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LUCE DELLA NOTTE di Ilaria Tuti (un estratto)

febbraio 11, 2021

Pubblichiamo un brano estratto dal romanzo “Luce della notte” di Ilaria Tuti (Longanesi)

La storia di una bambina speciale. Il ritorno dell’amatissima Teresa Battaglia in un romanzo di rinascita e speranza

 * * *

Chiara ha fatto un sogno. E ha avuto tantissima paura. Canta e conta, si diceva nel sogno, ma il buio non voleva andarsene. Così, Chiara si è affidata alla luce invisibile della notte per muovere i propri passi nel bosco. Ma quello che ha trovato scavando alle radici dell’albero l’ha sconvolta. Perché forse non era davvero un sogno. Forse era una spaventosa realtà. Manca poco a Natale, il giorno in cui Chiara compirà nove anni. Anzi, la notte: perché la bambina non vede la luce del sole da non sa più quanto tempo. Ci vuole un cuore grande per aiutare il suo piccolo cuore a smettere di tremare. È per questo che, a pochi giorni dalla chiusura di un faticosissimo e pericoloso caso e dalla scoperta di qualcosa che dovrà tenere per sé, Teresa Battaglia non esita a mettersi in gioco. Forse perché, no­nostante tutto, in lei batte ancora un cuore bambino. Lo stesso che palpita, suo malgrado, nel giovane ispettore Marini, dato che pur tra mille dubbi e perplessità decide di unirsi al commissario Battaglia in quella che sembra un’indagine folle e insensata. Già, perché come si può anche solo pensare di indagare su un sogno? Però Teresa sa, anzi, sente dentro di sé che quella fragile, spaurita e coraggiosissima bambina ha affondato le mani in qualcosa di vero, di autentico… E di terribile.

 * * *

Le prime pagine del romanzo “Luce della notte” di Ilaria Tuti (Longanesi)

 

1

Canta e conta, si disse la bambina per allontanare il Buio.
Ma la notte non se ne andò. Le rispose con un lamento a labbra strette che si arrampicava sull’erba accartocciata dalla brina e crepitava sulla pietra del selciato, lungo il portico della casa, fino a raggiungerla e ad aggrovigliarsi al centro della pancia.
La notte fumava di nubi, Chiara le guardava arrotolarsi sulla strada che risaliva la collina, dalle vigne coperte di cristalli fin su, al limitare del giardino. Le sagome degli animali scolpiti nel legno sembravano allungare musi e ali per liberarsi dalla nebbia e trovare un respiro di libertà. Qualche fiocco di neve roteava nell’aria, passatempo di un vento che giocava a nascondino e agitava le piume rosee sulla schiena della bambina.
Chiara sentiva l’umidità attraverso le calze, il calore della lana contro la bocca, l’odore muschiato del gelo, quello del suo respiro, i rintocchi di una campana lontana. E quel mugolio, che, ora capiva, veniva da dentro.
Si voltò un’ultima volta a osservare la casa: la porta era chiusa, come per tenerla fuori, assieme alla paura; l’edera divorava la costruzione fino al camino spento e ricadeva su finestre che riflettevano il visino pallido della bambina come in un gioco di specchi.
Quando tornò a guardare davanti a sé, fili di capelli si allungarono verso l’oscurità, risucchiati da una gola profonda. Il cielo era diventato un gorgo e lacrimava ghiaccio.
Conta, si disse ancora, il cuore matto.
«Canta e conta, il buio svanirà. Uno. Piccola fata, trema trema…»
Fu incapace di proseguire. Il numero successivo non saliva alle labbra.
Oltrepassò il cancello. Il peso leggero d’ossa di fanciulla faceva scrocchiare fogliame raggrinzito e neve gelata.
Il boschetto di acacie era rischiarato da luminarie tutto il tempo dell’anno. I fili di luci pendevano dai rami rugosi come collane scintillanti dal collo scarno e avvizzito di una vecchia.
Li oltrepassò sfiorandoli. Il vetro delle lampadine tintinnò, l’altalena emise un cigolio. Forse le fate della notte e dell’inverno giocavano a rincorrersi, invisibili.
Chiara fece ancora qualche passo, fino all’ultimo albero prima del grande buio. Appoggiò le dita sul tronco come avrebbe fatto con la guancia di un amico, se ne avesse avuto uno, e restò immobile in mezzo alla natura che il sortilegio dell’inverno aveva addormentato: qualcuno lo aveva ferito, tracciandovi solchi che ne avevano scorticato il fusto.
Il lamento tornò a levarsi, ma questa volta proveniva da fuori, dalle tenebre davanti a lei, che si muovevano masticando con lentezza ombre e foschia.
«Continua, continua… Sei. Vai avanti con coraggio.»
Chiara ricominciò a cantare, senza riuscire a dare un ordine ai numeri, ma una piuma la interruppe sfiorandole il naso.
La guardò appoggiarsi sul sentiero, sporca di sangue. Ciò che la turbò, tuttavia, fu che la terra era smossa, fino a rivelare le radici dell’albero. Doveva ripararle dal freddo.
Si chinò per raccogliere terriccio attorno alle arterie colme di linfa, ma ciò che fece, contro la propria volontà, fu affondare le unghie e scavare.
E più scavava, più le dita si macchiavano di rosso.
«Apro un cuore.»
Non capì il senso di quelle parole, né perché le disse, ma sentì il battito chiamarla attraverso la terra.
Era là sotto. C’era davvero. Un cuore bambino.

