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UNA TERRA PROMESSA di Barack Obama (recensione)

marzo 1, 2021

“Una terra promessa” di Barack Obama (Garzanti – traduzione di Giuseppe Maugeri, Maria Grazia Galli, Paolo Lucca)

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[Cliccando sul link: il nostro speciale sulla partecipazione di Barack Obama a Che tempo che fa di Fabio Fazio su Rai3]

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Obama, il sogno di una terra promessa

di Mario Blancato

Jacques Le Goff ci ha insegnato che “la memoria, a differenza della storia, è priva di complessità e si adatta meglio alla velocità del tempo in cui viviamo. Il risultato? Nel momento in cui non c’è corrispondenza tra le cautele della storia e la memoria, quest’ultima finisce per accreditare come veri fatti e accadimenti mai avvenuti!” Questo insegnamento, appreso fin dai tempi universitari mi ha creato inconsapevolmente una certa ritrosia e diffidenza a leggere le memorie di statisti, legislatori, uomini di stato, o individui particolari, che vogliono ricostruire la loro vita e fornire praticamente le giustificazioni delle loro azioni.

Ho fatto eccezione per le memorie dell’ex presidente americano Barack Hussein Obama, soltanto perché ho voluto approfondire la mia conoscenza degli USA, in particolare perché mai, oggi, la democrazia americana si trovi in così grande affanno, non riesca più a parlare al cuore delle giovani generazioni, e non riesca a dare una direzione di marcia, pragmatica e univoca, sui grandi temi del momento: proliferazione di guerre locali, crisi evidente del capitalismo finanziario, crescenti e spaventose disuguaglianze economiche, i cambiamenti climatici e le tensioni razziali, che come un fiume carsico esplodono in maniera tragica, l’odio ed il disprezzo di americani contro americani, la presenza di gruppi paramilitari di estrema destra. Gruppi legittimati ed esaltati da un presidente paranoico e mentalmente instabile, Donald Trump, identificato come difensore, salvatore delle sorti soprattutto delle classi medie e operaie della Rust Belt, considerato messia e profeta che, da perfetto eversore del sistema democratico, ha incitato – violando, per altro, la carta dei Diritti universali dell’uomo dell’ONU – alla rivolta contro Capitol Hill masse di disadattati e di spostati.

Insomma, leggere 804 pagine (è solo il I° vol. dalla nascita al 2012) di Obama per capire il trumpismo. Premetto che non sono stato mai un vero estimatore della democrazia americana, sicuramente la più importante, ma certamente non la migliore del mondo, per almeno tre precisi motivi specifici:

1) Si può essere veramente democratici e al contempo negare il diritto alla salute ad almeno 50 milioni di cittadini, che non hanno l’assicurazione sanitaria, perché non hanno un lavoro? Violando, per altro la carta dei diritti fondamentali dell’Uomo del 1948?

2) Si può lasciare senza alcuna reale regolamentazione il capitalismo finanziario, (Wall Street, in questo caso), i cui titoli (cosiddetti ‘derivati’), senza alcun legame con la produzione materiale di beni e servizi, erano inventati e compilati dalle banche, talvolta come sottoprodotti dei prestiti che esse stesse concedevano ai cittadini?

3) si può essere democratici in casa propria ed appoggiare sistemi autoritari, dittature bagnate dal sangue dei suoi oppositori e governi corrotti e oligarchici? Solo per citare qualche attività eversiva della CIA (il colpo di stato in Cile 1973, i caudillos dell’America latina, per 50 anni consecutivi, Bolivia, Nicaragua, Guatemala, considerati come il giardino di casa, backyard degli Yankees). Si può esportare la democrazia con le armi? Si può uniformare il mondo, dopo il collasso dell’URSS, alla sola strategia unipolare del capitalismo americano?

Devo ammettere che Obama è un abilissimo scrittore, tocca emotivamente molte corde di assoluta sensibilità, possiede una ricchezza di vocabolario e di capacità seduttrice, per cui risulta difficile non emozionarsi e non simpatizzare con le sue angosce e le sue ansie, il suo idealismo in perenne conflitto con la realpolitik, cui è costretto dalla necessità di difendere gli interessi della sua Nazione.

