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PREMIO STREGA 2021. Proposti i libri di Michele Ainis, Giulio Cavalli, Teresa Ciabatti, Alessandra Fagioli, Marco Albino Ferrari, Anna Giurickovic Dato, Francesca Mannocchi, Elena Mearini, Simone Perotti, Paolo Zardi

marzo 1, 2021

Proposti dagli “Amici della Domenica”, per l’edizione 2021 del Premio Strega, i libri di: 

Michele Ainis, Giulio Cavalli, Teresa Ciabatti, Alessandra Fagioli, Marco Albino Ferrari, Anna Giurickovic Dato, Francesca Mannocchi, Elena Mearini, Simone Perotti, Paolo Zardi

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Michele Ainis
Disordini
La nave di Teseo

Proposto da
Sabino Cassese
«Un professore, un giorno, scopre d’aver un altro volto, un altro corpo. Nessuno lo riconosce. Intraprende un viaggio, alla ricerca di qualcuno che non gli chieda chi è, o che lo riconosca, sia pure nelle nuove sembianze. Nel luogo dove andava in vacanza da piccolo, c’è chi lo ricorda, ma vi sono anche molti che hanno cambiato la loro identità. La storia continua sul filo di un passato che si lega al presente, di corpi e menti che mutano. Nel racconto, che nasconde molti risvolti e sorprese, si intrecciano una riflessione eraclitea sul mutamento prodotto dal tempo sull’uomo e un apologo sul disordine che sembra dominare il presente. Stendhal ha distinto il raccontare narrativamente dal raccontare filosoficamente. Ainis, alla terza prova con il genere, sa raccontare narrativamente una vicenda che nasconde una più profonda narrazione filosofica, riprendendo la linea di svolgimento che va da Ovidio a Kafka, gli autori di “poemi sui corpi che in un mondo precario sono messi in pericolo” (sono parole lasciateci dal grande filologo classico e critico letterario statunitense Charles Segal prima di morire, introducendo, con un magistrale saggio una delle più belle edizioni delle Metamorfosi di Ovidio).»

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Giulio Cavalli
Nuovissimo testamento
Fandango Libri

Proposto da
Filippo La Porta
«“Focolai di empatia.” Già questa espressione potrebbe giustificare il romanzo “biopolitico” – in senso visionario e romantico – di Giulio Cavalli. L’empatia, ingrediente necessario di qualsiasi relazione umana, già oggi comincia a essere percepita come lieve disadattamento, come possibile intralcio nella struggle for life dove occorre essere concentrati sui propri obiettivi (immedesimarsi troppo potrebbe debilitare…). Proiettata poi in una società distopica del futuro prossimo – tra Orwell e Huxley, tra Bradbury e Philip K. Dick – diventa una vera e propria malattia, che il potere tenta di reprimere con ogni mezzo poiché rende gli individui imprevedibili, indocili, intrattabili. Lo stile dell’autore – concitato e apprensivo, con una sintassi scombinata dal succedersi febbrile degli eventi – risente (coerentemente) della distopia: le emozioni, proibite dall’alto, implodono nel quotidiano con una violenza liberatoria. La scrittura viene esposta a “sversamento” fin dalla prima pagina. Quando uno dei personaggi, in ospedale, va in bagno per leggere clandestinamente (e rischiosamente) un libro, ci imbattiamo in una pagina di Marco Polo che potrebbe essere assunta come definizione della letteratura stessa: “Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti…”. Cavalli ci avverte con un uno straordinario esercizio di immaginazione sociologica (e antropologica) che la bellezza è sovversiva, che “non esistono emozioni turpi”, che qualsiasi società (dispotica, democratica, autoritaria, aperta…) non può permettersi di censurarle.»

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Teresa Ciabatti
Sembrava bellezza
Mondadori

Proposto da
Sandro Veronesi
«Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti è una lezione di letteratura narrativa, per tutti quelli che ancora non hanno smesso di esercitarsi nel fallimentare tentativo di tenere separate, nei romanzi, verità e finzione. È un racconto talmente colmo di menzogne – la prassi della comunicazione tra gli esseri umani, insieme al nascondimento, al malinteso, alla reticenza, alle omissioni – che alla fine rasenta la più intima delle confessioni. È un romanzo straziante, perché è uno strazio ritrovarsi a vivere tutta la vita in un corpo così lontano dal canone condiviso della bellezza; ed è un romanzo esilarante, la cosa più vicina ai libri di John Fante che mi sia mai capitato di leggere. È un romanzo che spazia dalla vitalità alla morte, soffermandosi in quella zona grigia che viene spesso trascurata, quella della quasi-morte, della regressione, della demenza, che a volte diventano abiti sorprendentemente comodi da indossare. È un romanzo sulla meravigliosa vertigine della mitomania. Ma soprattutto, come ho detto, è una lezione sull’unica verità possibile in letteratura, quella fatta di nomi, predicati, avverbi e aggettivi scelti e composti con tale maestria da rendere inutile sapere altro.
Per tutte queste ragioni mi pregio di presentare Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti alla LXXV edizione del Premio Strega.»

