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TEMPI DURI di Mario Vargas Llosa (recensione)

febbraio 17, 2021

“Tempi duri” di Mario Vargas Llosa (Einaudi – traduzione di Federica Niola)

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di Mario Blancato

Presentare Mario Vargas Llosa sarebbe come presentare Dante Alighieri agli studiosi italiani. La sua bellissima e coinvolgente prosa castigliana ne ha fatto uno scrittore universale, un incantatore di storie luminose e di allegorie superbe, che, a mio modesto avviso, lo rendono lo scrittore più interessante dell’America latina, insieme, naturalmente all’inventore del realismo magico, il colombiano G. Garcia Marquez; anche se le storie di Vargas Llosa  sono per lo più ambientate nel suo disgraziato paese, il Perù, in cui da candidato liberale fu sconfitto da quel lugubre personaggio, che ha rappresentato un periodo nero nella storia peruviana, Alberto Fujimori nell’anno 1990, sono tutte storie di riscatto sociale, di anelito alla libertà ed intrise di un realismo tragico in un mondo di caproni e dittatori, di uomini e di campesinos senza speranza.
È stato da poco pubblicato in italiano il suo ultimo lavoro, Tempi duri da Einaudi, che si differenzia (e non è cosa di poco conto!) dai suoi originari romanzi – La città e i cani (1966), Conversazione nella cattedrale (1975), La zia Julia e lo scribacchino (1982) Le avventure della ragazza cattiva (2007), il sogno del celta (2010), Crocevia (2016) – perché la storia, raccontata in Tempi duri, ha un fondamento sicuro, documentato, reale e soprattutto vero. Tratta di eventi realmente accaduti, tenuti per tanto tempo nascosti dai Servizi americani, coinvolti in prima fila, per motivi esclusivamente politici.
Siamo in Guatemala, anno domini 1954. Due banchieri, ebrei, tale Sam Zemurray, proprietario della United Fruit Company, la multinazionale della banana Chiquita (alias Frutera) e tale Edward L. Bernays, pubblicitario, discutevano animatamente su come difendere la loro creatura, la United Fruit, dagli assalti dei governi guatemaltechi, dove aveva sede la compagnia;  i governi – secondo i due ebrei –  a partire dal 1944 con l’amministrazione del buon Juan Josè Arévalo, sincero democratico (1945-1951), stavano faticosamente cercando di costruire una società più giusta e più equa, pensando che modernizzare il  loro paese fosse interesse anche dei grandi proprietari terrieri e che volere dare minimi diritti sindacali ai lavoratori della terra fosse un’opera meritoria. Dare una speranza di vita migliore alle migliaia di indios maya, analfabeti, primitivi e rozzi era un passaggio obbligato per essere considerati uomini e cittadini. Ma il “socialismo spirituale” confusamente idealista di Arévalo fu a stento sopportato dal governo americano e dai loro lacchè (così si diceva un tempo) guatemaltechi. Ma quando Arèvalo propose di tassare (al minimo) la United Fruit, che fino ad allora aveva l’esclusiva, naturalmente gratis, del porto di Puerto Barrios e di dare agli operai e agli indios la possibilità di costituire sindacati, come d’altronde si faceva negli Stati Uniti, scattò l’allarme rosso. I due ebrei (Zemurray e Bernays) convocarono a Boston il loro Consiglio di Amministrazione e proposero un piano d’intervento immediato, che consisteva nel creare di fatto la prima grandissima fake news, tale da scambiare la realtà con la verità da essi propalata: il Guatemala correva il rischio di diventare la testa di ponte di penetrazione della Russia comunista in pieno Centroamerica, il cavallo di Troia nel cortile di casa degli yankees (il famoso back-yard, come gli Stati Uniti hanno sempre considerato tutta l’America Latina) o gringos, come li chiamavano gli indigeni. Va da sé che in Guatemala c’erano sì e no qualche decina di comunisti (la Escuela Claridad), che sapevano chi era Karl Marx, e nessuno, che sapesse dell’esistenza di Lenin! Ma, Tant’è! E allora decisero, i due amici, che bisognava creare l’allarme generalizzato, dai giornali, dalle grandi testate americane (The Herald Tribune, Harper’s Magazine o il Chicago Tribune, le radio), per mettere paura a Washington e avere dall’amministrazione americana il lasciapassare, cioè il permesso di formare Caudillos e forze illegali da usare contro il potere democraticamente costituito. Tutto precipitò con l’elezione del democratico, ed ingenuo, Jacobo Arbenz, (65% dei votanti guatemaltechi) ottimo