madri” di Francesca Serafini (La nave di Teseo)

La commissaria Lisa Mancini a soli trentatré anni ha già alle spalle una carriera straordinaria. Tanti successi in Italia e all’estero di cui potrebbe vantarsi, ma che creano intorno a lei un’aura di mistero il giorno in cui decide di abbandonare l’incarico all’Interpol di Lione per dirigere il commissariato di Montezenta, un piccolo centro romagnolo con i pregi e i difetti della provincia italiana, e di tutte le province del mondo. Nessuno conosce il motivo del trasferimento di Lisa. Tutto quello che sappiamo sul suo conto è che, sbrigate le pratiche di routine, passa le giornate chiusa nel suo ufficio a giocare a Candy Crush sul cellulare. Finché non viene denunciata la scomparsa di River: un quindicenne di origine inglese che vive con la sua famiglia in un piccolo villaggio appena fuori dalle mura medievali di Montezenta. Una comunità libertaria e anticonformista che trasforma in opere d’arte i materiali di scarto, e che attira per questo su di sé l’ostilità e i pregiudizi del resto della popolazione. River – uno studente modello, capace di farsi amare da tutti – è davvero una vittima oppure sta scappando da qualcosa di cui è lui stesso responsabile? Per riuscire a rispondere a questa domanda, Lisa dovrà combattere i demoni del suo passato, e trasformare la ricerca del ragazzo in un viaggio a perdifiato dentro sé stessa. In un romanzo straripante di scelte coraggiose e parole raccolte con cura, di canzoni che si insinuano nei pensieri e film che lasciano folgorati, Lisa Mancini è un personaggio che parla di noi, delle nostre paure, dei nostri affetti più incandescenti.

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