Tralascio per motivi di spazio e di uniformità di pensiero tutti gli aspetti, particolari e legittimi delle argomentazioni di Obama, circa lo svolgersi degli avvenimenti e le loro effettive dimensioni; la gioventù nelle Hawaii e in Indonesia, il rapporto con la famiglia d’origine, l’adorata mamma e la nonna, la formazione professionale di brillante avvocato, proveniente dalla prestigiosa Harward law School, la sua prima legislatura come senatore dell’Illinois (2004-2008).

Sia nella storia personale di Obama, sia nella storia dell’America c’è un prima e un dopo l’anno 2008. Quell’anno è lo spartiacque di una concezione dell’american dream, che viene terribilmente spezzata dalla terribile crisi finanziaria che ha messo in ginocchio la più gran parte del sistema non solo produttivo, ma ha generato i germi di una forte regressione culturale e di impoverimento generalizzato, da cui non si è ancora usciti. Tutto il periodo della Presidenza Obama (2008-2016) è caratterizzata dalla lotta, infida e pericolosa, alla decadenza socio-culturale dell’America nel suo complesso e nell’affrontare temi inediti nella storia del mondo: il bipolarismo con la Cina, il ruolo USA nel mondo, il terrorismo nella sua fase di crescita, le guerre del Medio Oriente e le primavere arabe, ma soprattutto i problemi interni: la delocalizzazione delle imprese, la trasformazione della società americana che si è radicalizzata nello scontro, la lotta contro le élites professionali e finanziarie; il popolo contro le élites.  Dopo il 2008 per gli americani come scrive Giovanna Pancheri  (La Rinascita americana, SEM, 2021 p.9) hanno avuto in molti casi un risveglio bruttissimo, non  traducibile solo nella perdita di qualche capitale in borsa, ma nella sopraggiunta e inattesa impossibilità di mandare i figli al college, nella disoccupazione dopo vent’anni di lavoro, nell’improvviso restare senza casa o senza macchina, e in un paese in cui lo stato sociale equivale ai ranghi nobiliari, è diventato un popolo di persone che si sono sentite improvvisamente ai margini. In più, negli stati Uniti di norma non ci si lamenta, il fallimento non è contemplato, se si cade ci si rialza, ma non si rimane in ginocchio il sistema è stato costruito sul pilastro del successo: questo è the land of opportunities (la terra delle opportunità), qui e solo qui puoi vivere the american dream, qui e solo qui, uno degli insulti più crudeli è looser  (=perdente). Se hai talento, ambizione, volontà, puoi arrivare ovunque senza limiti.

Vorrei entrare in media res e sottolineare solo pochi aspetti delle argomentazioni di Obama, che riflettono temi centrali e universali.

