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IL SILENZIO di Don DeLillo (recensione)

febbraio 26, 2021

“Il silenzio” di Don DeLillo (Einaudi – traduzione di Federica Aceto)

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Il silenzio di DeLillo. Un Decamerone per la fine dei tempi

di Salvo Sequenzia

La catastrofe giunge all’improvviso in un giorno qualsiasi del 2022, a Manhattan, negli Stati Uniti.
Il silenzio (tit. or. The Silence, 2020, trad. it. di F. Aceto, Supercoralli Einaudi, 2021), nuovo romanzo dell’ottantacinquenne Don DeLillo, considerato (dopo la morte di Philip Roth) il più grande romanziere americano vivente, racconta questa catastrofe.
Un racconto denso, contratto, claustrofobico. Nello spazio di centotré pagine divise in due parti, lo scrittore che più di ogni altro ha saputo rappresentare le paure e le angosce che attanagliano l’uomo dell’Antropocene descrive che cosa accadrebbe oggi, o nel futuro prossimo, se improvvisamente nel nostro mondo ipertecnologico ogni forma di comunicazione tacesse lasciandoci nel più completo Silenzio.
La narrazione si divarica come in un dittico.
La prima parte di questo dittico si apre su un aereo. Una giovane coppia della media borghesia americana, di rientro da una vacanza dopo la pandemia, sta per raggiungere a New York un gruppo di amici per assistere in televisione alla finale del Super Bowl nel loro appartamento nell’East Side.
Durante il volo, improvvisamente, gli strumenti elettronici dell’aereo smettono di funzionare e i piloti sono costretti a compiere un atterraggio di fortuna. Portata in ospedale, la coppia si rende subito conto che un blackout di dimensioni inimmaginabili ha messo fuori uso linee telefoniche, strumenti digitali, metropolitane, treni, aeroporti. Tutto ciò che era automatizzato si è fermato. Gli ospedali sono saturi. Le strade, inizialmente deserte, si riempiono di folle confuse, disorientate, impazzite.
La seconda parte del dittico si apre nell’interno della casa dove gli amici della coppia ne attendono l’arrivo: una professoressa di fisica in pensione, il marito e un suo ex studente bizzarro e visionario innamorato della teoria della relatività di Einstein.
A un tratto lo schermo del televisore diventa nero, tutto si ferma. Lentamente, è il silenzio a impossessarsi di ogni cosa. Un silenzio che scaturisce dall’incapacità di comunicare davanti all’assenza delle immagine prodotte dagli schermi e al collasso degli smartphone, delle televisioni, dei computer: «In altri tempi, più o meno ordinari, c’era sempre qualcuno con lo sguardo perso nel proprio cellulare, di mattina, a mezzogiorno, di sera, in mezzo al marciapiede, incurante degli altri che gli passavano velocemente accanto, completamente immerso, ipnotizzato, consumato dall’apparecchio […]; e adesso questi tossicodipendenti digitali non possono fare niente, i cellulari sono fuori uso».
La coppia riesce finalmente a raggiungere a piedi l’abitazione degli amici.
La casa si trasforma in un rifugio per scampare a ciò che viene considerato ora un attacco alieno, ora un cataclisma, ora l’ingresso in un’altra dimensione temporale, ora la minaccia del terrorismo o di un paese nemico. Una ridda di ipotesi e di supposizioni si fa strada e ingorga la mente dei personaggi. Qualcuno esce fuori per andare a guardare cosa sta accadendo, per rendersi conto della «situazione contingente». Di qualsiasi cosa si tratti, comprendono subito che «quello che è successo ha messo fuori uso la nostra tecnologia», dichiara uno dei personaggi, aggiungendo: «La parola stessa mi pare obsoleta, persa nello spazio. Dov’è la fede nell’autorità dei nostri device sicuri, delle nostre capacità di criptaggio, dei nostri tweet, dei troll, dei bot?».
Il silenzio e il colore nero diventano le note dominanti, quasi la suprema sinestesia di una apocalisse ordinaria attesa e accolta dai protagonisti del romanzo quasi con soddisfatta rassegnazione.
Le forze che si muovono e agiscono nella storia sono energie impersonali, neutre, che risiedono e promanano dagli eventi inscritti in un piano di immanenza, sempre eccedenti rispetto ai fatti raccontati. Di eventi, ciò che riguarda più direttamente le tematiche affrontate da DeLillo è la possibilità di pensare la scrittura come “spazio-laboratorio” nel quale le energie negative si liberano e agiscono determinando  gli eventi che accadono nella realtà; in tal modo, lo scrittore riesce a non perdere quel particolare aspetto analitico della sua scrittura che la allontana dalle miserie della narrazione-confessione e dalle strategie narrative del dis-velamento dell’interiorità in cui oggi pare soffocare e spegnersi certa letteratura “continentale”.
La scrittura, in questo Decamerone dell’assurdo visionario alle cui pagine DeLillo affida la sua estrema meditazione metafisica, si fa rarefatta e scavata come una acquaforte di Goya. Personaggi ordinari di un mondo ordinario diventano all’improvviso i protagonisti allucinati di una incisione goyesca, dominata dal delirio, dall’angoscia, dal «Tristes presentimientos de lo que ha de acontecer» e di un «disastro» incombente che giunge, inevitabile e fatale, e che l’autore “ferma” sulla pagina con spaesante potenza descrittiva in un «finale di partita» che inchioda e rapisce il lettore.
DeLillo annienta, già a partire dalle battute iniziali di questo romanzo, ogni via d’uscita offerta alla parola, che vorrebbe farsi memoria e che, invece, viene ridotta a nuda registrazione di quanto sta accadendo. Uno dei protagonisti, il marito dell’insegnante di fisica, seduto sulla poltrona del suo salotto a guardare lo schermo diventato nero, vaga con lo sguardo sperduto privato di quel supporto indispensabile a “raccordare” gli attimi della sua vita in un continuum vitale; egli non riesce più a riconoscersi neppure attraverso la sua stessa voce, perfino il vocabolario e le espressioni che egli impiega si sfarinano, diventano aliene. I personaggi di questa pièce de théâtre si sentono progressivamente disgustati da tutto ciò che li circonda: dai minimi eventi esterni che avvengono e dalle numerose supposizioni compiute in quell’ultimo rifugio di vita circondato dal silenzio e dal buio, nel quale “registrare” il tempo che scorre e gli eventi che succedono lungo il dipanarsi della vicenda risulta del tutto privo di qualunque valore. Il vivere, il continuare a parlare, ascoltare o a compiere atti che saranno destinati ad essere inghiottiti da quel silenzio, sembra follia. Meglio, allora, collocarsi nel buio di quello schermo che cancella ogni rumore e pensiero, accettare «questa sospensione, questo guasto» avvenuto nel «terzo pianeta più vicino al sole, regno dell’esistenza mortale». Ma, anche questa prospettiva di fuga dalla realtà, è negata.