 

 * * *

2

Teresa si strinse il giaccone addosso. Il gelo tormentava le ossa. La nebbia era densa, entrava nella testa, confondendola.
La casa sorgeva su una collina, poco sopra le vigne, a ridosso di una boscaglia che, al di là del promontorio, tornava a essere vigneto. Le tenute vinicole si alternavano a paesini di campagna. La natura colmava ogni spazio restante.
La vita umana e ogni sua opera erano luci lontane nel torbido pomeriggio invernale, boe disperse nel biancore che si muoveva sopra ogni cosa come un mare poderoso ma indolente.
Sembrava che il cielo fosse precipitato sulla terra. Le ispirò una citazione.
«Nessun organismo vivente può restare sano a lungo in condizioni di assoluta realtà; si crede che perfino allodole e cavallette sognino.»
«Che significa?»
Marini aveva atteso paziente accanto a lei senza dire una parola, quasi ne condividesse la perplessità.
Teresa si riscosse.
«Sono parole di Shirley Jackson. L’incubo di Hill House.»
«Mmh. Interessante che le sia venuto in mente ora. Come continua?»
«Più o meno così: La Casa sulla Collina, dove non era sanità ma follia, sorgeva in alto, isolata, piena di tenebra; là era stata per ottant’anni, e prometteva di restarvi per altri ottanta… e qualunque cosa vagasse là dentro, vagava in solitudine.» Era incredibile come i ricordi recenti si sgretolassero con facilità e altri più antichi calcificassero come un nuovo scheletro dentro di lei. «Ho amato quel romanzo.»
«Non stento a crederlo.»
La casa davanti a loro li stava attendendo. Le finestre accese di un bagliore soffuso, il camino fumante, il giardino addobbato con luminarie che respingevano le ombre ai confini più lontani del bosco, dove animali intagliati sembravano fungere da ultimi guardiani prima del buio. Un orso, uno scoiattolo, un’aquila in procinto di spiccare il volo. Era uno scenario da fiaba. Eppure.
Marini le sfiorò un gomito con il proprio. Entrambi tenevano le mani in tasca per cercare un po’ di tepore.
«Sicura di volerlo fare? Era solo un sogno, commissario. Non c’è nulla di vero. Glielo hanno detto.»
La madre di Chiara le aveva spiegato fin da subito che era stato un sogno, sì, ma la donna le era parsa sconvolta. C’è qualcosa di vero, aveva sussurrato al telefono. Sembrava che Chiara avesse assistito a un fatto reale e continuava a tormentarli. Non potevano ignorare il suo turbamento.
Il tremore che correva nella sua voce aveva raggelato Teresa. Quella donna conosceva meglio di chiunque altro la propria figlia. Che cosa poteva spaventarla tanto, se non un dubbio atroce?
Teresa scrutò l’ispettore. Erano passati così pochi giorni dai fatti di Travenì, il loro primo caso assieme.
«Se ti pare inutile, perché sei qui, proprio oggi che cominciano le ferie?»
Per la bambina, per i suoi genitori, per senso del dovere… Per la mia approvazione?
Lui fece spallucce.
«Non avevo nulla da fare.»
«Certo, manca giusto una manciata di giorni a Natale.»
Lui affondò il viso perfettamente rasato nel colletto abbottonato del cappotto scuro e non rispose. Era impeccabile, come si era abituata a vederlo ogni giorno.
«E lei perché è qui?» le domandò.
Teresa non se l’aspettava. Dovette riflettere, prima di rispondere. Che cosa l’aveva indotta a seguire fin lì i passi di un sogno infantile?
«Sono qui perché se c’è qualcosa che non può ingannare» mormorò, «è la paura.»

(Riproduzione riservata)

© Longanesi

 

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