  • La crisi del 2008. I colletti bianchi della Lehman Brothers, il 15 settembre del 2008, raccolsero gli scatoloni dai loro uffici e mestamente tra l’incredulità e lo stupore di tutto il mondo, abbandonarono gli uffici dei loro scintillanti grattacieli. Dopo anni di sfrenato liberismo e di marcia trionfale dell’individualismo (non esiste la società, esistono solo gli individui, aveva spiegato Margaret Thatcher) con una finanza diventata aggressiva e spaventosamente avida, il re era apparso nella sua nudità: la maggior parte delle banche sistemiche americane si scoprirono quasi all’improvviso tutte in deficit, in procinto di rumorosi default per le stock options elevatissime e i crediti facili ed irrecuperabili, che con allegria e presupponenza avevano infranto il sogno degli americani di avere la proprietà di belle case a basso prezzo, (la società dei proprietari di W. Bush): AIG, la potente società assicurativa,  la società Fannie Mac e Freddie Mac, monopolisti del mercato immobiliare, Merryl Lynch, Morgan Stanley, Goldman Sachs, cioè il Gotha della finanza internazionale stava per esplodere, lasciando macerie micidiali sull’avvenire non solo dell’America ma del sistema bancario mondiale. Milioni di americani da un giorno all’altro si videro pignorare le loro case, che avevano acquistato a rate, il numero degli homeless aumentò paurosamente, la disoccupazione raggiunse livelli allarmanti. L’allora Presidente W. Bush e il Segretario al Tesoro Hank Paulson approntarono subito un piano di intervento massiccio, 700 miliardi di dollari per salvare il sistema, il cosiddetto TARP (Troubled Asset Relief Program). Bene. Questo avvenne prima che Obama fosse eletto Presidente, fine anno 2008. A mio avviso, il provvedimento di Bush ed il successivo atto importante di Obama Presidente, Il Recovery Act, che stanziava ulteriori 800 miliardi per attività di sostegno, per agevolazioni fiscali alle piccole imprese e per sostenere il lavoro dipendente, furono giusti e sacrosanti. Alleggerirono la recessione pesante che colpì l’America. Ma, a mio avviso, sia la comunicazione sia la gestione del piano furono assolutamente deficitarie, perché non raggiunsero l’effetto sperato: i proprietari di case (milioni di piccoli proprietari) rimasero senza alcun aiuto, la disoccupazione rimase stabile, la classe media e operaia si sentì abbandonata. Sia Bush che Obama salvarono il capitalismo finanziario dal disastro, ma l’economia reale rimase mortificata ed in forte affanno. L’errore è non avere approfittato di quel momento per riformare completamente le regole della Borsa e introdurre meccanismi regolatori efficienti nel rapporto con gli imprenditori. Il ripristino della legge Glass-Stagall di F. D. Roosevelt, 1933, che imponeva la netta separazione tra banche di deposito e banche d’affari, incautamente abrogata da Bill Clinton 1999, che Obama propugnò con convinzione, ne uscì fortemente ridimensionato con la legge Dodd-Frank. La nota positiva fu che da allora la Federal Reserve mantiene il controllo reale sulle attività delle 7.000 banche americane.

 

  • La politica estera, nonostante il discorso del Cairo e le dichiarazioni roboanti, nonostante il premio Nobel per la Pace nel 2009, Obama è stato, malgrè lui, un continuatore della politica aggressiva di Bush: sia l’Iraq, sia l’Afghanistan rimasero occupati dagli americani, il rapporto con la più teocratica e retrograda monarchia del Golfo, l’Arabia Saudita, rimase un pilatro dell’alleanza contro l’Iran sciita, nel nome del rifornimento energetico del petrolio. Anche l’atteggiamento nei confronti dei movimenti che si ribellarono alle dittature e ai tiranni del Nord Africa e di parti del Medio Oriente negli anni 2010-2011, rimasero solo petizioni di principio, moralmente accettabili. Ma la politica americana rimase la stessa, tant’è che il generale Al-Sisi è, ancora oggi, la continuazione perfetta di Hosni Mubarack, nonostante piazza Tahrir. Nel libro è evidenziata tutta la tensione ed il contrasto tra la sua nobile aspirazione ad ideali pacifisti e democratici e la realpolitik della difesa degli interessi americani, o meglio del sistema capitalistico americano.

 

  • Le tensioni razziali. Certamente è impressionante che dopo circa 165 anni dalla fine della guerra civile americana (1860-1865) non si siano completamente armonizzate la convivenza e le coabitazioni tra bianchi e neri. Il discorso sarebbe troppo lungo. Mi limito a dire che – come rileva lo stesso Obama (p. 763) – quando fu eletto “in moltissimi repubblicani e in quasi metà America la mia presenza alla Casa Bianca aveva suscitato un panico profondo, concepito l’idea che l’ordine naturale delle cose fosse stato sovvertito”. Paradossalmente, penso che l’elezione di Obama abbia riacutizzato il problema razziale, che come fiume carsico, si aggrotta talora e talora fuoriesce dal sottosuolo per scorrere in pianure vastissime e abbia generato, soprattutto negli ultimi anni. fenomeni che a noi occidentali raziocinanti e kantiani di formazione, sembrano incredibili.  In concomitanza con il periodo di Donald Trump, sono sorti nell’ambito dell’estrema destra xenofoba, razzista, misogina, movimenti e milizie paramilitari, che propugnano valori, anzi disvalori, millenaristici, visioni sataniste e combattimenti tra le forze della luce e dell’oscurità, la venerazione del Profeta (Trump) contro gli angeli del Male (i democratici), come ho studiato nei Rotoli del Mar Morto del I° secolo d.C. Tali movimenti, seppur marginali e folcloristici, hanno inni nazisti, sono sostenitori tenaci dell’uso delle armi, predicano l’odio razziale nei confronti non solo dei neri, ma anche di ebrei e musulmani, la pulizia etnica.  Movimenti come QAnon come i Boogaloo, i Proud Boys, come i confederati del Sud, o il recente People’s Rights dimostrano che la ferita della Guerra civile non si è ancora rimarginata, e che una nuova guerra civile si sta preparando nel sottofondo dell’anima americana. Il 6 gennaio 2021 non pre-dice nulla?