presidente, degno successore di Arévalo, il quale continuò con entusiasmo l’opera del predecessore, soprattutto la riforma agraria, che consisteva non nell’esproprio proletario dei ricchi proprietari terrieri (le ricche piantagioni di banane), come gridarono i giornali statunitensi, bensì solo nella distribuzione delle terre incolte, o non utilizzate. La CIA – chiamata da loro stessi la matrigna – su incarico del Presidente Eisenhover con la direzione di Allen Dulles ed il segretario di Stato, John Forsten Dulles, entrambi azionisti della United Fruit, imbastì, preparò e dotò di armi modernissime un esercito che fu reclutato in San Salvador, sotto il comando di un colonnello prezzolato, feroce anticomunista, Carlos Castiglio Armas, chiamato Faccia d’Ascia. Questo colonnello, improvvisatosi un Caudillo, sembrava un indio per il colore della pelle e per i tratti del volto, era invece un figlio illegittimo e – dicevano i benpensanti – un figlio del peccato, in quanto nato da relazione adulterina; egli si adoperò per gestire il colpo di Stato, che esautorasse immediatamente Jacobo Arbenz, e portasse alla decimazione di migliaia di guatemaltechi, dopo avere instaurato una feroce dittatura miliare.  E così fu. Gli indios vennero decimati senza alcuna pietà, nelle loro luride casupole, nelle campagne, nelle strade, nelle piantagioni. Morirono, scannati, a migliaia senza sapere perché. I loro villaggi furono tutti bruciati. Una strage immonda, su cui nessuno versò una lacrima; anzi i giornali americani dedicarono i loro servizi esaltando le gesta dell’invincibile esercito addestrato nel vicino Salvador. La democrazia guatemalteca era stata salvata dall’assalto di un’inconsapevole Russia e i proprietari terrieri da un feroce comunista al governo. Il mite e moderno, il pacifico J. Arbenz venne decritto come uno Stalin redivivo. Viva la dittatura! Viva il Caudillo! Viva la libertà!
Il romanzo è un originalissimo capolavoro, fatto di personaggi reali, intriso di verità inconfessabili, reso vivo da crudeltà impensabili, da storie intense di amori vissuti e di atti terroristici, che insanguinavano la vita di cittadini inconsapevoli ed innocenti. Salta agli occhi la storia, anche questa vera e incredibile di Martita (Borrero Lamas, detta Miss Guatemala), che sedotta da un giovane democratico a soli 15 anni, venne ripudiata dal padre fino alla morte, diventò l’amante ufficiale di Carlos Castillo Armas, Faccia d’Ascia, il futuro dittatore e che sfruttò la sua incredibile bellezza ogni volta per salvare sé stessa, saltando di letto in letto, dal dittatore di San Domingo, Trujillo, alla spia guatemalteca Abbes Garcìa, a diversi militari, che incontrava, sempre per salvarsi la pelle. Sesso in cambio della vita. Vita che durò quasi cento anni.
Alla fine Mario Vargas Llosa è andato a trovare Martita nella sua casetta eccentrica tra Washington D.C. e la Virginia, vicino alla sede della CIA (non è un caso!), per sapere direttamente da lei i tanti punti oscuri delle vicende che l’avevano coinvolta. E lei, civettuola come sempre e con l’istinto innato di difendersi, ha fornito risposte ambigue o ha finto di non sapere, non svelando parte di quel grande mistero che ancora rimane. Confessò soltanto che “l’unico amore della sua vita tumultuosa” era stato Carlos Castillo Armas, il dittatore. Asserì con non chalance di avere a avuto dieci mariti e di averli sepolti tutti. La sua folgorante bellezza, la sua audacia ed il suo coraggio avevano fatto il resto.
È incredibile, ma terribilmente vera, anche la storia avventurosa di Abbes Garcìa, professione spione e mercenario sempre in servizio attivo, campione dell’uomo medio latino americano, rotto a tutte le perfidie, torturatore incallito, ma di animo sorprendentemente romantico, salvatore di Miss Guatemala e suo spasimante, che finì la sua vita, dilaniato dalla crudeltà dei tonton macoutes di Papadoc di Haiti.
