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LA COLLINA DEI DELITTI di Roberto Carboni: incontro con l’autore

febbraio 19, 2021

“La collina dei delitti” di Roberto Carboni (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal libro

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Roberto Carboni Classe 1968, è nato a Bologna e vive sulle colline di Sasso Marconi. È autore di numerosi romanzi e docente di scrit­tura creativa a tempo pieno. Nel 2015 è stato premiato con il Nettuno d’Oro (in precedenza attribuito, tra gli altri, a Lucio Dalla e Carlo Lucarelli), nel 2016 con il premio speciale Fondazione Marconi Radio Days (precedentemente premiati Enzo Biagi, Lilli Gruber). Nel 2017 ha vinto il Garfagnana in Giallo, nella sezione Romanzo Classic. Nel 2018 è stato vincitore del SalerNoir Festival di Salerno. Con la Newton Compton ha pubblicato con successo Il giallo di Villa Nebbia. Il suo sito è robertocarboni.com.

Il nuovo libro di Roberto Carboni si intitola “La collina dei delitti” (Newton Compton). Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«L’amore e la paura uniscono gli esseri umani», ha detto Roberto Carboni a Letteratitudine. «L’angoscia invece disperde la ragione e ci frantuma, ma allo stesso tempo ci affascina. Non sappiamo resisterle. Le dedichiamo opere d’arte, la ricerchiamo nel cinema e nella letteratura.
Interpretare un genere ricco di tensione come il noir, per me non significa scrivere un giallo con dettagli truculenti. A impressionarmi non sono gli scrittori che cercano di stupire spingendo a fondo sull’acceleratore, ma quelli che riescono a lasciarsi andare, allentando il freno a mano. Scrivere una storia noir significa avere il coraggio di scendere con onestà nelle profondità dell’uomo: scavare tra il fango, senza pregiudizi né timore di sporcarsi le scarpe lucide. Fino a sentire il contatto ruvido con il nostro inconscio, la parte che per paura chiamiamo Ombra: per prenderne le distanze, come se non ci appartenesse. Quasi che il lato oscuro della Luna fosse meno Luna della sua parte in luce. E invece è sempre lei, la Luna, magnifica e misteriosa. Ed è sciocco temerla.
Ho passato gran parte della vita a indagare e tradurre il linguaggio con cui il mio inconscio emerge e comunica, soprattutto durante i sogni. Il viaggio più strabiliante che io abbia fatto.
E ogni volta in cui comprendo un mio simbolo, e penso di averlo afferrato, questo guizza e muta. Sfugge, desidera restare ignoto per continuare a generare in me le stesse emozioni: gioia, stupore… o più spesso angoscia. Sono un instancabile arredatore d’inferni.
La mia però non è una caccia, ma un corteggiamento. E questo tumulto finisce dentro le mie pagine. Non desidero trasmettere immagini, solo suggestioni. Se scrivo che abito in una casa in collina, con un grande terrazzo e un noce in giardino, i lettori non vedranno casa mia, ma quello che i suggerimenti faranno loro immaginare.
Una casa, un terrazzo e un noce differente per ognuno di loro. Potrebbero essere ricordi personali o forse immagini suggerite dalla fantasia, e conterrebbero un bagaglio di emozioni personali del lettore, non mie.
Descrivere troppo, secondo me, significa sottrarre emozioni e opportunità al lettore. Lo scrittore deve limitarsi a essere una pista di decollo, sapere quando la fantasia del lettore potrà spiccare il volo, dando il via al processo di creazione e immedesimazione. Trasformando la semplice lettura in un’esperienza vivida.
Per un gioco di specchi, di assonanze e risonanze, il percorso di scoperta che ho vissuto scrivendo un romanzo (a volte come fosse un’entità autonoma, a me estranea) diventa il viaggio che il lettore percorrerà in seguito dentro sé stesso.
Credo pertanto che il vero miracolo operato da un buon libro non risieda in ciò che viene palesato, ma piuttosto nelle suggestioni che il testo stimola nel lettore. Dolcezza e fascino, ma anche brutalità e consapevolezza. È l’intera giostra delle emozioni che si trasformano in sentimenti. Uno specchio nel quale il lettore si riflette senza pregiudizi. E una finestra aperta sul mondo, perché la lettura è sempre un’esperienza di crescita collettiva».