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Alessandra Fagioli
Scacco all’isola
Robin Editore

Proposto da
Paolo Ferruzzi
«Propongo al Premio Strega 2021 il libro Scacco all’isola di Alessandra Fagioli, pubblicato da Robin Editore. Scacco all’isola è un romanzo che intreccia indagini criminali a relazioni interpersonali e immortala un’isola facendola diventare a più riprese un fascinoso teatro del crimine. Diverse modalità di omicidio si alternano alle vicende della commissaria incaricata di svolgere le indagini, costretta a misurarsi non solo con familiari e colleghi delle vittime presso le città d’origine di quest’ultime, ma anche con un marito paraplegico, una figlia tossica, un figlio violento e un’amica superstite di un naufragio. Una molteplicità di scenari e di personaggi dà dunque vita a un intreccio serrato di incognite e tensioni, atmosfere e personalità, in cui si riflette anche sulla natura del genere giallo, fino a una stretta finale dai risvolti spiazzanti. Una narrazione asciutta, severa, incalzante, più generosa con i luoghi che non con le persone.»

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Marco Albino Ferrari
Mia sconosciuta
Ponte alle Grazie

Proposto da
Paolo Cognetti
«Vorrei candidare al Premio Strega 2021 il libro Mia sconosciuta di Marco Albino Ferrari (Ponte alle Grazie), ritratto di una donna eccentrica, libera, triste, innamorata della musica e della montagna, che a quarant’anni sceglie di avere un figlio e di crescerlo da sola, allontanandosi dal mondo benestante da cui proviene. Ne nasce un rapporto strettissimo di cui la montagna, il Monte Bianco in particolare, diventa il teatro, un’educazione impartita nei bivacchi sul ghiacciaio così come al pianoforte degli hotel di Courmayeur, e un lascito – la propria storia – che il figlio lentamente ricompone. Diventerà alpinista e scrittore, Marco Albino Ferrari, e scriverà moltissimi libri su altri uomini e sulle loro imprese, prima di arrivare a questo che di tutti è il più intimo e il più bello: un libro di montagna che raggiunge la cima del genere aprendosi ai vasti orizzonti della letteratura.»

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Anna Giurickovic Dato
Il grande me
Fazi

Proposto da
Angelo Guglielmi
«“… sono cattiva a volte disumana, falsa se serve, ma soltanto con me stessa, ipocrita mai, gentile soltanto se costretta con la forza, formale nemmeno quando è utile, violenta la maggior parte del mio tempo, giusta sempre se lo decido io che è giusto. Eccolo il mio dramma, fatene quel che volete Non infuriatevi se non lo capite, non sta a me spiegarlo…”. Questo il ritratto di Anna Giurickovic Dato (al suo secondo romanzo) comunque protagonista di Il grande me (romanzo autobiografico o no che sia). Scrittrice di evidente talento, ricchezza di linguaggio, capacità di discorso, un impasto disseminato di ragione e di sentimento, sgarbati preziosismi stilistici… Se pur scritto in prima persona è oggettivo e una confessione. Sa parlare d’altro (degli altri) e di sé. Attraversato da un intreccio di amore e di rifiuto, di comprensione e rabbia (per lei capisaldi della vita). Come si fa a non amare (e leggere) Il grande me

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Francesca Mannocchi
Bianco è il colore del danno
Einaudi

Proposto da
Renata Colorni
«Ho letto con turbamento ed emozione, nonché con ammirato stupore, il libro di chiarissima impronta autobiografica che Francesca Mannocchi, già nota giornalista e reporter di guerra, ma da oggi anche originale e fine scrittrice, con il titolo Bianco è il colore del danno, ha pubblicato recentemente per Einaudi Stile Libero. Appena l’ho finito, ho subito pensato di proporne la candidatura al Premio Strega ed è ciò che faccio oggi con convinzione.
A suggerirmi questo gesto è stata naturalmente la innegabile rilevanza, scientifica, politica e sociale, del tema che Mannocchi affronta di petto, con competenza specifica e strenuo coraggio: una giovane donna, che nutre per la vita una passione furiosa ed è straordinariamente capace di disegnarne con esattezza le presenze, le assenze, i contorni e le immagini più delicate ma anche le emergenze e le sfide più crudeli, è costretta a fare i conti ogni giorno con una grave e misteriosa e incurabile malattia cronica – la sclerosi multipla – che le viene diagnosticata qualche anno fa poco dopo aver partorito il suo amatissimo figlio Pietro; il suo è un male che è come acquattato dentro il suo bel corpo (ed è forse proprio la gravidanza ad averlo destato), corpo che nel fiore degli anni si è rivelato nemico; al momento quel male non si vede e solo di rado si è manifestato platealmente, e tuttavia la rende , ora e in futuro, “potenzialmente” malata e comunque impossibilitata a governare il suo tempo e a viverlo con libertà; a rigore Francesca, che è disposta a dire la paura con inscalfibile e perturbante onestà, è a rischio perpetuo di sentirsi “guasta” e soggetta a un immedicabile “danno”. Eppure l’amore per la bellezza, per la poesia che è nutrimento della vita, per le parole scelte con trepida attenzione, la rabbia per ogni forma di ipocrisia, il gusto feroce per ciò che è essenziale, e la voglia pazzesca di toccare la verità fanno, a mio avviso, di Francesca Mannocchi una presenza preziosa nel nostro panorama letterario.»