Illuminante, inoltre, e sicuramente di grande effetto storico-sentimentale è la parabola di un grande personaggio dell’aristocrazia guatemalteca, osservante cattolico, amico del Cardinale e dei vescovi, protettore delle attività della Chiesa, caritatevole con i poveri, bigotto, reazionario per convinzione e per educazione familiare: don Arturo Borrero Lamas, padre della piccola Martita, occhio e cuore di padre, di cui si è parlato prima. Nel suo studio di professore universitario di Diritto presso l’università della capitale si raccoglieva la jeunesse dorée della capitale. Le loro discussioni erano superficialmente politiche, improntate alla difesa dell’esistente, limitate a considerazioni neocoloniali e decisamente povere di slanci ideali; tra tutti i suoi ospiti c’era anche qualche raro progressista, isolato, mal sopportato, sicuramente comunista, agli occhi dei 14 proprietari terrieri, al servizio di qualche potenza straniera. Il progressista era il dottor Efren Garcìa Ardiles, medico, che aveva qualche idea di miglioramento sociale della sua terra. Non certamente un pensatore, o un infiltrato comunista. Insomma, un generico utopista, che aspirava a modernizzare in qualche modo il suo paese. Ma questi commise un grande errore perché sedusse – come abbiamo detto – la figlia del professore universitario e la mise incinta. Apriti cielo! Non erano sposati, peccato mortale imperdonabile! Il professore si sentì ferito nell’onore.
E a questo punto siamo come all’interno di un dramma nella Sicilia, prima di Franca Viola: volontà di vendetta dura, il delitto d’onore e/o la riprovazione sociale.
Il padre costrinse, infatti, i due giovani ad un infelice matrimonio riparatore, allestito in un paesino di provincia, e fino alla morte non volle spere niente della figlia e del futuro nipote. Prima di morire, con tutti i sacramenti, disse espressamente: “io non ho nipoti, né figlia, non voglio conoscere nessuno. Da quando mia figlia poi è diventata la puttana del dittatore, per giunta con un bastardo, …..” poi esclamò: ”la malattia mi ha reso pessimista. L’unica cosa certa è che gli Stati Uniti continueranno a decidere per noi. D’altronde quando ci lasciano liberi, noi facciamo anche peggio; il male minore è quello di restare schiavi… e poi non sono più sicuro che esista il cielo (=Dio) per me”.
Questa parabola, questo passaggio trova preciso riscontro nel fatalismo tipico delle nostre regioni meridionali, della nostra Sicilia, quando il disfacimento di un periodo storico coincide con la fine di una casata nobile. Come nel Gattopardo, anche il principe di Salina rimpiange il bel tempo che fu e sa che i tempi sono davvero duri e che si avvicina l’ora della fine. La difesa dei privilegi atavici di Concetta Corbera si riveleranno una illusione catastrofica. Sembra un’eco del nostro Tomasi di Lampedusa, di cui Vargas Llosa era grandissimo estimatore.
Sullo sfondo si intravede un paesaggio magnifico ma desolato, come il Guatemala, gli indios, le diverse etnie pre-colombiane, sfruttati, pagati a stento qualche centesimo di dollaro ad ora, carne da macello, una decina di proprietari terrieri latifondisti, ricchissimi con i conti regolarmente nelle banche di New York, di Atlanta, con la benedizione della Chiesa cattolica. La carta dei diritti universali, redatta dall’ONU proprio nel 1948, calpestata dalla più grande democrazia del mondo. Nell’indifferenza generale, anzi con la beffa che il colpo di stato della CIA venne salutato come il più grande evento della storia moderna dopo la seconda guerra mondiale, perché i dittatori dell’America latina (Rafael Trujillo, Anastasio Somoza, Fulgencio Batista, Papadoc, alias François Duvalier ) erano i campioni acclamati del progresso (sic!) dell’America Latina.  Una beffa colossale!
Vargas Llosa è un liberale puro; era ed è convinto che il liberalesimo sia il vero tratto rivoluzionario delle società moderne, adatto anche per i paesi sottosviluppati, e che liberalesimo non possa definire solo la libera capacità del mercato di regolarsi, ma rappresenta soprattutto una forte carica ideale per sconfiggere la menzogna, le dittature e le sproporzionate e crescenti diseguaglianze sociali.
Questo libro è una testimonianza liberale della degenerazione del sistema capitalistico, (monopolista e parassitario) che pensa solo al profitto individuale e non al benessere di un’intera nazione. Ed il tema dominante è il potere, tema comune a tutta la letteratura latino americana, come le classi dirigenti di discendenza coloniale si attrezzano per mantenere privilegi, favoritismi, negare diritti ai lavoratori delle loro terre, impedire la scolarizzazione, attraverso il controllo religioso ed i meccanismi della paura e del terrore. D’altra parte il grande colombiano, Garcìa Marquez non aveva scritto l’autunno del patriarca? E, al contrario, Ernesto Sàbato e Jorge Luis Borges non andavano a pranzo con Videla, il dittatore argentino?

