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LA SETE di Sergio Bertolino (poesia)

febbraio 15, 2021

“La sete” di Sergio Bertolino (Marco Saya)

 * * *

di Rosa Salvia

La prima impressione che salta all’occhio dalla lettura dei componimenti di Sergio Bertolino è quella di un perfetto nitore delle figure poetiche proposte cui fanno da immediato contrappunto le riflessioni che ne scaturiscono. Pressoché assente il ricorso ad elementi non direttamente aderenti all’immagine e alla sensazione evocata e la concentrazione è massima. La raccolta si divide in cinque sezioni: In profondo, Elementi, La sete, Prima clavis, La bella morte.

Il filo rosso che la attraversa è la concezione del mondo costruita sull’idea dell’appartenenza alla totalità dell’essere, sulla forza del dubbio, dell’errore, sul senso di una precarietà non temibile quanto piuttosto carica di possibilità, sull’invito a rigenerarsi per crescita di buio, citando Ungaretti. Un atteggiamento al quale non è estranea una vena di sincera, universale religiosità.

Fin dall’inizio, il tema del nomadismo, del perenne girovagare sulla scia di Amos, profeta ebreo, biblico e leopardiano pastore errante alla ricerca di un senso dell’esistenza, s’intreccia con quello della cesura fra finitezza umana e verità divina che nemmeno la Parola può superare, o forse, ancor più, fra le righe, vi è un’attesa di parola senza attendersi nulla.

Tutte le sezioni della silloge fluiscono in un canto in difesa dei senza voce che si dipana attraverso la tensione a usare i versi al limite della loro area di significazione, a farli rinascere tramite una costante metamorfosi.

Peraltro le scelte lessicali e strutturali contribuiscono a un processo continuo di straniamento attraverso lo strumento del contrasto, delle costruzioni ellittiche, dell’uso delle parentesi, degli ossimori e dell’enjambement, di qualche minima licenza poetica.

Riporto per intero un testo che mi pare cogliere appieno il senso profondo della poesia di Bertolino: l’infruttuosità della parola di fronte al dilemma dell’esistere, il legame sottile fra i vivi ed i morti, l’importanza delle mani che possono di più. In proposito mi torna in mente un noto frammento di Anassagora: «Grazie all’aver mani, l’uomo è il più intelligente degli animali». Le mani sono il necessario anello di congiunzione fra l’apparenza delle cose e la loro intima essenza: «Sento in bocca il sale dell’addio. La risaia / – che veglia sia sui vivi che sui morti – / è un crocicchio nello specchio della sera. // Verde menta, il cuore antico di mia madre; / nera, la dura conchiglia dei suoi occhi. // Noi non usiamo parole inutili. / Noi lo sappiamo: le mani possono / di più. // Umu, passata l’ansia dei deserti, ci vedremo al di là del mare».

Di qui l’invito a scrivere perché non si è imparato a vivere, di qui la vibrante perenne sete della ricerca, dell’osare senza voltarsi: «So bene la fatica che mi costa (coi piedi ciondolanti a pelo d’acqua) / sfrenare i miei cavalli intorpiditi. // C’è tanto da vedere in questa notte».

Ad incipit molto intensi («Impara a farti scudo con le mani»; «Solo al buio saprò dirti chi sono, / la bocca inerte in questa luce»; «Tra me e te / la parola giusta si fa muro») si accompagnano bellissime chiuse: «Disarmata questa lingua / il volto mesto, la retorica fallisce»; «Il corpo ha finalmente / dichiarato il suo ritiro. Un attimo, / il tempo, il tempo di saltare».

In fondo per ogni uomo il proprio corpo talora è qualcosa di estraneo, una sorta di esilio dorato dal vuoto, che tuttavia resta un esilio e ne implica le connotazioni negative, proprio perché il tempus edax rerum è già atto, perché lo si sconta tutti i giorni nell’attesa che sia.