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Elena Mearini
I passi di mia madre
Editore Morellini

Proposto da
Lia Levi
«La “buona scrittura” è tutt’altra cosa rispetto alla “bella scrittura”, fenomeno quest’ultimo molto frequentato in questi tempi (ma forse da sempre) che usa nutrirsi di parole e metafore artificiosamente spiazzanti inseguendo lo scopo dello stupire a scapito dell’esprimere.
Questa breve premessa solo per meglio dire che con I passi di mia madre di Elena Mearini siamo invece sul terreno giusto. Il linguaggio della Mearini è fatto di piccoli tocchi leggeri e non scontati, la metafora è rapida e pregnante… del resto cosa ci si può aspettare da una autrice che ha dato alle stampe numerosi libri di poesia?
La storia, come dice il sottotitolo, è quella della “ricerca di un amore mancato”, in questo caso di una madre che senza spiegazioni ha un giorno abbandonato marito e figlia bambina, sostituito e poi rappresentato nel corso della vita da un uomo sfuggente che farà risuonare gli stessi tasti. “Il tempo di Samuele è arrivato a dare il cambio a quello di mia madre”, sintetizza sottotono la scrittrice.
Come in tutte le storie ci sarà uno scioglimento finale (nel caso del passato a sorpresa) che coinvolgerà tutti e due i filoni.
A me questo libro è piaciuto e per questo ve lo sottopongo.»

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Simone Perotti
I momenti buoni
Mondadori

Proposto da
Paolo Mauri
«I momenti buoni di Simone Perotti (Mondadori) è un romanzo dedicato alla generazione post-millennials, quella che non sa molto bene se il mondo esiste fuori dal web. In una città di mare innominata che ricorda Genova, ma anche Napoli, si muovono alcuni adolescenti (il Tranquillo, il Pratico, il Sorcio, Ronin) mentre si prepara una grande rissa tra due famiglie rivali di affaristi ignoranti e senza scrupoli. Videogioco o realtà? I ragazzi non hanno le stesse mete degli adulti: hanno però loro gerarchie, i loro conflitti e inseguono nuove esperienze. Domina la scoperta del sesso che spesso ha la crudezza dei siti porno, circola un po’ di droga. Il protagonista Tranquillo è ossessionato da un mostro semiumano, il Duende, che però vede solo lui. Via di fuga, o di salvezza, il calcio, dove l’allenatore, che non per nulla si chiama Padre, ricorda al Tranquillo che senza regole non c’è partita e che un campo senza linee è solo un prato qualunque. Dunque? Perotti insinua che (forse) per salvarsi dal Nulla indistinto che ci sovrasta occorre prendere strade diverse e magari andare per mare. Intanto il tecnologico Ronin, che ha passato un anno chiuso in casa a guardare il mondo dal pc, ora è uscito allo scoperto e sembra (finalmente) solo un bambino. I momenti buoni è un romanzo ambizioso, che cita Jack London e tace molte cose, lasciando al lettore il gusto di scoprirle.»

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Paolo Zardi
Memorie di un dittatore
Perrone

Proposto da
Paolo Di Paolo
«Come Napoleone, un uomo che ha perso il potere riflette su sé stesso, confinato su un’isola. Diventato dittatore di “quel ridicolo Stato” che è l’Italia, una volta resosi conto che “la democrazia non è obbligatoria”, è riuscito a dimostrarlo nell’arco di un decennio. Venendo tutto sommato dal niente, “marginale tra i marginali”, uomo senza qualità capace però di assecondare il ventre del popolo e i suoi incubi, i suoi deliri, le sue paranoie. Ha capito che bastava “salire in groppa a questa furia, e cavalcarla, guidarla, e dirigerla finalmente verso la sua più piena realizzazione”.
Paolo Zardi, la cui voce di narratore, singolare, straniata, risulta sempre più riconoscibile e letterariamente convincente, ha scritto – dopo XXI secolo (2015) – un nuovo, potente romanzo politico. In Memorie di un dittatore (Perrone), che propongo con piacere e convinzione agli Amici della domenica, dà forma a una spiazzante meditazione sul potere – il potere che si desidera e che si conquista, si ottiene talvolta senza nemmeno usare violenza: semplicemente prendendo atto delle conseguenze, assecondando la piega degli eventi. Con meschina ambiguità, senza lo sforzo di diventare altro da ciò che si è. “Il più scalcagnato, il meno presentabile, il politico più inverosimile”. Il più disprezzato. Attraverso una confessione fluviale, affidata a una voce sorniona, sibillina, priva di rimorsi (nemmeno rispetto alla guerra dichiarata al Congo!), elaborata con grande controllo stilistico, Zardi addomestica la distopia, traveste da satira un romanzo serissimo e perturbante sull’eterna attesa di un popolo radunato sotto a un balcone. E su come l’uomo che infine si affaccia, per paradosso, incarni al meglio il peggio dei suoi sudditi.»

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