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La scheda del libro: “Tempi duri” di Mario Vargas Llosa (Einaudi – traduzione di Federica Niola)

Mario Vargas Llosa ha scritto un libro ambientato nel passato di straordinaria attualità. In Tempi duri i fatti storici si intrecciano con l’invenzione letteraria: è la verità del grande romanzo che smonta e svela la finzione della propaganda.

Può una fake news segnare il destino di un continente? È quello di cui sono convinti un industriale ricco di denaro e appoggi politici e un pubblicitario senza scrupoli. Insieme daranno il via agli avvenimenti che nel 1954 porteranno a un colpo di stato in Guatemala appoggiato dalla Cia. Ma se sul palcoscenico della Storia sale lei, Marta, eccentrica e bellissima appassionata di politici in generale e di dittatori in particolare, capiamo che tutto può succedere, anche quando pensiamo di sapere già come andrà a finire.
Nel 1954 la United Fruit Company – la futura Chiquita – è un’azienda fiorente: è riuscita a introdurre le banane nella dieta di tutto il mondo sfruttando per anni le terre e i contadini dell’America Centrale grazie alla complicità di dittatori corrotti. Ma da quando il governo guatemalteco cerca di mettere in atto una riforma agraria, il magnate delle banane Zemurray si sente minacciato. Che fare? Basta rivolgersi a un esperto di relazioni pubbliche per far sí che i fatti vengano travisati da qualche stimato giornalista. In breve tempo si diffonde la notizia – una fake news ante litteram – che in America Latina la minaccia del comunismo è dietro l’angolo e che va stroncata sul nascere. E allora, per scongiurare il pericolo rosso, la Cia si affretta a organizzare un colpo di stato per deporre Jacobo Árbenz, forse un po’ ingenuo, ma sinceramente democratico, lontano anni luce dall’Unione Sovietica e dalla sua influenza… E al centro della storia, una donna, Marta, a cui l’autore attribuisce il ruolo piú importante: quello della testimone. Con questo romanzo Vargas Llosa torna alle atmosfere e ai personaggi che l’hanno reso grande. In Tempi duri (che non a caso ha piú di un punto di contatto e nome in comune con il suo classico La festa del Caprone), Vargas Llosa mescola la realtà storica con due finzioni: quella del romanziere, che qui crea alcuni dei personaggi piú memorabili dell’autore peruviano, e quella del potere e della propaganda. Accompagnando il lettore a perdersi in atmosfere e «favole» che non sembrano poi cosí lontane dal clima politico di oggi, in cui l’opinione pubblica è piú interessata a una «bella storia» che alla verità.

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Mario Vargas Llosa è nato nel 1936 ad Arequipa, in Perú, e attualmente vive a Londra. Nel 2010 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di pubblicazione l’intera opera. Tra i titoli già pubblicati: La Casa Verde, La zia Julia e lo scribacchino, La guerra della fine del mondo, I quaderni di don Rigoberto, La città e i cani, Lettera a un aspirante romanziere, Conversazione nella «Catedral», Elogio della matrigna, La festa del Caprone, Pantaleón e le visitatrici, Storia di Mayta, Il Paradiso è altrove, I cuccioli. I capi, Chi ha ucciso Palomino Molero?, Avventure della ragazza cattiva, Appuntamento a Londra, Il caporale Lituma sulle Ande, Il narratore ambulante, Elogio della lettura e della finzione, La Chunga e Il sogno del celta. Nel 2012, sempre per Einaudi, è uscito Alfonsino e la Luna ; nel 2013, nella nuova collana digitale dei Quanti, Mondo, romanzo (con Claudio Magris); sempre nel 2013, sono usciti La civiltà dello spettacolo e L’eroe discreto; nel 2016, Crocevia (Super ET 2018); nel 2019, Il richiamo della tribù.

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