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Il prologo del romanzo “La collina dei delitti” di Roberto Carboni (Newton Compton)

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Prologo

Il ragazzo aveva lasciato due righe scritte limitandosi a domandare perdono ai genitori e alla danzata. Nessuno avrebbe mai saputo il vero motivo del suo gesto.
La notizia occupava la prima pagina dei quotidiani: Guido Maria Prezzi, figlio del noto industriale delle salse alimentari, destinato alla laurea in Giurisprudenza e al matrimonio con la contessina Rita Rizzardi Baldo, la mattina della vigilia di Natale aveva indossato la sua t-shirt preferita e sflato la doppietta dalla rastrelliera dei fucili di suo padre. L’aveva caricata, quindi si era ficcato la canna in bocca e aveva fatto fuoco con il piede, facendosi esplodere la testa nel salone della villa di famiglia.
La stampa ne avrebbe parlato ancora per qualche giorno, poi sarebbe restato solo il dolore sordo dei genitori.
Disturbato da un rumore di passi, l’uomo abbandonò la lettura del quotidiano e sollevò lo sguardo oltre lo scrittoio Luigi XV. Al di là del prezioso tappeto iraniano, la governante era sulla soglia, tra due busti romani in marmo. Il camino si stava spegnendo e lei era entrata per alimentarlo.
«Non ora, Dora. La prego».
La domestica abbassò il capo e uscì chiudendosi la porta alle spalle.
L’uomo avvicinò la mano alla bocca per recuperare il lo delle proprie riflessioni.
Guido Maria si era tolto la vita perché non aveva retto al peso del ricatto.
Dopo la prima estorsione, l’uomo gli aveva affidato un nuovo incarico, per incitarlo a migliorarsi. Purtroppo, l’agio in cui il ragazzo era cresciuto gli aveva impedito di diventare adulto. In vent’anni non si era mai trovato ad affrontare alcuna avversità. Non era stato lui a scegliere il liceo, né più tardi l’indirizzo universitario. Ai rari brutti voti seguivano solerti ripetizioni. E quando la febbre segnava appena trentasette gradi e mezzo veniva convocato il medico, mentre sul comodino si trovava già una scodella di brodo fumante.
L’unica scelta che Guido Maria aveva fatto da adulto era stata quella di entrare nel Klub. E gli era costata la vita.
Confermando i pronostici, aveva fallito magistralmente la possibilità di spiccare il volo.
Ancora una volta, qualcun altro avrebbe dovuto rimediare alla sua debolezza. I domestici sarebbero impazziti nel tentativo di ripulire il salone trasformato in un mattatoio, e i suoi genitori non avrebbero più potuto mettervi piede. Con tutta probabilità, la villa sarebbe apparsa presto in svendita sul mercato immobiliare.
Immerso in quei pensieri, l’uomo afferrò la tazza in terracotta che si trovava accanto al quotidiano e bevve un altro sorso del decotto di erbe allucinogene. Il tremolio alle mani annunciò il rapido effetto.
Adesso era pronto per ricominciare il gioco. Questa volta con maggiore impeto.
Estrasse dal cassetto la penna stilografica e aprì un nuovo immacolato diario, alla prima pagina.
“Mio caro Guido Maria”, scrisse con grafia armoniosa, che proprio per questo poteva trarre in inganno, “lo chiamiamo ‘il male’ solo perché vogliamo prenderne le distanze. Come se non ci appartenesse e abitasse lontano da noi. Non abbiamo il coraggio di accettare che invece le tenebre ci pervadono. Che la nostra oscurità è viva, ingorda e rapace.
Ci hanno insegnato a guardare senza toccare e odiare senza agire. Per questo, mio discepolo caduto, ho tentato di spiegarti che il peggior delitto non è l’omicidio, come tu hai sempre creduto, bensì la vita senza coraggio.
Io ho cambiato molti nomi e altrettante sembianze. Ho imparato e insegnato quel male e quella follia che in un’unica parola chiamo libertà. E professo che la sostanza del diavolo è la stessa essenza della vita”.
L’uomo posò la stilografica sul tavolo. Era esausto ma appagato dalla droga.
Nel camino restava solo qualche brace.
Strappò dal diario la pagina appena scritta, si accese un sigaro e con esso la bruciò nel posacenere: i pensieri intimi dovevano restare tali, privi di traccia fisica.
Gustava il sapore forte del tabacco, osservando le volute di fumo che salivano verso il soffitto affrescato. Eppure nella sua vita aveva dormito sotto i ponti o nelle roulotte con i nomadi, si era riparato dal freddo con i cartoni e non si era lavato per mesi.
Oggi si riteneva un uomo libero e completo. Poteva uccidere o spingere qualcuno al suicidio. Ridere, giocare con i bambini, fare l’amore con donne e uomini, torturarsi o infliggere sevizie. Conosceva la magia nera e i riti per accompagnare i defunti nel regno dei morti. E, sopra ogni piacere, amava indurre gli esseri umani alla consapevolezza.
Chi, come Guido Maria, falliva l’esperienza, periva da codardo o talvolta da eroe. Ma tutti potevano dirsi fortunati per avere avuto l’occasione di tentare.
Questo però apparteneva già al passato.
Dopo anni di letargo aveva finalmente trovato qualcuno in cui riporre autentica fiducia. Credeva nel nuovo adepto e l’avrebbe messo a dura prova, come mai aveva preteso dai precedenti allievi. Il Disegno stava già procedendo.
Si affacciò sulla porta: «Dora, mi prepari la vasca», ordinò. «E che l’acqua sia bollente».
Avrebbe aggiunto un pugno di sale da cucina. La notte precedente, con un flagello si era procurato piaghe fresche sulla schiena. Voleva che mordessero tanto da non farlo pensare.
Serviva l’intuizione. Doveva soggiogare.
Come un corvo nella notte, era colui che agiva senza comparire.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “La collina dei delitti” di Roberto Carboni (Newton Compton)