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La scheda del libro: “Il silenzio” di Don DeLillo (Einaudi – traduzione di Federica Aceto)

All’improvviso, non annunciato, misterioso: il silenzio. La tecnologia digitale ammutolisce. Internet tace. Tutti gli schermi diventano neri. Don DeLillo ha disegnato la mappa per muoversi in questa nostra nuova era oscura.

Manhattan, 2022. Una coppia è in volo verso New York, di ritorno dalla loro prima vacanza dopo la pandemia. In città, in un appartamento nell’East Side, li aspettano tre loro amici per guardare tutti insieme il Super Bowl: una professoressa di fisica in pensione, suo marito e un suo ex studente geniale e visionario. Una scena come tante, un quadro di ritrovata normalità. Poi, all’improvviso, non annunciato, misterioso: il silenzio. Tutta la tecnologia digitale ammutolisce. Internet tace. I tweet, i post, i bot spariscono. Gli schermi, tutti gli schermi, che come fantasmi ci circondano ogni momento della nostra esistenza, diventano neri. Le luci si spengono, un black-out avvolge nelle tenebre la città (o il mondo intero? Del resto come fare a saperlo?) L’aereo è costretto a un atterraggio di fortuna. E addio Super Bowl. Cosa sta succedendo? È l’inizio di una guerra, o la prima ondata di un attacco terroristico? Un incidente? O è il collasso della tecnologia su se stessa, sotto il proprio tirannico peso? È l’apparizione di un buco nero, l’aprirsi di una piega dello spazio e del tempo in cui le nostre vite scivolano inesorabilmente? Di certo c’è questo: era dai tempi di Rumore bianco che Don DeLillo non ci ricordava con tanta accecante precisione che viviamo, disperati e felici, in un mondo delilliano.

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