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ORGANSA di Mariangela Mianiti: incontro con l’autrice

febbraio 16, 2021

“Organsa” di Mariangela Mianiti (Edizioni del Verri): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Mariangela Mianiti è nata a Parma e vive fra Milano e Locarno. Ex pianista, giornalista, scrittrice. Ha vinto i premi giornalistici “Cronista dell’anno” nel 2003 e “Maria Grazia Cutuli nel 2005. Per DeriveApprodi ha pubblicato Una notte da entraineuse. Lavori, consumi e affetti narrati da una reporter infiltrata (2005) e La vita Viagra (2010). Nel 2011 è uscito per Sonzogno il suo primo romanzo Anche il caviale stanca, commedia sociale dalle singolari coincidenze con la serie televisiva Un’altra vita, trasmessa su Raiuno nel 2014. Attualmente scrive per il quotidiano il manifesto su cui tiene la rubrica Habemus Corpus.

Il nuovo romanzo di Mariangela Mianiti si intitola “Organsa” e lo pubblica Edizioni del Verri.

Abbiamo invitato l’autrice e le abbiamo chiesto di parlarcene…

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«Tutto è cominciato da una fotografia», ha detto Mariangela Mianiti a Letteratitudine. «Era il ritratto di un’anzianissima madre accanto a sua figlia.  Quell’immagine avrebbe dovuto sprigionare amore, perché è questo che ci si aspetta da una famiglia, e invece… Invece da quello scatto usciva, netta e feroce come un getto di acqua bollente, la verità. “Mia madre accanto a sua madre è un umano che sa di essere vicino al suo carnefice e sta all’erta”. Da quell’immagine è nato l’inizio di “Organsa” che parla di nonni cattivi, perché i nonni cattivi esistono, così come esistono i genitori cattivi. Quella cattiveria può alimentarsi di generazione in generazione, come nel gioco del domino, finché non arriva un evento a interrompere la linea del danno.
imageIn “Organsa” l’elemento che spezza la catena dei soprusi e li denuncia con spietata precisione è la voce narrante di una bambina, Aurelia, la figlia della madre sfruttata, una sarta che sognava di vivere in città ed è stata costretta a lavorare in un’osteria di campagna, che amava leggere e andare al cinema e ha dovuto fare da serva ai suoi genitori.  Ho sempre pensato che i bambini vedono e capiscono tutto, perché “certe cose le vedi anche se sei molto piccolo, le vedi con gli occhi del di dentro, quelli nascosti un po’ nella testa e un po’ nel petto”.
Fin dall’inizio sapevo che solo quella bambina avrebbe potuto raccontare in prima persona ciò che aveva visto e vissuto fin da dall’infanzia, l’annientamento della propria madre, e farlo suo con un linguaggio che nulla risparmia a nessuno, nemmeno a se stessa. Immedesimarsi in quella voce narrante ha significato entrare nei luoghi, nelle vicende e nei dialoghi pensandomi lì, in quegli anni (il decennio del boom economico, tra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta), in quella campagna della Bassa parmense, in quel casone/osteria che è al centro di un microcosmo abitato da contadini e operai, clienti bizzarri, figure tragiche, nascite, morti improvvise, rezdore divise fra campi e figliolanza, a volte taccagne, altre golose di vita e per questo appassionate di “tacate” sberluccicanti piene di “organsa”, appunto, anche se per stazza non potrebbero permettersele.

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)

Poi c’è il linguaggio. Che lingua far parlare a questi personaggi per renderli vivi? Serviva il dialetto, ma il dialetto della Bassa parmense è pieno di suoni a metà strada fra una vocale e l’altra, fra una consonante e l’altra. E come rendere le u strette alla francese, le esse che si avvicinano alle zeta, o le e sbracate come uno sbadiglio? Per esattezza filologica avrei dovuto riempire le parole di segni diacritici come cediglie, dieresi, umlaut, accenti circonflessi e poi dittonghi. Per il lettore sarebbe stata una guerra. Non potevo punirlo così. Ho inventato una lingua, un idioletto che rispecchia la parlata locale, ma è comprensibile anche a un siciliano, per dire, e a volte produce esiti esilaranti, parché in un lìbar va ben se si crida, ma d’ogni tant bisùgna anca rìdare, veh. Quest’ultima frase non la troverete in “Organsa”, l’ho inventata apposta per voi, lettori di Letteratitudine».