undefinedSulle colline di Montebudel­lo, tra Bologna e Modena, du­rante uno scavo una ruspa porta alla luce un cadavere seppellito da oltre dieci anni.

È una sera gelida, c’è il pericolo che la pioggia battente si trasformi in tor­menta di neve. Un inferno per i tecnici della Scientifica. Giornalisti e curiosi si accalcano intorno alla zona del ritrova­mento: ben presto l’attenzione di tutto il Paese si concentra su quel macabro mistero. L’architetto Gabriele Moretti sta guardando il servizio alla televisio­ne. Ha trentasei anni, una bella famiglia a cui è molto legato e la sua carriera è decollata. Eppure, dopo aver visto quel servizio di cronaca, il suo umore cambia improvvisamente e le sue notti si popolano di incubi, invasi da luoghi oscuri, presenze spettrali e cadaveri resuscitati. Agli incubi si aggiungono emicranie, allucinazioni e la sensazio­ne di essere seguito. Come se non ba­stasse trova biglietti anonimi lasciati in ascensore, e persino la moglie e i suo­ceri sembrano mutare atteggiamento nei suoi confronti. Che cosa è accaduto davvero dieci anni fa su quelle colline? Gabriele ancora non lo sa, ma c’è una verità oscura che sta per tornare alla luce: altri efferati omicidi stanno per essere commessi.

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