 

  • La morte di Bin Laden occupa un posto importante sia per la strategia antiterrorismo sia per le posizioni assunte da Obama sulla condizione della prigione di Guantanamo. Quest’ultima si è rivelata subito un insuccesso, già scontato, per ovvie ragioni. Sul capo di Al Qaeda – scrive lo stesso Obama – “le ragioni per cui fossi interessato a Osama bin Laden erano ovvie. Il fatto che fosse ancora libero a distanza di 10 anni dall’11 settembre era una fonte di dolore per le famiglie delle vittime e un insulto alla potenza americana. Anche perché volevo dare un nuovo orientamento alla strategia antiterrorismo americana”. Gli artefici dell’impresa furono Leon Panetta e Mike Morell, che avevano individuato nella periferia di Abbotabad, vicino Islamabad, il luogo in cui pensavano fosse nascosto Bin Laden. Attraverso la sorveglianza aerea di quel posto erano riusciti a osservare un uomo alto che non lasciava mai la proprietà ma camminava regolarmente in tondo in un minuscolo giardino, protetto dalle mura del complesso. Gli agenti della CIA lo avevano soprannominato the pacer, il camminatore. In assoluto silenzio (non parlò neanche con i Pakistani, ritenuti inaffidabili) Obama organizzò una spedizione punitiva, la realizzazione della quale fu affidata al capo delle forze armate Bill Mc Raven, il quale mise su – come in un film di fantascienza – una missione di forze speciali, una squadra scelta dei Navy Seal, che in elicottero si spostò in Pakistan, eludendo la sorveglianza radar. Questo gruppo di soldati di notte assaltarono il complesso di Abbottabad, dove Bin Laden era nascosto. Nel frattempo a Washington in una stanza della sala operativa un grande schermo trasmetteva in diretta tutte le fasi dell’operazione. Anche Obama, assistette, prima ed ultima volta, – tiene a sottolineare – a quella operazione militare, con le figure, le ombre dei soldati che si muovevano come spettri.  E a un certo punto si sentì la voce di Mc Raven che trasmetteva queste testuali parole: Geronimo (il nome in codice di Bin Laden) identificato e poi subito dopo, Geronimo EKIA (Enemy killed in action). I soldati infilarono in un sacco il corpo di Bin Laden, le donne ed i bambini vennero risparmiati e radunati in una stanza. Mission accomplished. Il corpo venne lanciato nell’Oceano in pasto ai pesci. Non si seppe mai il nome dell’agente che sparò a Bin Laden.

 

  • Obamacare. Obama, in questo campo, con l’appoggio del partito democratico, ha cercato in tutti i modi di immettere nella società americana un concetto europeo e cioè che la salute è un diritto inalienabile della persona umana. Cioè ogni essere umano ha il diritto di essere curato dallo stato, indipendentemente dal colore della pelle, di religione, di sesso, dalle condizioni economiche. Ogni persona, in quanto tale, ha diritto alla salute. Per noi europei, è un concetto base della dignità umana. Per gli americani, no. Certamente il proliferare delle assicurazioni sanitarie ha una storia lunga e complicata, con colpe anche sindacali; ma oggi ha creato un sistema costosissimo per le casse del governo e impossibile da modificare. L’opposizione repubblicana al concetto di generalizzazione del diritto alla salute deriva dall’idea libertaria che lo stato deve restare fuori dal controllo sanitario e che la libertà individuale si compie se hai la possibilità di farlo, cioè se hai le somme necessarie per curarti. Ala fine della battaglia, Obama è stato sconfitto. Ne è venuta fuori una legge sgualcita Affordable Care Act (ACA) 23 marzo 2010, senza anima sociale, che ha allargato un po’ la platea degli aventi diritto, ma ancora una volta, la questione di civiltà non è stata realizzata.  I cittadini senza alcuna forma di assistenza erano 48, 6 milioni nel 2010; già nel 2016 i non assicurati erano 26, 7 assicurati. L’obiettivo era di arrivare alla copertura universale. Ma la battaglia non è stata ancor vinta. La speranza è ora riposta su Joe Biden e Kamala Harris.