Nelle ultime sezioni del libro, Prima clavis e La bella morte, il rapporto anima-corpo, vita-morte, si fa interrogazione dolorosa, struggente. Il pensiero scavalca il sentimento, si sublima. La lirica attraversa la carne e diventa spirito, l’uomo riscopre il divino che nasconde in sé: «So che ci è dato / vedere l’anima in segni. Velarla / perché si manifesti. / Scioglierla, rivelarla: / onde sfuggano i margini e facciano eco / i segreti altrui. // Imbratto di sangue il soffitto / mentre in un sonno di rosari / marcisce il suo grembo in ascolto».

Il buco nel corpo e il mistero dell’anima trovano qui forte alimento. L’ascolto, la grande solitudine interiore ci conducono all’incontro con il sacro che è in noi. Essere soli come solo è il bambino, mi vien da pensare, con la stessa purezza, la stessa innocenza, e guardare in faccia la notte che sia luna o strega. È questo il fine ultimo del poeta lirico, l’indagine interiore che diventa scoperta universale anche o soprattutto attraverso l’accettazione della morte, la bella morte, la morte sorella sulla scia di un francescanesimo laico e coinvolgente: «Poi l’ho vista stesa sul letto / eludere il nero del vestito. D’oro la fronte / non aveva più solchi; guance di velluto liscio; / elegante e irraggiungibile. Bella / come mai la morte».

* * *

 

Credi a me, qualunque strada s’imbocchi

basta un abbaglio: quel rito – sempre lo stesso –

che tolga la cera fredda da sotto gli occhi.

Un po’ come resistere, prepararsi

un letto piano tra le ortiche

perché frani l’inverno e trasfiguri,

e soffino i vetri dai colli accesi

per la tristezza musicale dei barconi.

Resto l’uomo che guarda fisso il vuoto

dai ponteggi, che pensa

nulla di questa febbre andrà risolto.

Resto chi non sputa fuoco a margine

di un foglio, scrive di giorno

e perciò non sa realtà al di fuori

del deserto. Ma stamane rido mortalmente

con le scimmie. Mi ripeto, mi abbaglio.

E tu non conosci il mio nome;

dormi ancora tredicenne – celata

ai guasti della luce – sulle panche

dove siedo a sistemarmi i capelli

e a domandarmi se sarà fieno il tempo, se

soffro per sollevarmi o farmi neve.

 

 * * *

 

Ora che t’ho visto fiorita in sogno col sambuco,

pago volentieri la mia quota d’indifferenza;

torno pacificato alla vita nel bozzolo

mentre la città che mi volle sommerso invecchia

come il pane della festa. C’è affinità tra me

e le cose nascoste: chi ride osceno per la pioggia

ha la stessa imperfetta devozione all’ombra. –

Ma ora che so di appartenerti, pure quest’alba

si fa santa nell’immagine di te.

 

 * * *

Non basta

aver imparato lo sguardo,

un pensiero che non viva

come un piede trafelato

dentro l’acqua. – Poiché si torna

a dividersi un bagliore

tra le rocce, la linea

caduta da una vetta

che va di terra in terra

affratellando,

 

non temere la feccia,

la chiamata in giudizio

nell’azzurro e nel verde.

 

Non-ancora turba il sonno della forma: c’è chi

per aria attende che il suo nome

faccia fiori sul crepaccio

e il fiume esondi,

che nel polline di maggio

dia la caccia a un assoluto.

 

Per aria la clausura è più violenta.

Per aria

è la voce dei blasfemi

ad affollare i nidi.

 

Ma la lingua è un’altra

e altro vedo: un cormorano

che medita l’attacco, ragazze in fregola

e il folclore della piazza,

la mistica di un muro alla Sorgente.

Gioie disarmate e senza tempo, canti e strappi

senza pena, questo pensiero che s’incarna

ed è davvero –

e la miseria dello scriverne.

 * * *

Sergio Bertolino è nato a Reggio Calabria nel 1984. Laureato in Filologia moderna presso l’Università degli Studi di Torino, è docente di Lettere, cantautore, co-fondatore e co-direttore della rivista web di poesia Avamposto (www.avampostopoesia.com). Ha pubblicato le raccolte di versi Chiave di volta (Nulla Die, 2018) e La sete (Marco Saya, 2020). Suoi testi sono apparsi su antologie, riviste e blog letterari.

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