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Un brano estratto dal romanzo “Organsa” di Mariangela Mianiti (Edizioni del Verri)

Capitolo 1

La busta bianca è sulla scrivania nera da ieri sera. Dentro
ci sono le foto di quattro generazioni, tredici persone più
la bastardina Stella pigiati in quindici centimetri per dieci.
Non è roba da prendere alla leggera.
Sbrigo la posta, scendo al bar, prendo un caffè, leggo il
giornale. Con la scusa che mi serve una gomma vado in car-
toleria, telefono a un’amica, carico la lavatrice.
Evito la busta per tutta la mattina. Poi mi decido.
Sfilo una a una, con lentezza, trenta stampe in bianco e nero.
In mezzo a un prato e sotto un pergolato di uva fragola,
che qui chiamano frambò, c’è un famiglione emiliano.
I miei genitori e mia nonna sono seduti su sedie di plastica,
in prima fila. Dietro, un po’ in piedi e un po’ appoggiati
a una trave di legno che fa da sgabello, ci siamo io, i
miei tre fratelli, le relative mogli o conviventi, i loro figli,
uno per coppia.
Mio padre dice sempre «Di quàtar figli non ce n’ho gnanca
uno nurmél. Gnanca uno s’è spusè cme si deve. Ansi uno
si, mo ci è tocato andare infino a Roma che è stato un
viagio da bestia».
Accucciata accanto a mia madre c’è la sua cagnetta bionda
che le sta sempre appiccicata e scodinzola a tutti. Stella è
identica a due sue predecessore che lei aveva chiamato Kelly,
come la principessa, e Tosca, come l’opera, in sostanza due
donne finite male.
Manca solo il nonno perché è morto tre anni fa. Accadde
di notte. Dopo cena gli venne mal di pancia. Mia nonna,
credendo fosse influenza, gli diede un brodino, un’aspirina
e lo mandò a letto con la boule dell’acqua calda. Lui
peggiorò, lei chiamò il dottore e lo ricoverarono d’urgenza
in ospedale. La mattina dopo era già stecchito. Emorragia
fulminante, peggiorata dall’aspirina e dalla boule. C’era solo
mio padre al suo capezzale. La nonna era troppo stanca
per restargli accanto, quella notte. Disse al marito «Vegno
più tèrdi». Ma più tardi era già troppo tardi.
Sullo sfondo delle foto si intravvede un casone quadrato.
È l’osteria dove io e i miei fratelli abbiamo vissuto, studiato
e litigato per anni. Quattro irrequieti fatti in modo diverso,
con caratteri diversi, sogni diversi, ma un desiderio
comune: volare via.
Ora torniamo nel casone tutti insieme solo a Natale, a parte
questa volta. L’occasione era speciale. Mio padre ha voluto
festeggiare l’assegno di accompagnamento che gli
hanno concesso causa invalidità all’ottanta per cento. Praticamente
non ha più i polmoni.
Due mesi fa mi aveva telefonato lui stesso per dirmi quanto
era contento. Non ero in casa e lui aveva lasciato sulla
segreteria telefonica un messaggio che diceva
«Bongiorno siorina. Sono il babbo. Sercavo la Aurelia. Par
piasere la gli podrebbe dire che ha ciamato il babbo? Grasie
e la mi scusi abòta se l’ho disturbéda. Grasie anmò e
che la mi staga bene, veh. Ha ciamato il babbo».
Mio padre non ha mai capito del tutto che cos’è e come
funziona una segreteria telefonica, pensa che risponda una
signorina vera che mi fa davvero da segretaria e così parla
ossequioso e le dà del lei.
Tornata a casa lo richiamai e lui mi disse
«M’han dato l’asegno di cumpagnamento e ses mes di retrati,
veh. Cum quei sold lì mi faress piaser abòta ufrire a
te e ai to fradei un bel pranso par fèr un po’ di baraca, veh.
Vieni? Se te vieni mi fai cuntent abòta, veh».
Ho sorriso. Solo a un originale come lui poteva venire in
mente di festeggiare un assegno statale che ti danno solo
quando sei tanto decrepito e molto poco abbiente. Ma lui
è fatto così, ottimista e ironico anche sulle malattie.
«Ma babbo, sei sicuro? Perché non vai una settimana al
mare che ti fa bene?» gli ho detto.
«Mo me sto ben anca a cà, veh. E g’ho anca voia di spéndar
un po’ di quei sold lì cum i miei figli, veh».
Veh lo senti dire ogni due per tre in quelle parti dell’Emilia.
È un vezzo che la gente mette a ogni fine di frase per
dire guarda un po’, stai attento, ricordati, veh. Quando me
ne sono andata da lì ho perso l’abitudine di dirlo, poi mi si
sono ristrette le vocali, che lì sono sbracate, e ho cambiato
anche il ritmo della parlata. In quelle parti della Bassa le
frasi iniziano veloci, a metà strada rallentano e poi finiscono
lente come uno sbadiglio. Ogni volta che torno nel casone