Obama, comunque, resta un grande Presidente, un sincero democratico, un leader amato, apprezzato per la difesa dei diritti umani, da milioni di persone in tutto il mondo – tra esse anche il sottoscritto – anche se la sua Presidenza non ha dato tutti i frutti, che avremmo voluto vedere.

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La scheda del libro: “Una terra promessa” di Barack Obama (Garzanti – traduzione di Giuseppe Maugeri, Maria Grazia Galli, Paolo Lucca)

Un appassionante e personalissimo racconto in presa diretta del presidente che ci ha ispirato a credere nel potere della democrazia.
 
In questo libro attesissimo, Barack Obama racconta in prima persona la storia della propria incredibile odissea, da giovane alla ricerca di un’identità a leader del mondo libero, e descrive con sorprendente ricchezza di particolari la propria educazione politica e i momenti decisivi del primo mandato della sua storica presidenza, un periodo di profonde trasformazioni e sconvolgimenti.
Obama accompagna i lettori attraverso un appassionante viaggio, dalle prime aspirazioni politiche fino alla decisiva vittoria nel caucus dell’Iowa – che ha dimostrato la forza dell’attivismo civile di base – e alla memorabile notte del 4 novembre 2008, quando è stato eletto 44° presidente degli Stati Uniti, diventando il primo afroamericano a ricoprire la più alta carica della nazione.
Riflettendo sulla presidenza, Obama propone una profonda e inedita esplorazione delle straordinarie possibilità ma anche dei limiti del potere, e apre per la prima volta nuovi scorci sulle dinamiche del conflitto politico americano e della diplomazia internazionale. Obama conduce i lettori fin dentro lo Studio Ovale, la Situation Room della Casa Bianca, e poi Mosca, Il Cairo, Pechino, e oltre. I lettori scopriranno ciò che Obama pensava mentre nominava i suoi ministri, affrontava la crisi finanziaria globale, si confrontava con Vladimir Putin, superava difficoltà all’apparenza insormontabili per ottenere l’approvazione della sua riforma sanitaria, si scontrava con i generali sulla strategia militare degli Stati Uniti in Afghanistan, intraprendeva la riforma di Wall Street, rispondeva al disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, e autorizzava l’operazione Neptune’s Spear, che ha portato alla morte di Osama bin Laden.
Una terra promessa è un libro straordinariamente intimo e introspettivo. È il racconto della scommessa di un uomo con la Storia, della fede di un coordinatore di comunità messa alla prova della ribalta mondiale. Obama si esprime con onestà sulla difficoltà di far convivere il suo ruolo di candidato nero alla presidenza, il peso delle aspettative di un’intera generazione mobilitata da messaggi di «speranza e cambiamento», e la necessità di essere moralmente all’altezza delle decisioni determinanti da prendere. Descrive apertamente le forze che si sono opposte a lui negli Stati Uniti e nel mondo; spiega come la vita alla Casa Bianca abbia condizionato la moglie e le figlie; e non esita a rivelare dubbi e delusioni. Eppure ribadisce la sua convinzione che, all’interno del grande e ininterrotto esperimento americano, il progresso è sempre possibile.
Con grande forza ed eleganza di stile, questo libro sottolinea la forte convinzione di Barack Obama che la democrazia non è un dono ricevuto dall’alto, ma si fonda sull’empatia e sulla comprensione reciproca, ed è un bene da costruire insieme, giorno dopo giorno.

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Barack Obama, avvocato, esperto di diritti civili, già senatore per l’Illinois con il partito democratico, ha ricoperto per due mandati la carica di presidente degli Stati Uniti d’America, per la prima volta conferita a un politico afroamericano. Dal 2017 ha continuato la sua attività politica e civile attraverso la fondazione che porta il suo nome

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