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BEATI GLI INQUIETI di Stefano Redaelli: incontro con l’autore

marzo 2, 2021

“Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli (Neo Edizioni): incontro con l’autore e un brano estratto dal libro

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Stefano Redaelli è professore di Letteratura Italiana presso la Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia. Addottorato in Fisica e Letteratura, s’interessa dei rapporti tra scienza, follia, spiritualità e letteratura. È autore delle monografie Nel varco tra le due culture. Letteratura e scienza in Italia (Bulzoni, 2016), Le due culture. Due approcci oltre la dicotomia (con Klaus Colanero, Arcane, 2016), Circoscrivere la follia: Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà (Sublupa, 2013) e di numerosi articoli scientifici. Ha pubblicato la raccolta di racconti Spirabole (Città Nuova, 2008) e il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, 2011).

Il nuovo romanzo di Stefano Redaelli si intitola Beati gli inquieti (Neo Edizioni): è stato secondo classificato al “Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza 2019″ ed tra i libri candidati all’edizione 2021 del Premio Strega (proposto da Roberto Barbolini).

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Sono passati 14 anni da quella telefonata: “Tu sei uno scrittore, scrivi un libro per noi”. Un’amica della Comunità di Sant’Egidio mi chiedeva di trasformare i loro diari sull’esperienza di amicizia con i pazienti di una struttura psichiatrica in un romanzo. Li lessi, erano intensi, pregni di umanità e follia. Accettai l’invito, ma le dissi che per scrivere un romanzo avrei dovuto fare esperienza diretta. Iniziai a frequentare una struttura psichiatrica. Mi presentai come amico-scrittore, mi accolsero. Qualcuno mi considerava una spia, dovetti superare il test dell’FBI.

Stefano_RedaelliScattò la fiducia e con essa un’esperienza che ancora dura di amicizia e ascolto di storie, discorsi, invenzioni, lettere, poesie struggenti e assurde. Su questo vissuto si basa il romanzo e su anni di studio della follia nella letteratura: è stata oggetto del dottorato ed è materia delle mie ricerche in corso, del mio insegnamento universitario. Ma il romanzo è un’invenzione, non un reportage. Il protagonista si finge paziente (questo io non l’ho fatto) per trascorrere una settimana presso una struttura psichiatrica: vuole scrivere un libro sulla follia e per farlo deve vederla da vicino, ascoltarla. Inizia per lui un viaggio inquietante e beatifico verso una meta che è deserto e terra promessa al contempo: un viaggio dentro se stesso, alla ricerca di una verità che può prendere fuoco, ma può anche salvare. I personaggi del romanzo non corrispondono alle persone che ho conosciuto, pur portandone tratti caratteristici, toni della voce. Ci sono invenzioni poetiche e fantasmagoriche tratte dalla realtà ma reinventate. Nella scrittura, del resto, tutto è invenzione, a partire dalla voce, perché, come scrive Rilke, “in essa niente è mai potuto accadere”. Il lavoro sulle voci è stato il più importante e difficile. La follia si manifesta come un’implosione o esplosione del discorso, dal mutismo catatonico al delirio più fervido. Ho cercato di restituire i suoi silenzi – quando la parola non dice e al suo posto parla il corpo – e le sue eruzioni, il flusso ininterrotto di pensieri sconnessi, mettendo le voci in dialogo tra loro e con il lettore. Il narratore in prima persona diventa una specie di ventriloquo; la prima persona ospita una polifonia.  Beati gli inquieti chiede al lettore, fin dalla prima pagina, fiducia (nel Prologo c’è da superare un test, per iniziare a leggere…), disponibilità all’ascolto e al confronto con lo specchio della follia, con inquietudini che sono anche le nostre, con domande spaventose (“sono folle?”) e urgenti (“sono libero?”), non differibili se si vuole cercare una verità su stessi, una beatitudine, qualunque essa sia».

(Stefano Redaelli)

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Un brano estratto da “Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli (Neo Edizioni)

Beati-gli-inquieti-Stefano-Redaelli

 

È la prima notte, da quando sono qui, che riesco a dormire senza interruzioni. Non mi hanno svegliato né Simone né Carlo né altri rumori o discussioni dal corridoio.

Erano tutti nel sogno.

Al risveglio ho preso nota nel diario.

Seduti in cerchio, come se fosse un laboratorio.

Avevo i loro occhi puntati addosso. Stavo facendo un discorso. Mi ascoltavano e interrompevano di continuo.

Parlavo d’amore. Angelo ripeteva: ce l’ha lei il quadro col cervo? Il quadro grigio con i bordi bianchi. L’ho dato a lei? Il cervo che anela? Cecilia scriveva qualcosa su un quaderno. Quando gli ho chiesto cosa, si è arrabbiata: non mi chiamo Cecilia mi chiamo Tom! Cecilia se n’è andata l’ha adottata un’altra famiglia anche se ha l’epilessia lavora lo stesso è cresciuta. Aveva un fondotinta molto scuro, sembrava un’abbronzatura artificiale, da solarium, le labbra lucide, bordeaux scuro, scuoteva il capo. Si è alzata in piedi, come per leggerci qualcosa ad alta voce: nessuno scrive come me queste poesie lo dimostrano. E si è riseduta. La barzelletta più bella è l’amore, ha aggiunto a bassa voce.

Si è alzato anche Angelo: adesso non dipingo più, non ci sono più pennelli, mancano gli strumenti. Ma non è tornato al suo posto, è andato via.

Marta mi guardava, ma non parlava. Era la mia musa, la mia cassa di risonanza: faceva silenzio perché trovassi le parole giuste. Simone dondolava il capo avanti e indietro, mansueto: il pazzo il folle deve rimanere così, con un sorriso smagliante.

Allora ho iniziato a parlare: chi potrà mai toglierci l’amore? L’amore è nelle viscere dell’uomo, l’amore è l’alfa e l’omega, nessuno può dire che l’amore è malato… Parlavo con trasporto, a un certo punto Carlo si è tolto la maglietta e me l’ha messa in mano. Poi mi ha abbracciato e baciato sulle guance: Antò, ti voglio bene, come un matto, ti voglio bene. A che serve il latte? Non serve a niente. Andiamo a prendere un caffè al bar.

Ho indossato la sua maglietta e siamo usciti.

Mi sono svegliato col profumo del caffè.

Sul comodino c’era una tazzina, sul piattino un foglietto piegato. L’ho aperto, conteneva una poesia:

 

Il tramonto un giorno i tuoi capelli neri

gli occhi splendidi di eutanasia

 

È il primo verso che Cecilia mi dedica.

 

(Riproduzione riservata)

© Neo Edizioni

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La scheda del libro: “Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli (Neo Edizioni)

Casa delle farfalle è il nome della struttura psichiatrica a cui Antonio, ricercatore universitario, si rivolge. Per raccontare la follia devi osservarla da vicino, conoscerla, abitarla. Prende accordi con la direttrice, si finge un paziente. Scopre le storie delle persone che vi abitano, le loro ossessioni, le paure, i loro desideri. I matti dicono sempre la verità, sono uomini liberi.
Conoscerà Marta, Cecilia, Angelo, Carlo e Simone; ma sarà costretto a conoscere anche se stesso, più a fondo di quanto abbia mai fatto prima.
Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura sa di immediatezza e poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e rivela ‒ anche se solo per un attimo ‒ la verità tutta intera.

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