i miei fratelli mi guardano schifati e mi dicono «Parli
come una merdina milanese». Io non raccolgo la provocazione
e faccio finta di nulla, ma dopo un giorno ricado anch’io
nel gorgo della cantilena e del veh, e mi fa piacere.
Nelle foto mio padre ha un cannino dell’ossigeno infilato
nel naso, un busto rigido che gli regge la schiena, si appoggia
a un bastone e ride. Quando è in compagnia mio
padre ride sempre e dimentica tutti i suoi malanni.
Le immagini scorrono. I miei da soli, i miei con i figli, con
i nipoti, i nipoti assieme. Sono fotografie preziose per mio
padre che riesce a vedere la famiglia tutta riunita una volta
l’anno, quando va bene. Io e i miei fratelli siamo sparsi in
giro per il mondo, indaffarati in mestieri itineranti che lui
conosce poco e di cui non capisce granché.
Sullo sfondo di ogni foto c’è l’argine di un fiume, lo Stirone,
che quando eravamo piccoli era fra i più inquinati
d’Europa. Le sue acque nere emanavano un puzzo chimico
che faceva tossire e piangere appena ti avvicinavi. Solo
il caso sa come abbiamo resistito. Fra l’argine e il casone
ci sono due piccoli campi. Un tempo erano coltivati a frumento
o barbabietole da zucchero o pomodori. Oggi sono
tutti stoppie e spuntoni che se non stai attento ti riempiono
le gambe di graffi.
Dietro il bersò ci sono i resti di un campo di bocce coperto
di erba. Alle sue spalle resistono gli avanzi di un orto
un tempo lussureggiante di piselli, zucchine, carote, patate,
cipolle, sedano, prezzemolo e tutto quello che mio padre
riusciva a coltivare. Adesso quell’orto ha quattro cavoli
in croce e un po’ di insalata. Una Caporetto.
Le foto ora ritraggono il famiglione all’interno dell’osteria
dove mio padre ha voluto invitarci. Da molti anni non è
più gestita dai nonni, ma da affittuari che l’hanno resa più
moderna e asettica. La tavola è stata apparecchiata nella
nuova sala da pranzo, quella a destra dell’entrata e dove
una volta c’era l’emporio. Allora queste pareti erano coperte
da scaffali traboccanti di merce, oggi sono intonacate
di bianco con una striscia di piccoli fiori dipinti a metà
parete. Sono muri spogli e crudi, come l’ultima foto. Il
colpo di scena finale.
Nell’inquadratura ci sono mia nonna e mia madre, la capostipite
e la sua unica figlia.
Sono sedute vicine, mia madre e destra e mia nonna a sinistra.
La nonna indossa un vestito a figure geometriche,
mia madre un abito con ricami geometrici. Hanno la stessa
forma di viso, la stessa stazza, lo stesso mento. Tutte e
due portano gli occhiali e i capelli bianchi tagliati corti. I
loro gomiti si toccano, ma in mezzo c’è una crepa. È una
ferita, un solco di diffidenza.
Non avevo mai visto così chiare e nette come in questa foto
le loro ruggini, il loro detestarsi e l’odio che provano
l’una per l’altra.
Mia nonna e mia madre non si guardano, ma è come se si
dicessero tutto. La nonna fissa l’obiettivo, sostiene lo scatto.
I suoi occhi chiari sono oscurati dalle palpebre cadenti
e sembrano due bottoni neri. La bocca senza labbra è
chiusa in una piega decisa e fa un sorriso di sfida. Ha la
testa un poco piegata a destra e ben piantata sulle spalle
larghe. Sostiene lo sguardo altrui e la situazione come una
padrona consapevole, ovvero colei che ha ancora in mano
il potere e il denaro e, quindi, può decidere per se stessa e
per gli altri, gli eredi. Il busto largo e aperto assomiglia a
un monolite, a una roccia e parla di tutta la forza che a
più di novant’anni ha ancora in corpo e in testa. Un’imperatrice.
Ci sarebbe da essere orgogliosi di una nonna così se accanto
a lei non ci fosse mia madre, sua figlia, che sembra
una sua copia prosciugata. Lo sguardo di mia madre sfugge
da mia nonna e dal fotografo. Fissa un punto in basso e
nel vuoto, verso sua madre ma non su di lei. Anche il corpo
di mia madre parla. Le spalle sono curve, strette, la
bocca non sorride, è amara, con gli angoli piegati all’ingiù.
Si tiene un po’ discosta da mia nonna, guardinga. Sembra
un animale ferito e diffidente, un perdente che aspetta la
rivincita, uno spirito libero ingabbiato a metà, una vittima
in attesa di riscatto, un’artista tarpata ma non doma del
tutto.
Mia madre accanto a sua madre è un umano che sa di essere
vicino al suo carnefice e sta all’erta.
Questa foto è crudele. La nascondo in fondo a un cassetto.
Le mostrerò solo le altre, quelle più innocue.

(Riproduzione riservata)

© Edizioni del Verri

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La scheda del libro: “Organsa” di Mariangela Mianiti (Edizioni del Verri)

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Un romanzo su un piccolo paese della Bassa poco fuori Parma. Un romanzo sul dopoguerra, saldamente centrato fra gli anni Cinquanta e Sessanta, su un’Italia dove accanto alle spinte verso cambiamenti radicali sopravvivono sentimenti e gerarchie cupamente egocentriche e odiosamente oppressive. Sfruttatori e sfruttati convivono nella stessa famiglia e chi si sfianca di fatica guadagna una miseria pur essendo nella graduatoria della parentela figlia di quei genitori che sono gli sfruttatori. Lo sguardo che narra, e che impara via via a riconoscere e a misurare la qualità e la quantità delle emozioni e delle aspirazioni in gioco, è quello implacabile di una bambina fra i sei e i dodici anni che tutto annota e soprattutto controlla filtrando e passando al vaglio le prepotenze e gli assurdi cedimenti, che misura l’esattezza di quello che vede con l’esattezza di una dizione cristallina. Una dizione che sa rendere cristallino anche un dialetto ostico come il parmense e dintorni. La bambina è nell’ordine la terza generazione. Un’innocente va a frugare le profondità di un’avidità forse secolare, la scrittura che si vuole mantenere limpida mentre segna a dito la serie delle malvagità crea attese non prevedibili, e il noir aleggia sul romanzo come un incredibile interrogativo. Grande conferma dell’autenticità della visione infantile è l’episodio decisamente allarmane e che resta insoluto dell’abito color zabaione appeso alla corda nel cortile.

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